Crescita zero e stagnazione economica, l’Ocse boccia l’Italia

Nel nostro Paese deficit e debito sono in salita. L’occupazione è ai minimi nell’area Ocse, e l’incertezza politica mette a rischio le trattative con l’Ue, con relativo impatto sullo spread. L’aumento del tasso di risparmio delle famiglie sta frenando i consumi privati, mentre la domanda esterna è debole, e il commercio globale e le tensioni stanno danneggiando le esportazioni. “La bassa fiducia delle imprese e la domanda debole deprimono il privato investimento, mentre i ritardi nella pianificazione dei progetti e nell’esecuzione continuano a ostacolare gli investimenti pubblici”, avverte l’Ocse. E se l’inflazione dei prezzi si è moderatamente accentuata, la crescita dei salari nel settore privato rimane modesta.

Espansione fiscale e bassa crescita nel 2019 faranno risalire il deficit

Sul fronte dei conti pubblici, l’Ocse rileva che l’espansione fiscale e la bassa crescita faranno risalire il deficit al 2,4% del Pil nel 2019 e al 2,9% nel 2020. Nel dettaglio, il bilancio 2019 prevede nuove misure nette pari allo 0,6% del Pil, per lo più dovute alla maggiore spesa per Quota 100 e Reddito di cittadinanza, “politiche espansive compensate solo in parte da tagli alla spesa, di almeno 2 miliardi di euro, come concordato con l’Europa e maggiori imposte sul reddito d’impresa”, si legge in una nota. Inoltre, riporta Adnkronos, queste proiezioni presuppongono che il governo applicherà circa la metà dei previsti aumenti dell’Iva nel 2020, pari a oltre 11 miliardi sui 23 totali.

Italia vulnerabile alle fluttuazioni dei tassi di interesse

Sul fronte debito, invece, una bassa crescita nominale, un aumento progressivo dei costi per interessi e un deficit più ampio, lo farebbero risalire dal 132,2% del 2018 al 134,1% nel 2019 e al 135% nel 2020. Un andamento che “rende l’Italia vulnerabile alle fluttuazioni dei tassi di interesse, limitando le scelte politiche a stimolare crescita o a perseguire obiettivi sociali”, aggiunge l’Ocse.

“Incertezza politica – ammonisce l’organizzazione – e una nuova situazione di stallo con la Commissione europea sul prossimo bilancio genererebbero forti e persistenti aumenti dello spread sui titoli di debito sovrano, un aumento dei costi di finanziamento delle banche e danni ai bilanci e ai coefficienti patrimoniali, con la conseguenza di una riduzione del credito bancario e degli investimenti”.

Aumentare il tasso di occupazione anche attraverso la spesa sociale

Quanto al mercato del lavoro, per l’Ocse “aumentare il tasso di occupazione, che è ancora uno dei più bassi tra i paesi dell’Ocse, è anche cruciale per stimolare la crescita e l’inclusione sociale”, ma aumentare il tasso di occupazione dipenderà dalla riduzione dei contributi in busta paga, dal miglioramento dei servizi per l’impiego e dal rafforzamento degli incentivi, ricalibrando il reddito del cittadino e introducendo un sistema di incentivi per i lavoratori a basso reddito.

Per quanto riguarda il salario minimo, secondo l’Ocse “dovrà essere fissato a un livello che non danneggi l’occupazione nel mercato del lavoro”. E “la spesa sociale dovrebbe essere equa tra generazioni e al tempo stesso promuovere anche la crescita dell’occupazione, in particolare tra le donne e i giovani”.

Lavoro: cresce il gap tra domanda e offerta

E’ difficile non solo trovare un lavoro, a parte degli aspiranti, ma è altrettanto difficile per la imprese trovare dei profili qualificati. In piena rivoluzione digitale sono molte le aziende, soprattutto quelle di medie e di grandi dimensioni, che riscontrano degli ostacoli nel reperire sul mercato i talenti di cui hanno necessità. A spiegarlo è chi si occupa quotidianamente di recruiting di profili specializzati, sapendo bene quanto il gap tra domanda e offerta si stia allargando sempre più .

“Operai specializzati, dirigenti, ingegneri elettronici, analisti, agenti assicurativi, insegnanti di lingue straniere: sono molte le figure professionali ricercate che vengono trovate con sempre maggiore difficoltà, commenta Carola Adami, CEO di Adami & Associati, società di ricerca e selezione di personale qualificato.

Cosa manca ai candidati?

Quali sono le caratteristiche che quindi mancano a chi si propone per un posto di lavoro? “A mancare in molti casi è l’esperienza, creando così un circolo vizioso. Ma tante volte i recruiter si trovano di fronte a una generalizzata assenza di competenze specialistiche, nonché alla mancanza di soft skills fondamentali, come per esempio il problem solving o le abilità di comunicazione”precisa Adami. L’impressione dei cacciatori di teste viene confermata da i numeri, a partire da quelli relativi al Rapporto Excelsior 2018 di Unioncamere. Stando a questa indagine, infatti, nel 2018 la domanda non ha incontrato l’offerta in oltre il 26% dei casi, con un aumento di ben 5 punti rispetto all’anno precedente. Il gap si rivela particolarmente marcato nel Settentrione, un dato motivato prima di tutto dalla maggiore richiesta di profili specializzati.

Difficoltà soprattutto al nord

Le aziende lombarde, ad esempio, durante lo scorso anno hanno incontrato notevoli difficoltà nel coprire i 28% dei posti lavorativi offerti. Guardando invece al Nord-Est, il mancato soddisfacimento dei prerequisiti fondamentali ha portato a lasciare scoperto circa un posto su 3, rallentando in modo significativo lo sviluppo delle imprese. Anche nel Meridione, del resto, il disallineamento tra domanda e offerta si è fatto sentire, con le imprese sicule, pugliese e campane che hanno lamentato difficoltà nell’individuare un lavoratore su cinque. “La mancanza di esperienza finisce per colpire soprattutto i candidati più giovani: le imprese ricercano continuamente profili under 30, i quali però, molto spesso, non vantano le competenze necessarie” aggiunge l’head hunter Adami. Il gap del resto si allarga drasticamente per quanto riguarda  determinate figure specialistiche: la forbice evidenziata dal Rapporto Excelsior 2018 arriva al 62% nel caso di specialisti in scienze chimiche, fisiche e informatiche. Come ha spiegato lo stesso  presidente di Unioncamere Carlo Sangalli, “lo sviluppo tecnologico sta incidendo anche sulle competenze richieste ai lavoratori: in futuro a oltre 9 profili su 10 sarà associata la richiesta di competenze digitali”. E questo trend è destinato a continuare e persino ad aumentare nei prossimi anni.

Reputation, la parola d’ordine per la rivoluzione etica delle aziende

Più l’azienda rispetta i diritti dei lavoratori, è attenta alla provenienza delle materie prime che utilizza, si preoccupa dell’impronta ambientale, maggiore è la sua reputation. Una buona reputazione aziendale va al di là della qualità, e investe piuttosto i valori, ovvero, la responsabilità ambientale ed etica dell’azienda. Ma l’indice di reputation ha anche un risvolto business, perché l’impegno ha maggiori possibilità di attrarre i consumatori e influenzare le loro decisioni di acquisto. Oggi infatti i consumatori osservano come si comportano le aziende nei confronti della società, e orientano le proprie decisioni di acquisto di conseguenza.

Assumere una posizione chiara su questioni sociali, ambientali e politiche

Come emerge dallo studio di Accenture Strategy, Global Consumer Pulse Research “From Me to We: The Rise of the Purpose-led Brand”, in Italia, il 71% dichiara di voler acquistare beni e servizi dalle aziende che riflettono i valori in cui crede. E quasi un consumatore su due (47%) ha smesso di acquistare un prodotto se un’azienda non è in linea con la propria etica personale.

Il 73% dei consumatori italiani, inoltre, da un brand si aspetta che prenda una posizione chiara su questioni sociali, culturali, ambientali e politiche, e che sia trasparente su come produce e distribuisce i propri prodotti (83%). Il 61% degli utenti, nell’acquistare un prodotto o un servizio tiene in considerazione anche il comportamento dei leader aziendali nella loro vita quotidiana.

La responsabilità di guidare il cambiamento sociale

Il 63% dei clienti ritiene poi di poter influenzare la posizione di un brand su questioni di interesse pubblico, riporta Ansa. Addirittura, il 76% dei consumatori attribuisce più alle aziende che alle istituzioni la responsabilità di guidare il cambiamento sociale, e si aspetta che siano proprio i Ceo a prendere iniziative verso la sostenibilità, senza attendere imposizioni normative.

“Oggi le aziende sono consapevoli che devono tenere in grande considerazione la sostenibilità sociale e ambientale, non tanto come semplice dovere o osservanza delle normative vigenti, – dichiara Beatrice Lamonica, Sustainability Lead di Accenture Strategy – ma come un’opportunità di innovare, differenziare e accrescere il proprio business”.

“I brand devono aderire a un sistema di valori condiviso con i consumatori”

Un calo di fiducia può quindi avere un forte impatto sulla competitività di un’azienda, influenzandone negativamente il fatturato. I consumatori non sono più solo degli acquirenti, ma partecipatori attivi che investono tempo e attenzione e vogliono condividere un sistema di valori con le aziende a cui si rivolgono.

“Siamo di fronte a una rivoluzione etica nel business, frutto di un’evoluzione complessa che ha progressivamente trasformato l’approccio dei brand nei confronti dei loro clienti – commenta Fabio De Angelis, Managing Director – Accenture Strategy, Advanced Customer Strategy Lead -. E oggi, devono necessariamente aderire a un sistema di valori rilevante e condiviso con i consumatori, che in Accenture abbiamo definito Purpose (finalità, scopo)”.

Anche il Canton Ticino vuole la sua criptovaluta

Il Canton Ticino è in pressing sul Consiglio di Stato per creare il TicinoCoin, la prima moneta digitale con un rapporto uno a uno sul franco svizzero. In pratica una “stable coin” a zero rischi, niente a che vedere con il Bitcoin, soggetto alle forti fluttuazioni delle sue quotazioni.

D’altronde in Svizzera il mondo delle monete alternative è molto vivace. Tra Zugo e Zurigo  è nato l’Ethereum, la seconda criptovaluta più conosciuta dopo il Bitcoin, e nel Cantone di Vaud, quello di Losanna, è diffuso il Leman, una moneta complementare che ha iniziato a utilizzare la tecnologia Blockchain.

Dopo Zurigo, una seconda criptovalley svizzera

Nel 2014 erano già stati ideati e testati i primi Tic, i “bit” svizzeri, raccogliendo negli anni le adesioni della politica e della società locale. Ora un gruppo di stakeholders locali ha chiesto il sostegno del Consiglio di Stato per realizzare una moneta locale complementare basata sulla tecnologia Blockchain. “I segnali di apertura ci sono tutti, siamo ottimisti sul fatto che il Consiglio possa dare il suo patrocinio al progetto”, spiega all’Adnkronos Paolo Pamini, parlamentare del Cantone.

L’idea è quella di fare del Canton Ticino una seconda criptovalley svizzera, per rilanciare l’economia della regione e creare nuovi posti di lavoro. La scommessa è creare una moneta complementare al franco, e al contempo favorire la crescita di un ecosistema digitale.

La BancaStato del Cantone potrebbe emettere la nuova moneta

“Un mese fa – racconta Pamini – io e altri deputati di tutti i partiti abbiamo chiesto al Governo di accettare i pagamenti in Bitcoin per alcune tasse e altri servizi pubblici e la risposta è stata positiva”. Tra l’altro, il Cantone, come gli altri 26 svizzeri, è uno Stato a tutti gli effetti, e ha una banca di sua proprietà, la BancaStato del Cantone. Nell’ipotesi più avanzata “l’istituto cantonale bancario potrebbe non solo fungere da banca depositaria, ma diventare l’emittente stesso di TicinoCoin e sbrigare le pratiche di accettazione dei clienti nell’emissione di nuovi Token”.

“A livello globale c’è molta richiesta per questo genere di stable coin”

Sarebbe la prima volta che uno Stato sovrano, attraverso il suo istituto centrale, emetta una criptovaluta con un controvalore fisso e garantito in una delle principali valute nazionali, il franco svizzero. E poiché il TicinoCoin sarebbe negoziato sugli exchanger internazionali di criptovaluta, il Cantone offrirebbe la possibilità di disporre di una criptovaluta equivalente al franco svizzero.

“A livello globale c’è molta richiesta per questo genere di stable coin, che migliorano la liquidità dei mercati di criptovalute – continua Pamini -. Per questo motivo, è lecito pensare che BancaStato raccoglierebbe sottoscrizioni nell’ordine di svariate decine di milioni di franchi svizzeri”.

Non è escluso che un boom del fintech e delle tecnologie Blockchain nell’area possa avere riflessi anche nel Nord Italia, dove è già alta la concentrazione di imprese innovative rispetto al resto del Paese.

 

Cosmesi green, quella Made in Italy vale oltre 1 miliardo

Nel 2018 il settore dei prodotti cosmetici a derivazione naturale ha raggiunto i 1.050 milioni di euro, un valore in crescita rispetto all’andamento generale del più ampio mercato cosmetico, di cui si aggiudica una fetta pari al 10%.

Anche se a oggi non esiste una definizione normativa per i cosmetici green, questi prodotti si caratterizzano per formulazione, packaging e processi produttivi con caratteristiche “naturali”. I riferimenti normativi sono quindi quelli del Regolamento europeo 1223/2009, nel cui ambito ricade anche questa tipologia di prodotti, che devono rispettare la garanzia di sicurezza e la tutela della salute del consumatore.

Prodotti che sposano una richiesta specifica orientata al “verde”

Cosmetica Italia, l’associazione nazionale delle imprese cosmetiche che riunisce oltre 500 aziende del settore, ha condotto un’indagine congiunturale sul secondo semestre 2018, e sulle previsioni del primo semestre 2019.

A livello statistico, per misurare il trend dei cosmetici naturali, le rilevazioni prendono in considerazione tutti i cosmetici che per posizionamento sul mercato, e definizione delle stesse aziende, sposano una specifica richiesta del consumatore, orientata al “verde”.

“Possiamo affermare che il mercato dei cosmetici a connotazione naturale mostra segnali positivi, mentre il mercato della distribuzione ‘green’ classica, come l’erboristeria, ha subito un rallentamento (+0,2% rispetto al 2017) dovuto al limitato adattamento alle evoluzioni del mercato”, spiega all’Adnkronos Gian Andrea Positano, responsabile Centro Studi Cosmetica Italia.

L’identikit del consumatore naturale

Quanto all’identikit del consumatore-tipo di cosmetici green, Gian Andrea Positano traccia “il profilo di una consumatrice donna, con un’età compresa tra i 25 e i 50 anni, un livello di istruzione medio-alto e abitante in grandi centri”.

Oggi però questo profilo-tipo si sta trasformando, e arriva ad abbracciare un bacino più ampio di consumatori, in generale sempre più sensibili alle tematiche relative al “naturale” e alla sostenibilità.

Non più solo in erboristeria, ma anche al supermercato

“Il canale di riferimento tradizionale per i cosmetici a connotazione naturale è l’erboristeria, tuttavia oggi siamo di fronte a uno scenario in evoluzione. A plasmare questo cambiamento è senza dubbio una nuova propensione di consumo e abitudini di acquisto, che genera nuove tipologie di distribuzione – aggiunge Positano -. In particolare, registriamo la crescita di forme distributive più evolute, in cui l’erboristeria tradizionale non è più l’unico riferimento, ma viene affiancata da negozi monomarca e dai canali tradizionali”, profumerie, farmacie e  Gdo. Che oggi completa la propria offerta anche attraverso la proposta di prodotti a derivazione naturale.

Per le donne il credito è più difficile: potrebbero fare figli

A parità di condizioni le donne italiane hanno più difficoltà rispetto agli uomini a ottenere il credito. Un problema ricorrente nelle imprese italiane, soprattutto quelle artigianali e piccole, è infatti il credito erogato con il contagocce. E se nella partita con le banche spesso le donne imprenditrici denunciano di essere trattate peggio degli uomini il motivo è che potrebbero avere figli. Lo affermano i risultati di un’indagine condotta dalla società di ricerca Swg per conto della Cna, la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, dal titolo Donne, imprenditoria e accesso al credito.

Accesso ai finanziamenti ancora più arduo al Sud

In particolare, il 43% degli uomini e il 56% delle donne intervistate ritengono che l’accesso ai finanziamenti bancari sia più arduo per le donne, con picchi del 58% nella fascia 18/34 anni e del 57% al Sud. Il trattamento in banca è molto peggiore per le donne secondo il 12% della platea (8% uomini, 16% donne), mentre è abbastanza peggiore secondo il 38% (35% degli uomini e il 40% delle donne). Quanti sostengono che la differenza di genere nell’accesso al credito tra donne e uomini è scarsa sono, invece, il 30% (34% uomini, 26% donne). E tocca il 20% la quota di quanti non rilevano differenze di genere (23% uomini, 18% donne).

Sono meno affidabili e mettono il lavoro dopo la famiglia

Il primo motivo della difficoltà delle donne nell’accesso al credito, secondo il 37% degli interpellati che la segnalano, è il fatto che le donne potrebbero avere figli (per il 33% degli uomini e il 40% delle donne). Al secondo posto c’è poi l’affermazione “le donne sono meno affidabili degli uomini”, ritenuta vera dal 27% del totale (31% uomini, 24% donne) con la fascia di età 18/34 anni (30%) e le Isole (31%) più convinte. Terza motivazione “le donne mettono il lavoro al secondo posto rispetto alla famiglia”, scelta dal 19% degli interpellati (14% uomini, 23% donne), riporta Ansa.

Attivare un tavolo tecnico permanente sull’imprenditoria femminile

Lo stesso sondaggio evidenzia che nella successione d’azienda viene preferito il figlio maschio. Nel Nordest il 40% ritiene che i figli maschi vengano preparati fin da piccoli a prendere in mano l’azienda, e il 26% valuta che le donne siano meno imprenditrici rispetto agli uomini.

Ma come risolvere i problemi legati alla disparità di genere nell’accesso al mondo dell’imprenditorialità? Secondo la Confederazione sarebbe necessario attivare un tavolo tecnico permanente sull’imprenditoria femminile e sulle politiche di welfare presso il dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio, replicando i tavoli di lavoro a livello regionale e provinciale per problematiche territoriali specifiche.

Elettronica di consumo, un mercato globale in continua ascesa

Il mercato dell’elettronica di consumo continua a crescere a livello globale. Il 2018 si è chiuso con un incremento delle vendite del 6%, generando un fatturato di circa 138 miliardi di euro. Il trend è stato positivo in tutte regioni del mondo, influenzato da alcuni macro-trend come ad esempio la preferenza dei consumatori sempre più spiccata nei confronti dei dispositivi premium. Oggi infatti i consumatori preferiscono possedere meno dispositivi, ma di qualità superiore e più intuitivi. I produttori possono quindi trarre vantaggio da questo trend, “puntando su prodotti di alta qualità e con caratteristiche premium”, spiega Markus Kick, esperto GfK di Elettronica di consumo. Ancora ampio poi risulta il potenziale di crescita dei dispositivi Smart e degli Assistenti Vocali integrati. E per il 2019 l’istituto di ricerca Gfk prevede una crescita generale del settore di circa il 4%.

Il mercato TV è trainato dai dispositivi di fascia alta e OLED

Con un volume di vendite di oltre 100 miliardi di euro nel 2018, il mercato degli apparecchi televisivi ha rappresentato circa tre quarti del fatturato globale dell’elettronica di consumo. Le vendite sono cresciute del 5% su base annua, grazie soprattutto all’incremento della domanda di dispositivi di fascia alta, con uno schermo grande almeno 50 pollici. Nel 2018, oltre la metà dei ricavi è stato generato da questo segmento premium. Anche gli schermi con tecnologia OLED stanno diventando sempre più popolari, con tassi di crescita superiori al 100%. E con un numero crescente di produttori che si affaccia su questo mercato iniziano a calare anche i prezzi.

Il Bluetooth e la crescita dell’Audio

Il fatturato globale del settore cuffie e auricolari è aumentato di quasi il 40% nel 2018, raggiungendo quota 14 miliardi di euro. Più della metà del valore è stato generato dai dispositivi con tecnologia Bluetooth: le cuffie wireless composte da due auricolari separati sono il modello più richiesto in assoluto, e nel 2018 hanno generato una quota di fatturato superiore alle cuffie con cancellazione attiva del rumore.

Gli altoparlanti portatili con tecnologia Bluetooth invece sono cresciuti del 15%, e anche in questo segmento vincono i modelli premium: i dispositivi con un prezzo superiore ai 150 euro valgono oggi poco meno di un terzo del fatturato totale.

I sistemi audio Smart e Multiroom diventeranno lo standard

Le vendite di dispositivi Multiroom, che consentono di riprodurre brani diversi in stanze diverse sono rallentate leggermente nel corso 2018. In controtendenza, risultano in crescita tutti i modelli Smart, che consentono di ascoltare musica in streaming. Il trend è positivo anche per i dispositivi Smart con assistenti vocali incorporati, che si candidano a diventare nel tempo l’hub per il controllo di tutti gli apparecchi smart presenti in casa.

Trovare lavoro: quali errori evitare nel curriculum?

Trovare lavoro diventa impossibile se il curriculum vitae viene puntualmente scartato dai selezionatori. Sono tanti i fattori da tenere in considerazione per la realizzazione e l’invio di un buon cv, e i candidati sono sempre in dubbio se utilizzare il classico formato europeo o le grafiche personalizzate, inserire una foto o meno, utilizzare una sola pagina o documenti più lunghi.

Fra i tanti motivi che portano un recruiter a scartare un cv c’è, ad esempio, la mancanza di una lettera di presentazione. “Talvolta i curricula inviati non vengono nemmeno aperti dal selezionatore per la mancanza di una lettera di presentazione – spiega Carola Adami, Ceo e founder della società di ricerca e selezione del personale Adami & Associati -. Soprattutto per determinati ruoli, inviare un curriculum non accompagnato da una breve cover letter è un vero e proprio autogol”.

Il titolo di studio posseduto deve essere coerente con quello richiesto

“Talvolta non si parla di errori formali, quanto invece di leggerezze da parte del candidato – continua Adami -. Spesso bastano pochi secondi per scartare un curriculum: nel caso di un ruolo che richiede obbligatoriamente una laurea in ingegneria civile è sufficiente controllare la coerenza del titolo di studio indicato per capire se continuare con la lettura del documento o cestinarlo”. Sembra una banalità, ma il titolo di studio dichiarato nel cv deve essere coerente con quello richiesto. In caso contrario, la candidatura non viene neanche presa in considerazione.

Evitare refusi, spiritosaggini e impaginazioni improbabili

“Tutti i giorni ci capitano tra le mani dei curricula popolati da errori e da refusi, con formattazioni approssimative e impaginazioni improbabili. Non è nulla di grave, ma di certo queste leggerezze non giocano a favore di un candidato, soprattutto quanto ci sono centinaia di persone che competono per un medesimo posto di lavoro”, sottolinea Adami.

Alcune volte un buon curriculum vitae viene macchiato da un piccolo, ma lampante errore. C’è chi, per esempio, nella sezione dei contatti inserisce un contatto email scherzoso, probabilmente creato in gioventù e mai cambiato, il quale in sede di candidatura risulta ovviamente fuori luogo.

Puntare sulla qualità e non sulla quantità

Altri candidati aggiungono fotografie assolutamente non professionali, scattate magari in spiaggia e ritagliate in malo modo. E ancora, un selezionatore attento non mancherà di notare, a prima vista, evidenti gonfiamenti nell’elenco delle esperienze lavorative. “Riceviamo spesso curricula di 3 o 4 pagine, scritti da candidati convinti che scrivere tanto sia meglio per attirare l’attenzione del recruiter – precisa Adami – laddove invece si dovrebbe puntare non sulla quantità, ma sulla qualità e su una buona organizzazione delle informazioni, così da mettere in evidenza i propri punti di forza”. Non deve poi mancare l’indispensabile liberatoria per il trattamento dei dati, che tanti candidati continuano a dimenticare.

Italia, un paese congressuale: è tra le mete top al mondo

L’Italia non è più solo una destinazione da sogno per il turismo leisure, ma anche per quello congressuale. Lo dicono gli ultimi dati Enit: il Belpaese scala la classifica mondiale del turismo congressuale posizionandosi tra i primi cinque Paesi nel mondo con 515 meeting internazionali svolti nel 2017 (ENIT su dati ICCA). In testa gli USA (941 meeting), quindi la Germania (682), UK (592), Spagna (564). Dopo l’Italia si posizionano Francia (506 meeting), Giappone (414), Cina (376), Canada (360), Paesi Bassi (307). Roma è la prima città italiana per meeting internazionali. La capitale si colloca invece al 20esimo posto su scala mondiale con 96 meeting.

Turismo per business, che business

Il turismo per business, al netto dell’indotto, genererà a consuntivo 2018 un giro d’affari di 40,4 milioni di dollari (+3,7%). Lo stesso dato proiettato al 2028 raggiungerà quota 45,1 milioni. In Italia l’incremento del 2018 sul 2017 è al di sopra di quello stimato per l’Europa (+3,2%) e in linea con lo sviluppo previsto a livello globale (3,8%), dice sempre l’ENIT. Fatta cento la spesa in Italia dei turisti in entrata, si legge ancora nel Rapporto, quello per vacanze incide in misura del 79,9%, il turismo per business per il 20,1%. (ENIT su dati WTTC).

I tedeschi amano l’Italia

La classifica per spesa degli stranieri in entrata in Italia relativa alla voce business travel registrata nel 2017  vede la Germania al primo posto (730 milioni di euro), la Francia al secondo (486 milioni), seguita da Regno Unito (434), USA (281), Spagna (248). Se si considera, invece, la spesa per turismo per vacanze, la Germania si posiziona ancora in testa (4 miliardi e 945 milioni euro), di seguito USA (3 miliardi e 341 milioni), Francia (2 miliardi e 427 milioni ), Regno Unito (2 miliardi e 089 milioni) e Austria (1 miliardo e 186 milioni).

Entrate in crescita

Nel 2017 le entrate per turismo di lavoro sono state 5 miliardi e 306 milioni di euro (+3,5% sul 2016) corrispondenti a una spesa media pro-capite giornaliera di 129,9 euro. Le entrate per turismo per vacanze sono state di oltre 26 miliardi (+8% sul 2016) con spesa media pro-capite giornaliera pari a 112,8 euro. Andando più in profondità sul turismo congressuale, lo scorso anno (2017) gli eventi realizzati in Italia sono stati 398.286 (+2,9%), pari a 29,1 milioni di partecipanti (+3,2%) e 43,4 milioni di presenze (+1,6%). Per il 56,9% si è trattato di eventi locali, il 35,2% nazionali e il 7,9% internazionali. I partecipanti erano così composti: 48,2% locali, 40,5% nazionali e 11,3% internazionali.

Gli italiani risparmiano poco, e il 25% non accantona nulla

ricchezza delle famiglie italiane dal 2012 rimane stabile, attestandosi a 9 volte il reddito disponibile, il tasso di risparmio lordo continua a calare. E a fine 2017 risultava pari al 9,7%, a fronte dell’11,8% della media dell’Eurozona. Nel 2004 aveva raggiunto il 15%, superando la media area euro di un punto percentuale. La crisi del 2007-2008 ha segnato un punto di caduta che sembrava destinato al recupero tra il 2012 e il 2014, ma che si è rivelato solo temporaneo.

Quanto a indebitamento, si legge nel rapporto della Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane per il 2018, le famiglie italiane sono le più virtuose d’Europa. A fine 2017 il rapporto debito/Pil era pari al 40%, a fronte di poco meno del 60% per la media europea.

Le componenti di portafoglio, fondi comuni e titoli di Stato in testa

Per quanto riguarda le scelte di portafoglio Italia ed Eurozona continuano a registrare il tradizionale divario nel peso della componente assicurativa e previdenziale, che nel contesto domestico rimane più contenuto (anche se in crescita), e dei titoli obbligazionari, comunque in diminuzione, riferisce Adnkronos.

Alla fine del 2017 il 29% delle famiglie possedeva però almeno un’attività finanziaria. A pesare di più nella composizione di portafoglio sono i fondi comuni e i titoli di Stato italiani (dopo i depositi bancari e postali). Gli investimenti etici e socialmente responsabili (Sri) sono invece ancora poco conosciuti. Più del 60% degli intervistati dichiara di non averne mai sentito parlare, e meno di un terzo manifesta interesse dopo essere stato informato.

Una capacità ancora contenuta di pianificazione e monitoraggio delle scelte finanziarie

Le famiglie intervistate risparmiano in modo regolare in meno del 40% dei casi, in modo occasionale nel 36%, e il 25% non accantona nulla. In generale, il risparmio regolare è più frequente tra i soggetti più abbienti. Determinanti risultano anche le conoscenze finanziarie, le competenze percepite, l’abitudine a pianificare, e alcune inclinazioni, come l’auto-efficacia, l’ansia finanziaria e l’avversione alle perdite. La maggior parte delle famiglie si caratterizza quindi per una capacità contenuta di pianificazione e monitoraggio delle scelte finanziarie. Il 40% circa non tiene un bilancio familiare, e solo un terzo dichiara di avere un piano finanziario e di controllarne gli esiti.

Comportamenti “critici” nel processo di investimento

I comportamenti nel processo di investimento, si legge ancora nel rapporto, mostrano ancora numerose criticità. La maggior parte degli intervistati dichiara di assumere le informazioni utili per l’investimento dal funzionario di banca o ricorre ai consigli di amici e parenti. Poco più del 20% si affida alla consulenza professionale, o delega un esperto, e il 28% sceglie in autonomia. Ma solo il 25% fa riferimento al prospetto finanziario, e il 40% delle famiglie non monitora i propri investimenti.