Quanto guadagna un Ceo? In Italia, 10 volte un operaio

Fra un Ceo e un operaio italiano c’è un multiplo retributivo di 9,6 volte. I dati relativi al jobpricing parlano chiaro, il 93% lavoratori del settore privato a livello globale percepisce una retribuzione annua inferiore a 40.000 euro lordi. Questo vuol dire che fra il 1° e il 9° decile della curva di mercato esiste una differenza di 15.000 euro, ovvero del 65%. La disuguaglianza retributiva, inoltre, è maggiore nei Paesi a basso reddito piuttosto che in quelli ad alto reddito. E l’Italia? Si colloca al 14° posto nel ranking generale.

Dal 1985 al 2014 l’indice di disuguaglianza è cresciuto del 21%

Da uno studio dell’Osservatorio Jobpricing sulle retribuzioni emerge che in Italia dal 1985 al 2014 l’indice di disuguaglianza è cresciuto del 21%. E la quota dei lavoratori con retribuzione inferiore al 40% della media nazionale è passata dal 17,9% al 22,1%, mentre quella con retribuzione pari ad almeno 5 volte la mediana è più che raddoppiata, passando dallo 0,34% al 0,89%. Secondo lo studio, le disuguaglianze si sono probabilmente generate negli anni Ottanta e Novanta, con lo smantellamento della scala mobile e la concessione di maggiori differenziazioni tra i minimi salariali contrattati ai vari livelli d’inquadramento dei contratti collettivi. E dal Duemila in poi le differenze agli estremi della curva di distribuzione si sono fortemente ampliate.

Il gap cresce al crescere del salario orario

A livello geografico, in Italia a si registrano livelli di occupazione e retribuzioni molto differenti. Negli ultimi 10 anni il numero di occupati è cresciuto del +2,3% nel Nord e Centro mentre è calato del 4,0% al Mezzogiorno. Il tasso di occupazione è del 66,1% al Centro-Nord e fermo al 44,5% a Sud. Fra Nord e Sud il Gap retributivo è del 15%.

Altro fattore di disuguaglianza è il Gender Pay Gap, che varia dal 16% al 22%, e che in Italia nel settore privato per i lavoratori a tempo pieno è del 10%.

Il gap cresce al crescere del salario orario (21% vs. 12,8% confrontando il delta al 9° e al 1° decile della curva di distribuzione), e le sue motivazioni sono per lo più riconducibili a fattori non spiegabili, riporta Adnkronos.

Per gli under 35 la questione non è tanto il livello di retribuzione quanto averne una

Per chi in Italia è giovane, ovvero ha meno di 35 anni, la questione decisiva non è tanto il livello di retribuzione, quanto avere uno stipendio. I lavoratori sono sempre più anziani e la componente giovanile è inferiore a dieci anni fa. La quota di occupati a tempo indeterminato tra i 15 e i 34 anni nel 2018 è stata infatti del 22%. Tra il 1983 e il 2015 il valore dei salari medi annuali dei giovani tra i 15 e 29 anni rispetto a quello degli over 50 è passato dal 70% al 50%. Ma il salario d’ingresso è diminuito nello stesso periodo di circa il 20%.

L’importanza della formazione per un estetista professionale

Se vuoi dedicarti all’estetica e alla bellezza, lavorando sulla tua formazione e ottenere un lavoro in questo ambito, abbiamo qualcosa da dirti che può interessarti. Il settore della bellezza e dell’estetica continuano a registrare il crescente interesse da parte degli utenti, ed offrono per questo diverse opportunità di lavoro. La chiave per distinguersi in un settore così competitivo è sicuramente quella di avere solide basi e non smettere mai di imparare: i professionisti del settore della bellezza sottolineano spesso che si tratta di una professione che necessita assolutamente di preparazione ed un alto profilo a livello di formazione, quindi se pensi che questo settore possa fare per te, sappi che ti aspettano degli studi indispensabili.

Per poter dunque entrare nel mondo dell’estetica professionale e della bellezza, è meglio seguire una formazione professionale di livello superiore così da poter iniziare sin da subito a proporre la propria candidatura a centri benessere e centri estetici al termine degli studi, così come avviarsi ad una carriera da libero professionista.

Seguendo il corso estetista organizzato da Academia BSI imparerai a servire il cliente, la depilazione, la decorazione delle unghie, l’arte del trucco, correggere gli inestetismi, pulire la pelle o ricevere un massaggio, tra le altre cose. Ciò consentirà allo studente di potersi candidare e lavorare all’interno di strutture e centri estetici di ogni tipo in cui si offrano servizi di bellezza, ma anche l’intraprendere la carriera da libero professionista.

Cosa fa un estetista professionista

Un estetista professionista ha il compito di consigliare i suoi clienti sulle cure che potrebbero regalare maggior beneficio sul loro corpo e sulla pelle, nonché di eseguire tali trattamenti di bellezza per aiutarli ad avere un aspetto migliore. Questi possono essere viso o corpo ed includono trattamenti di ogni tipo in grado di correggere inestetismi o migliorare determinati punti di forza dell’aspetto estetico di una persona.

La missione di un estetista: migliorare l’immagine dei propri clienti

Nella nostra società, l’immagine personale è praticamente tutto. Una persona che si sente bene con se stessa ha una migliore autostima, costruisce buone relazioni interpersonali, interagisce meglio con gli altri ed è ancora più felice. Da ciò è facile intuire in che modo che un’estetista professionista abbia l’opportunità di cambiare la vita di una persona attraverso l’abbellimento fisico: ti fa sentire bene l’idea di immaginare di essere in grado aiutare altre persone a migliorare la propria immagine personale? Questa sarebbe proprio la tua missione se intraprenderai questo percorso professionale.

Come diventare un estetista professionista

Sebbene alcune persone si considerino dotate di un talento naturale, l’estetica è una professione e, pertanto, richiede studi e la padronanza di tecniche e manovre realmente in grado di influire sul benessere di chi riceve tali trattamenti.

La formazione di estetista è la stessa di qualsiasi altra professione, e grazie ai rinomati professionisti formatori di Academia BSI riceverai la formazione adatta che ti consentirà di essere immediatamente operativo senza dover integrare con ulteriori corsi o specializzazioni.

È essenziale acquisire queste conoscenze in un’accademia certificata perché ci sono tecniche e macchinari che richiedono preparazione ed una certa esperienza alle spalle. Per fare un esempio, esistono procedure che richiedono l’utilizzo di dispositivi di micropigmentazione, macchine per unghie 3D istantanee o pulizia del viso attraverso la dermoabrasione.

Una preparazione professionale riduce dunque i rischi per la salute e la sicurezza che il paziente possa ricevere il trattamento che ha scelto usufruendo di tutti i vantaggi e senza rischiare nulla.

Milano, Monza Brianza e Lodi, 391 milioni di euro al giorno di interscambio con l’estero

In sei mesi supera i 71 miliardi di euro il valore dell’interscambio commerciale con l’estero di Milano Monza Brianza e Lodi. Secondo un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, e di Promos Italia, la struttura del sistema camerale a supporto dell’internazionalizzazione delle imprese, sugli ultimi dati Istat, la crescita complessiva dell’import export delle tre province lombarde è del 1,5%, un miliardo in più rispetto ai 70 miliardi di euro dello stesso periodo del 2018. Una cifra pari a 391 milioni al giorno.

In particolare, le esportazioni raggiungono circa 29 miliardi, e le importazioni 43 miliardi di euro.

Un trend guidato da Milano, con +4% di export, e +2% di import

Il trend è positivo grazie soprattutto a Milano, che cresce complessivamente del 3%, di cui +4% per l’export, pari a 22 miliardi, e +2% l’import, pari a 36 miliardi.

Monza e Brianza raggiungono invece quasi 9 miliardi, di cui 5 miliardi di export e 4 di import, e Lodi 4,5 miliardi (1,5 miliardi di export e 3 miliardi di import).

L’export lombardo è guidato dal settore manifatturiero, soprattutto da macchinari (16,6% del totale), moda (13,8%), chimica (12,8%) e farmaceutica (10,9%). L’import invece è guidato soprattutto da computer e apparecchi elettronici, che risultano il 16,7% dell’import totale.

L’interscambio commerciale raggiunge soprattutto l’Unione Europea

L’interscambio di Milano, Monza Brianza e Lodi raggiunge soprattutto l’Unione Europea, ma per Milano i principali Paesi partner per l’export sono gli Stati Uniti (2,6 miliardi) e la Svizzera (1,9 miliardi), mentre nell’import prevale lo scambio con la Germania (7,5 miliardi di euro).

Lodi invece esporta soprattutto in Francia (265 milioni) e importa dalla Cina (727 milioni), mentre per Monza Brianza il principale partner commerciale è la Germania, sia per l’import (752 milioni) sia per l’export (743 milioni).

Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sul podio

La Lombardia nel primo semestre del 2019 ha superato i 132 miliardi di interscambio, e risulta stabile rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, per un valore pari al 29% del totale italiano, che arriva a 453 miliardi di euro.

La Lombardia è quindi prima in classifica, seguita da Veneto, con 57 miliardi, ed Emilia Romagna (52 miliardi).

In particolare, in Lombardia, l’export ammonta a 64 miliardi circa su 238 miliardi nazionali (26,8%), e l’import a 68 miliardi, su 216 miliardi a livello nazionale. Pari al 31,7% del totale.

Aumentano i lavoratori, ma non il lavoro

Secondo i dati Istat, a maggio i contratti a tempo indeterminato crescono dello 0,2% rispetto al mese di aprile, i contratti a termine crescono dello 0,4%, e gli autonomi, a trattamento fiscale di favore, crescono dello 0,6%.

Sono nuovi lavoratori indipendenti o ex dipendenti riconvertiti per ovvie convenienze fiscali? “L’Istat ci dice che cresce il numero delle persone occupate. Ma i dati Istat trionfalmente esibiti comunicano indicazioni più realistiche: ci sono più lavoratori e meno lavoro”, spiega l’economista Claudio Negro, nella rivista Mercato del lavoro news, il periodico della Fondazione Anna Kuliscioff.

Continuano a crescere i contratti a termine

“Su base annua – commenta Nigro – i lavoratori stabili crescono dello 0,4%, ma quelli a termine dello 0,6%. Non sembrerebbe un risultato fenomenale, anche se senz’altro positivo”. Secondo Nigro questi dati sembrano indicare che il Decreto Dignità “è riuscito solo marginalmente a modificare i rapporti tra assunzioni a termine e assunzioni a tempo determinato: la crescita delle prime è ancora superiore alla crescita delle seconde. Inoltre i contratti permanenti sono tornati quasi ai livelli pre-crisi e paiono essersi stabilizzati poco sotto i 15 milioni, mentre i contratti a termine continuano a crescere, sia pure a ritmi più contenuti, e sono ormai oltre il 30% in più del periodo pre-crisi”.

“Il calo del tasso di disoccupazione di 0,2 punti è da prendere con le pinze”

Anche il calo del tasso di disoccupazione di 0,2 punti “è da prendere con le pinze”, sottolinea l’economista, e bisogna “valutarne bene le sfaccettature: in particolare stavolta è da segnalare che il risultato positivo è dovuto all’aumento degli occupati mentre è rimasto fermo il tasso di inattività, da settembre 2018 fermo tra il 34,3% e il 34,4%”.

Poiché questo indicatore è composto dalla somma di persone che né lavorano né cercano lavoro dimostra che un terzo della popolazione resta esclusa o si esclude dal mercato del lavoro. “Esattamente il contrario di quello che servirebbe per avviare una politica di crescita”, aggiunge l’economista.

“Ridistribuire il lavoro esistente non favorisce lo sviluppo, ma crea decrescita”

“Il punto debole è che le ore lavorate non crescono in proporzione al numero degli occupati -rimarca Negro-. Le ore totali lavorate nel primo trimestre 2008, prima dell’inizio delle crisi, erano state quasi 11,6 miliardi. Quelle del primo trimestre 2019 sono un po’ sotto gli 11 miliardi, esattamente la differenza è di 555 milioni di ore. Ma, posto che il numero degli occupati è quasi pari a quello ante crisi, vuol dire che è molto basso il numero di ore lavorate per addetto”, dichiara Nigro. E dalle Serie Storiche Istat ricaviamo che se nel 2015 le ore lavorate erano salite a 103,5 nel secondo trimestre 2018 sono scese a 102, riporta Adnkronos.

“La diminuzione delle ore lavorate pro capite spiega due fenomeni”, spiega ancora Nigro, la sostanziale stagnazione del Pil e quella dei salari, che dal 2012 sono cresciuti soltanto dello 0,16% annuo.

Insomma, “continuare a ridistribuire il lavoro esistente non favorisce lo sviluppo – aggiunge l’economista – ma crea decrescita”.

Le caratteristiche di una buona friggitrice elettrica

Se stai cercando una guida aggiornata e completa che possa aiutarti a scegliere le friggitrici elettriche più adatte alle tue esigenze tra le offerte elettrodomestici in corso, ecco la guida che ti serve. Prendi in considerazione questi consigli per individuare la friggitrice perfetta in grado di aiutarti a preparare tutti i tuoi cibi fritti preferiti da portare in tavola.

Le friggitrici senza olio sono perfette per chi cerca di consumare meno grassi e prendersi cura della propria salute. Esse riducono fino all’80% i grassi presenti nei pasti, poiché il loro funzionamento è basato sull’aria calda. Se stai cercando una friggitrice che garantisca pasti più sani, le friggitrici senza olio sono perfette per te.

Le friggitrici ad acqua e olio sono prodotti che garantiscono un ottimo risparmio di olio, grazie alla loro zona fredda in cui cadono tutti i residui e che impedisce loro di bruciare. In questo modo potrai usare il tuo olio più a lungo.

Il prezzo delle friggitrici elettriche varia molto a seconda del tipo, della marca, dimensioni ed altri fattori. Ad esempio, le friggitrici ad aria calda (dette anche “friggitrici senza olio”) hanno un prezzo più elevato perché dispongono di una tecnologia migliore. Anche le friggitrici industriali hanno un prezzo più elevato rispetto gli altri tipi di friggitrici elettriche esistenti, a causa delle loro dimensioni e capacità di lavoro.

D’altra parte, le piccole friggitrici hanno un prezzo inferiore per via delle dimensioni ridotte, ma sono comunque elettrodomestici compatti che si adattano a qualsiasi tipo di spazio in cucina. Una buona friggitrice è quella che permette di avere il pieno controllo della frittura sia per il livello di temperatura che per i tempi di cottura, oltre ad essere facile da pulire.

La capacità è inoltre un punto da prendere in grande considerazione quando si pensa a quale friggitrice elettrica acquistare. La capacità di una friggitrice è misurata in litri, e quelle per uso domestico hanno solitamente una capacità che va da uno a cinque litri, il che è più che sufficiente per tutti i cibi fritti in famiglia. In particolare, friggitrici con capacità di 1 litro sono perfette per un massimo di due persone.

La potenza in una friggitrice elettrica è anch’essa molto importante, perché ti permetterà di preparare tutti gli alimenti fritti che desideri nel modo più semplice e veloce possibile, oltre ad avere un tempo di riscaldamento inferiore. La potenza nelle friggitrici è misurata in Watt, e quella consigliata è di minimo 1000 Watt.

Infine, una delle caratteristiche importanti che ogni friggitrice dovrebbero è il controllo del timer e della temperatura, in quanto faciliterà le operazioni e ti permette di avere il controllo perfetto del macchinario.

Gdpr, il parere dell’esperta a un anno dall’entrata in vigore

A un anno dalla sua entrata in vigore il Gdpr, o General Data Protection Regulation, ha imposto un cambio di prospettiva rispetto al passato. Il regolamento comunitario, introdotto lo scorso anno, ha rivoluzionato la normativa sulla tutela dei dati personali mettendo alle strette Pubblica Amministrazione e aziende private dell’Unione. Tanto che a oggi in tutta Europa sono state emesse sanzioni per oltre 56 milioni di euro. E se senza dubbio si è trattato di una normativa rivoluzionaria, proprio per questo motivo alle aziende ha complicato notevolmente le cose. In realtà, secondo quanto dichiara l’avvocato Federica De Stefani (esperta di diritto delle nuove tecnologie, diritto civile, contrattualistica nazionale e internazionale, e privacy) in una intervista a Fortune Italia, il Gdpr è una grande opportunità per le aziende, perché dà “indicazioni standard che possono essere applicate da tutti e allo stesso modo. Il far west non conviene a nessuno, a partire dalle aziende, sia grandi sia piccole”.

I primi dati sulle sanzioni: Italia al 5° posto fra i Paesi più multati

“Tutto questo – continua l’esperta – mentre arrivano i primi dati sulle sanzioni che sono state applicate a chi non ha rispettato il regolamento comunitario”. A oggi infatti sono state comminate in tutta Europa multe per oltre 56 milioni di euro, riporta Askanews, e la classifica dei Paesi con il numero più alto di infrazioni è guidata dalla Francia, seguita da Portogallo e Polonia. E l’Italia, in questa particolare graduatoria, si è piazzata al quinto posto.

Nel nostro Paese l’ammontare delle sanzioni al 2018 è stato pari a 8,1 milioni di euro, suddiviso in 707 violazioni amministrative contestate dal Garante per la Privacy, per lo più riguardanti il trattamento illecito di dati, la mancata adozione di misure di sicurezza, il telemarketing, le violazioni di banche dati, l’omessa o inadeguata informativa agli utenti sul trattamento dei loro dati personali.

“Si dice cosa si deve fare, ma non si specifica come attuarlo”

“Nonostante i dati, quello che manca è la percezione dell’importanza che ha questa nuova normativa perché ancora oggi purtroppo, a parte alcune realtà, non si è compreso fino in fondo né il significato né l’importanza di questa rivoluzione epocale per la protezione dei dati personali”, sottolinea l’avvocato De Stefani. Con il nuovo regolamento, cambia tutto, a partire dall’approccio. “Prima avevamo delle indicazioni specifiche, le norme dicevano che cosa si dovesse fare – aggiunge De Stefani -. Adesso ci sono dei principi generali che devono essere applicati e, quindi, ogni singola persona in base alla realtà di riferimento deve trovare le modalità con le quali adeguarsi a questo regolamento. Insomma si declina il principio generale, il cosa si deve fare, ma non si specifica come attuarlo”.

“Avere pazienza e prendere confidenza con un sistema completamente diverso”

Una mappa per capire come le aziende possono districarsi nel rispetto della normativa arriva dal volume Il GDPR per il marketing e il business online (Hoepli editore), scritto proprio da Federica De Stefani,

“Si tratta solo di avere pazienza – puntualizza ancora De Stefani – e prendere confidenza con un sistema completamente diverso che, come è prevedibile, porta con sé difficoltà oggettive insite in tutti i cambiamenti”.

Crescita zero e stagnazione economica, l’Ocse boccia l’Italia

Nel nostro Paese deficit e debito sono in salita. L’occupazione è ai minimi nell’area Ocse, e l’incertezza politica mette a rischio le trattative con l’Ue, con relativo impatto sullo spread. L’aumento del tasso di risparmio delle famiglie sta frenando i consumi privati, mentre la domanda esterna è debole, e il commercio globale e le tensioni stanno danneggiando le esportazioni. “La bassa fiducia delle imprese e la domanda debole deprimono il privato investimento, mentre i ritardi nella pianificazione dei progetti e nell’esecuzione continuano a ostacolare gli investimenti pubblici”, avverte l’Ocse. E se l’inflazione dei prezzi si è moderatamente accentuata, la crescita dei salari nel settore privato rimane modesta.

Espansione fiscale e bassa crescita nel 2019 faranno risalire il deficit

Sul fronte dei conti pubblici, l’Ocse rileva che l’espansione fiscale e la bassa crescita faranno risalire il deficit al 2,4% del Pil nel 2019 e al 2,9% nel 2020. Nel dettaglio, il bilancio 2019 prevede nuove misure nette pari allo 0,6% del Pil, per lo più dovute alla maggiore spesa per Quota 100 e Reddito di cittadinanza, “politiche espansive compensate solo in parte da tagli alla spesa, di almeno 2 miliardi di euro, come concordato con l’Europa e maggiori imposte sul reddito d’impresa”, si legge in una nota. Inoltre, riporta Adnkronos, queste proiezioni presuppongono che il governo applicherà circa la metà dei previsti aumenti dell’Iva nel 2020, pari a oltre 11 miliardi sui 23 totali.

Italia vulnerabile alle fluttuazioni dei tassi di interesse

Sul fronte debito, invece, una bassa crescita nominale, un aumento progressivo dei costi per interessi e un deficit più ampio, lo farebbero risalire dal 132,2% del 2018 al 134,1% nel 2019 e al 135% nel 2020. Un andamento che “rende l’Italia vulnerabile alle fluttuazioni dei tassi di interesse, limitando le scelte politiche a stimolare crescita o a perseguire obiettivi sociali”, aggiunge l’Ocse.

“Incertezza politica – ammonisce l’organizzazione – e una nuova situazione di stallo con la Commissione europea sul prossimo bilancio genererebbero forti e persistenti aumenti dello spread sui titoli di debito sovrano, un aumento dei costi di finanziamento delle banche e danni ai bilanci e ai coefficienti patrimoniali, con la conseguenza di una riduzione del credito bancario e degli investimenti”.

Aumentare il tasso di occupazione anche attraverso la spesa sociale

Quanto al mercato del lavoro, per l’Ocse “aumentare il tasso di occupazione, che è ancora uno dei più bassi tra i paesi dell’Ocse, è anche cruciale per stimolare la crescita e l’inclusione sociale”, ma aumentare il tasso di occupazione dipenderà dalla riduzione dei contributi in busta paga, dal miglioramento dei servizi per l’impiego e dal rafforzamento degli incentivi, ricalibrando il reddito del cittadino e introducendo un sistema di incentivi per i lavoratori a basso reddito.

Per quanto riguarda il salario minimo, secondo l’Ocse “dovrà essere fissato a un livello che non danneggi l’occupazione nel mercato del lavoro”. E “la spesa sociale dovrebbe essere equa tra generazioni e al tempo stesso promuovere anche la crescita dell’occupazione, in particolare tra le donne e i giovani”.

Lavoro: cresce il gap tra domanda e offerta

E’ difficile non solo trovare un lavoro, a parte degli aspiranti, ma è altrettanto difficile per la imprese trovare dei profili qualificati. In piena rivoluzione digitale sono molte le aziende, soprattutto quelle di medie e di grandi dimensioni, che riscontrano degli ostacoli nel reperire sul mercato i talenti di cui hanno necessità. A spiegarlo è chi si occupa quotidianamente di recruiting di profili specializzati, sapendo bene quanto il gap tra domanda e offerta si stia allargando sempre più .

“Operai specializzati, dirigenti, ingegneri elettronici, analisti, agenti assicurativi, insegnanti di lingue straniere: sono molte le figure professionali ricercate che vengono trovate con sempre maggiore difficoltà, commenta Carola Adami, CEO di Adami & Associati, società di ricerca e selezione di personale qualificato.

Cosa manca ai candidati?

Quali sono le caratteristiche che quindi mancano a chi si propone per un posto di lavoro? “A mancare in molti casi è l’esperienza, creando così un circolo vizioso. Ma tante volte i recruiter si trovano di fronte a una generalizzata assenza di competenze specialistiche, nonché alla mancanza di soft skills fondamentali, come per esempio il problem solving o le abilità di comunicazione”precisa Adami. L’impressione dei cacciatori di teste viene confermata da i numeri, a partire da quelli relativi al Rapporto Excelsior 2018 di Unioncamere. Stando a questa indagine, infatti, nel 2018 la domanda non ha incontrato l’offerta in oltre il 26% dei casi, con un aumento di ben 5 punti rispetto all’anno precedente. Il gap si rivela particolarmente marcato nel Settentrione, un dato motivato prima di tutto dalla maggiore richiesta di profili specializzati.

Difficoltà soprattutto al nord

Le aziende lombarde, ad esempio, durante lo scorso anno hanno incontrato notevoli difficoltà nel coprire i 28% dei posti lavorativi offerti. Guardando invece al Nord-Est, il mancato soddisfacimento dei prerequisiti fondamentali ha portato a lasciare scoperto circa un posto su 3, rallentando in modo significativo lo sviluppo delle imprese. Anche nel Meridione, del resto, il disallineamento tra domanda e offerta si è fatto sentire, con le imprese sicule, pugliese e campane che hanno lamentato difficoltà nell’individuare un lavoratore su cinque. “La mancanza di esperienza finisce per colpire soprattutto i candidati più giovani: le imprese ricercano continuamente profili under 30, i quali però, molto spesso, non vantano le competenze necessarie” aggiunge l’head hunter Adami. Il gap del resto si allarga drasticamente per quanto riguarda  determinate figure specialistiche: la forbice evidenziata dal Rapporto Excelsior 2018 arriva al 62% nel caso di specialisti in scienze chimiche, fisiche e informatiche. Come ha spiegato lo stesso  presidente di Unioncamere Carlo Sangalli, “lo sviluppo tecnologico sta incidendo anche sulle competenze richieste ai lavoratori: in futuro a oltre 9 profili su 10 sarà associata la richiesta di competenze digitali”. E questo trend è destinato a continuare e persino ad aumentare nei prossimi anni.

Reputation, la parola d’ordine per la rivoluzione etica delle aziende

Più l’azienda rispetta i diritti dei lavoratori, è attenta alla provenienza delle materie prime che utilizza, si preoccupa dell’impronta ambientale, maggiore è la sua reputation. Una buona reputazione aziendale va al di là della qualità, e investe piuttosto i valori, ovvero, la responsabilità ambientale ed etica dell’azienda. Ma l’indice di reputation ha anche un risvolto business, perché l’impegno ha maggiori possibilità di attrarre i consumatori e influenzare le loro decisioni di acquisto. Oggi infatti i consumatori osservano come si comportano le aziende nei confronti della società, e orientano le proprie decisioni di acquisto di conseguenza.

Assumere una posizione chiara su questioni sociali, ambientali e politiche

Come emerge dallo studio di Accenture Strategy, Global Consumer Pulse Research “From Me to We: The Rise of the Purpose-led Brand”, in Italia, il 71% dichiara di voler acquistare beni e servizi dalle aziende che riflettono i valori in cui crede. E quasi un consumatore su due (47%) ha smesso di acquistare un prodotto se un’azienda non è in linea con la propria etica personale.

Il 73% dei consumatori italiani, inoltre, da un brand si aspetta che prenda una posizione chiara su questioni sociali, culturali, ambientali e politiche, e che sia trasparente su come produce e distribuisce i propri prodotti (83%). Il 61% degli utenti, nell’acquistare un prodotto o un servizio tiene in considerazione anche il comportamento dei leader aziendali nella loro vita quotidiana.

La responsabilità di guidare il cambiamento sociale

Il 63% dei clienti ritiene poi di poter influenzare la posizione di un brand su questioni di interesse pubblico, riporta Ansa. Addirittura, il 76% dei consumatori attribuisce più alle aziende che alle istituzioni la responsabilità di guidare il cambiamento sociale, e si aspetta che siano proprio i Ceo a prendere iniziative verso la sostenibilità, senza attendere imposizioni normative.

“Oggi le aziende sono consapevoli che devono tenere in grande considerazione la sostenibilità sociale e ambientale, non tanto come semplice dovere o osservanza delle normative vigenti, – dichiara Beatrice Lamonica, Sustainability Lead di Accenture Strategy – ma come un’opportunità di innovare, differenziare e accrescere il proprio business”.

“I brand devono aderire a un sistema di valori condiviso con i consumatori”

Un calo di fiducia può quindi avere un forte impatto sulla competitività di un’azienda, influenzandone negativamente il fatturato. I consumatori non sono più solo degli acquirenti, ma partecipatori attivi che investono tempo e attenzione e vogliono condividere un sistema di valori con le aziende a cui si rivolgono.

“Siamo di fronte a una rivoluzione etica nel business, frutto di un’evoluzione complessa che ha progressivamente trasformato l’approccio dei brand nei confronti dei loro clienti – commenta Fabio De Angelis, Managing Director – Accenture Strategy, Advanced Customer Strategy Lead -. E oggi, devono necessariamente aderire a un sistema di valori rilevante e condiviso con i consumatori, che in Accenture abbiamo definito Purpose (finalità, scopo)”.

Anche il Canton Ticino vuole la sua criptovaluta

Il Canton Ticino è in pressing sul Consiglio di Stato per creare il TicinoCoin, la prima moneta digitale con un rapporto uno a uno sul franco svizzero. In pratica una “stable coin” a zero rischi, niente a che vedere con il Bitcoin, soggetto alle forti fluttuazioni delle sue quotazioni.

D’altronde in Svizzera il mondo delle monete alternative è molto vivace. Tra Zugo e Zurigo  è nato l’Ethereum, la seconda criptovaluta più conosciuta dopo il Bitcoin, e nel Cantone di Vaud, quello di Losanna, è diffuso il Leman, una moneta complementare che ha iniziato a utilizzare la tecnologia Blockchain.

Dopo Zurigo, una seconda criptovalley svizzera

Nel 2014 erano già stati ideati e testati i primi Tic, i “bit” svizzeri, raccogliendo negli anni le adesioni della politica e della società locale. Ora un gruppo di stakeholders locali ha chiesto il sostegno del Consiglio di Stato per realizzare una moneta locale complementare basata sulla tecnologia Blockchain. “I segnali di apertura ci sono tutti, siamo ottimisti sul fatto che il Consiglio possa dare il suo patrocinio al progetto”, spiega all’Adnkronos Paolo Pamini, parlamentare del Cantone.

L’idea è quella di fare del Canton Ticino una seconda criptovalley svizzera, per rilanciare l’economia della regione e creare nuovi posti di lavoro. La scommessa è creare una moneta complementare al franco, e al contempo favorire la crescita di un ecosistema digitale.

La BancaStato del Cantone potrebbe emettere la nuova moneta

“Un mese fa – racconta Pamini – io e altri deputati di tutti i partiti abbiamo chiesto al Governo di accettare i pagamenti in Bitcoin per alcune tasse e altri servizi pubblici e la risposta è stata positiva”. Tra l’altro, il Cantone, come gli altri 26 svizzeri, è uno Stato a tutti gli effetti, e ha una banca di sua proprietà, la BancaStato del Cantone. Nell’ipotesi più avanzata “l’istituto cantonale bancario potrebbe non solo fungere da banca depositaria, ma diventare l’emittente stesso di TicinoCoin e sbrigare le pratiche di accettazione dei clienti nell’emissione di nuovi Token”.

“A livello globale c’è molta richiesta per questo genere di stable coin”

Sarebbe la prima volta che uno Stato sovrano, attraverso il suo istituto centrale, emetta una criptovaluta con un controvalore fisso e garantito in una delle principali valute nazionali, il franco svizzero. E poiché il TicinoCoin sarebbe negoziato sugli exchanger internazionali di criptovaluta, il Cantone offrirebbe la possibilità di disporre di una criptovaluta equivalente al franco svizzero.

“A livello globale c’è molta richiesta per questo genere di stable coin, che migliorano la liquidità dei mercati di criptovalute – continua Pamini -. Per questo motivo, è lecito pensare che BancaStato raccoglierebbe sottoscrizioni nell’ordine di svariate decine di milioni di franchi svizzeri”.

Non è escluso che un boom del fintech e delle tecnologie Blockchain nell’area possa avere riflessi anche nel Nord Italia, dove è già alta la concentrazione di imprese innovative rispetto al resto del Paese.