Export lombardo, segnali di fiducia nell’ultimo trimestre

Se, in linea con l’andamento nazionale (-9,7%), il 2020 si è chiuso con una marcata contrazione dell’export lombardo (-10,6%), nell’ultimo trimestre dell’anno si intravedono segnali positivi. Dopo essere scese a 24 miliardi nel secondo trimestre, le esportazioni della regione sfiorano i 32 miliardi e registrano un incremento del 13,6% rispetto al trimestre precedente. Secondo il rapporto di Unioncamere Lombardia sul commercio estero lombardo nel 4° trimestre 2020, la seconda ondata della pandemia non ha fermato le attività produttive, e la ripresa avviata nei mesi estivi è proseguita, consentendo un ulteriore recupero degli scambi con l’estero. In particolare per mezzi di trasporto (+13,2% tendenziale), prodotti alimentari (+3,1%), computer e apparecchi elettronici (+2,4%), e sostanze e prodotti chimici (+1,9%).

Le dinamiche settoriali a confronto

Continuano invece a registrare forti perdite tendenziali i prodotti tessili, pelli e accessori (-16,6%), gli altri prodotti (-9,5%) e gli articoli farmaceutici (-7,8%). Complessivamente per il 2020 si registra, invece, una contrazione dei valori diffusa a quasi tutte le tipologie di prodotto, con in positivo solo gli articoli farmaceutici (variazione annua +7,6%) e gli alimentari (+1,3%). Variazioni annue negative, ma ancora contenute, per computer, apparecchi elettronici e ottici (-5,7%), sostanze e prodotti chimici (-7,4%) e gomma e materie plastiche (-9,1%). Le contrazioni più consistenti riguardano prodotti tessili, pelli e accessori (-19,7%), l’aggregato degli altri prodotti (-15,7% in prevalenza mobili), i mezzi di trasporto (-15,1%), i metalli di base e prodotti in metallo (-13,2%) e macchinari ed apparecchi (-12,1%).

I flussi verso i mercati esteri

Nonostante l’emergenza sanitaria abbia influito negativamente sull’economia mondiale anche nell’ultimo quarto dell’anno, gli scambi commerciali tra alcuni paesi si sono mantenuti dinamici, consentendo una svolta tendenziale positiva. Ciò nonostante le perdite per l’intero 2020 restano consistenti verso tutte le aree. L’export verso i paesi della Ue ha perso il 10,6%, soprattutto per la contrazione dei flussi verso Germania (-10,9%), Francia (-12,8%), Spagna (-12,7%) e Regno Unito (-14,5%). Svizzera (-4,8%), Russia (-15,3%) e Norvegia (-21,2%) determinano il risultato negativo per i paesi europei non Ue (-7,4%). Forti contrazioni si registrano per l’export verso l’America settentrionale (-6,8%), mentre l’export verso l’Asia orientale (-8,7%) sconta le forti contrazioni dei flussi verso Hong Kong (-22,3%) e Giappone (-15,3%), ma registra una perdita contenuta verso la Cina (-0,5%). L’Asia centrale ha ridotto i valori del 20,4% con il maggior contributo negativo da parte dell’India (-19,9%).

Migliorano anche le importazioni

Anche le importazioni lombarde mostrano un miglioramento del quadro congiunturale a fine anno (+17,2%) e nel trimestre tornano sopra i 33 miliardi. La variazione tendenziale è ancora negativa (-2,8%), ma contenuta. Complessivamente il 2020 registra un calo delle importazioni lombarde in valore dell’11,0%, fermandosi a 119 miliardi di euro contro i 134 miliardi importati negli anni precedenti. I risultati dei valori di import ed export portano nel quarto trimestre a un incremento del deficit commerciale della Lombardia, che si attesta a 1,1 miliardi di euro. Complessivamente però il 2020 chiude con un saldo positivo di 81 miliardi di euro.

Lombardia, negozi chiusi per quattro mesi. L’allarme di Confesercenti

A causa del Covid-19 in Lombardia i pubblici esercizi sono stati chiusi per quattro mesi, e l’Italia è tornata ai livelli di spesa di oltre vent’anni fa. Insomma, da emergenza sanitaria a catastrofe economica. Per l’economia e le imprese, il bilancio di Confesercenti del primo anno di pandemia è un vero e proprio bollettino di guerra. Dal primo lockdown della primavera scorsa alla seconda ondata di contagi, i dodici mesi di convivenza forzata con il virus sono costati all’Italia una riduzione di 183 miliardi di euro del Pil, e una riduzione di 137 miliardi per i consumi, di cui 36 da addebitare all’assenza di turisti. In pratica, abbastanza da riportare la spesa ai livelli del 1997, un passo indietro di 24 anni.

L’impatto della crisi colpisce soprattutto bar e ristoranti

È quanto emerge dal dossier Le imprese nella pandemia: marzo 2020 – marzo 2021, predisposto da Confesercenti a un anno di distanza dal primo lockdown per fare il punto sull’impatto della crisi generata dalla pandemia sul sistema economico. Se nel periodo da marzo 2020 a marzo 2021 i pubblici esercizi in Lombardia sono stati chiusi per un totale di 123 giorni, su una media nazionale di 119, l’impatto della crisi potrebbe essere particolarmente forte per le imprese attive come bar e ristoranti (-51.085 a fine 2021) e negozi di abbigliamento (-14.881). Più in particolare, in Lombardia, questo si potrebbe tradurre in un potenziale decremento di -7.589 unità attive come pubblici esercizi e di -1.715 negozi di commercio e moda.

Nel 2021 a rischio circa 2 milioni posti di lavoro

In questi dodici mesi le imprese hanno perso 148 miliardi di euro di valore aggiunto, di cui 65 ascrivibili al commercio, gli alberghi e la ristorazione. Tra crisi prolungata, e “ristori” ancora insufficienti, le attività economiche sono ormai al limite, bisognose di una terapia intensiva. Si tratta di una catastrofe, sottolinea Confesercenti, che ha già ‘licenziato’ 262 mila lavoratori autonomi, e che non è ancora terminata. Se non arriveranno sostegni adeguati nel 2021 rischiano infatti di cessare la propria attività 450 mila imprese, per una perdita complessiva di circa 2 milioni di posti di lavoro tra dipendenti e indipendenti, di cui la metà nei servizi e nel turismo.

Servono misure economiche tempestive e proporzionate

“Bisogna assolutamente accelerare il piano vaccinale – commenta Andrea Painini, Vicepresidente Regionale di Confesercenti Lombardia – e servono misure economiche tempestive e proporzionate che permettano alle imprese non solo di ‘tamponare’ i danni di quest’ultimo anno, ma di poter sperare di rilanciarsi appena sarà possibile”.

Giovani dal futuro incerto, 1 su 4 è preoccupato per il lavoro

Cresce in maniera esponenziale il senso di precarietà, ma per i giovani italiani che stanno diventando grandi nel bel mezzo della crisi il tema è davvero importante. Vogliono pensare al futuro, avere speranze come tutti a quell’età, ma l’emergenza sanitaria non ancora finita genera in loro grandi preoccupazioni. Così, un giovane su 2 descrive come peggiorata la propria condizione, e uno su 4 è preoccupato soprattutto per il lavoro. La conferma arriva dall’Osservatorio sulle Giovani Generazioni di Flowe, condotto da AstraRicerche, che delinea il futuro post-Covid visto con gli occhi dei 15-30enni.

Forte disillusione verso la società italiana

Il futuro è avvertito dai giovani come incerto, ma per loro resta ferma l’importanza del mondo lavorativo. Il 47,9% considera il lavoro come l’aspetto prioritario per il proprio futuro, superiore anche ad amici (45,4%) e famiglia (44,9%). La disillusione verso la società italiana e lo scoraggiamento verso il mondo del lavoro, avvertito come problematico, complesso, non aperto a sufficienza ai giovani, sono forti: 2 ragazzi su 3 dicono di dover accettare lavori non all’altezza (64,4%) e di vedere la scelta del lavoro all’estero come una necessità (62,7%), mentre un giovane su 3 non è convinto delle scelte che ha fatto per raggiungere gli obiettivi prefissati, riporta Ansa.

L’80,8% è preoccupato per il futuro del mondo

Circa la metà degli intervistati (44,8%) dichiara poi che la situazione è peggiorata rispetto al 2019, prevalgono pessimismo (40%) e paura (38,6%). L’80,8% degli intervistati si dichiara preoccupato per il futuro del mondo, per il proprio futuro (66,4%), per il futuro della famiglia (54,2%). A livello personale preoccupano i problemi economici e di lavoro (25,6%), seguiti da salute (15,8%) e ricadute psicologiche (10,6%), mentre più in generale, la crisi economico-finanziaria internazionale (77,1), il cambiamento dell’economia mondiale (72,8%), la debolezza o l’assenza di relazioni e la solitudine (70,5%), la salute (61,6%) e l’ambiente (55,7%).

Emerge la speranza sul futuro a lungo termine

La speranza sembra però emergere quando si pensa a un futuro a lungo termine. Pensando al futuro fra 5 anni, infatti, l’ottimismo prevale sul pessimismo (38,8%), così come la serenità sulla paura (36,8%). Secondo i giovani i singoli cittadini possono comunque impegnarsi personalmente per affrontare il problema della disoccupazione, principalmente attraverso la formazione scolastica (41,6%), o continuativa e specializzante (59,5%). Per il 64,4% degli intervistati sono tutti chiamati a essere responsabili e ad affrontare le problematiche ambientali, sia attraverso la raccolta differenziata, sia cercando di limitare gli sprechi, facendo acquisti ecologici, e spostandosi con i mezzi pubblici.

Clima di fiducia, a inizio 2021 aumenta per le imprese ma non per i consumatori

Come di consueto, l’Istat rilascia anche per il mese di gennaio il “barometro” che fotografa il clima di fiducia di imprese e cittadini. Certo, non è un momento facile, ma a gennaio 2021 qualche segnale di ottimismo c’è soprattutto da parte delle imprese, mentre le persone fisiche restano ancora titubanti sul futuro che ci aspetta. Tanto che nel primo mese dell’anno si stima una leggera flessione dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 101,1 a 100,7). Di diversa tendenza, invece, il sentiment da parte delle aziende: l’indice composito del clima di fiducia delle imprese aumenta lievemente, da 87,7 a 87,9. Con riferimento alle componenti dell’indice di fiducia dei consumatori, l’Istituto di Statistica segnala che il clima personale e quello futuro sono in peggioramento (da 107,0 a 106,5 e da 105,3 a 103,2 rispettivamente) mentre il clima economico registra una sostanziale stabilità (da 83,5 a 83,4) e il clima corrente aumenta da 98,3 a 99,0.

Imprese, dove peggiora e dove migliora il sentiment

I settori merceologici non sono tutti uguali, e da parte delle aziende italiane ci sono delle differenze anche nel modo di interpretare il futuro. Ad esempio, sempre con riferimento alle imprese, la fiducia è in peggioramento nel settore manifatturiero (da 96,0 a 95,1) e nel commercio al dettaglio (da 88,2 a 87,9) mentre aumenta nei servizi di mercato (da 78,4 a 82,0) e nelle costruzioni (da 136,0 a 138,0).  In relazione alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera migliorano i giudizi sugli ordini ma sia i giudizi sulle scorte di prodotti finiti sia le aspettative sulla produzione sono in peggioramento. Nel settore delle costruzioni i giudizi sugli ordini si deteriorano rispetto al mese scorso, mentre le attese sull’occupazione sono in aumento.

Bene i servizi, meno il commercio

Per quanto attiene ai servizi di mercato, tutte le componenti dell’indice di fiducia sono in miglioramento. Nel commercio al dettaglio, la diminuzione dell’indice è dovuta al peggioramento dei giudizi sulle vendite e all’aumento del saldo delle scorte di magazzino; sono, invece, in deciso aumento le aspettative sulle vendite future. Probabilmente questo giudizio è condizionato dall’aspettativa di avere maggiori libertà nel prossimo futuro, con un maggiore controllo della pandemia e quindi minori vincoli per i negozi. A livello di circuito distributivo, la fiducia cresce lievemente nella grande distribuzione mentre è in calo nella distribuzione tradizionale.

World Economic Forum: Italia indietro per capacità di resilienza e ripresa

La crisi globale generata dalla pandemia da Covid-19 ha sottratto energie e ricchezze a tutte e economie mondiali. Ma nel confronto con gli altri Paesi l’Italia appare indietro nella capacità di resilienza e di ripresa dell’economia. È quanto emerge dal rapporto sulla competitività del World Economic Forum, il Global Competitiveness Report, in cui si rileva che per quanto la maggior parte dei Paesi non sia ancora pronta per la trasformazione, l’Italia è in ritardo in 9 delle 11 priorità identificate. Le 11 priorità identificate dal Wef sono state raggruppate in quattro categorie principali, l’ambiente favorevole, il capitale umano, i mercati e l’innovazione.

Le principali fragilità e carenze riscontrate in Italia

A fronte dell’eccezionalità della crisi attuale innescata dalla pandemia, quest’anno il World Economic Forum ha sospeso le classifiche tradizionali sul grado di competitività dei Paesi. Questo, “per delineare le priorità per la ripresa e il rilancio – si legge nel report – e fornire una valutazione di come i Paesi sono pronti per una trasformazione economica verso sistemi che combinano produttività, capitale umano e ambiente”. In ogni caso, tra le principali fragilità e carenze riscontrate in Italia il Wef individua investimenti in ricerca e sviluppo e in innovazione, ma anche formazione, inclusione e regime fiscale, che secondo il Wef dovrebbe diventare più progressivo.

Nessuno è rimasto indenne all’impatto del Covid

Nel report del Wef, riporta Ansa, viene evidenziato che Paesi con economie digitali avanzate, robuste reti di sicurezza sociale e solidi sistemi sanitari, hanno gestito la pandemia in modo più efficace, anche se nessuno è rimasto indenne all’impatto del Covid. “Il Wef ha incoraggiato a lungo i responsabili politici ad allargare la loro attenzione oltre la crescita a breve termine” commenta il presidente Klaus Schwab spiegando che “questo rapporto chiarisce le priorità per rendere le economie più produttive, sostenibili e inclusive quando si esce dalla crisi. La posta in gioco per trasformare i nostri sistemi economici non potrebbe essere più alta”.

L’Italia resta in coda fra i maggiori Paesi industrializzati

Tra le economie meglio preparate ci sono Svezia, Finlandia Olanda, Nuova Zelanda, Svizzera, mentre l’Italia resta in coda fra i maggiori Paesi industrializzati con un punteggio di appena 51,9 su 100. Restando in Europa, la Germania ottiene un giudizio pari a 62,9, la Francia a 62,7 e anche Spagna e Portogallo si piazzano meglio attestandosi rispettivamente su 56,5 e 56,1. Secondo il report i due aspetti in cui l’Italia è relativamente meglio preparata sono la disponibilità al quadro della concorrenza e agli incentivi a dirigere le risorse finanziarie verso investimenti e inclusione a lungo termine. 

In Italia è operativa la blockchain del mondo bancario

Spunta Banca DLT (Distributed ledger technology), il progetto promosso dall’ABI e coordinato da ABI Lab, è in vigore per la rendicontazione dei conti reciproci. Questo processo interbancario è stato spostato da una modalità tradizionale con scambi di telefonate e messaggi, a una tecnologia basata su registri distribuiti per la rendicontazione dei conti reciproci. E in Italia è quindi operativa la blockchain del mondo bancario, e da ottobre sono su Spunta, la rete di nodi, circa 100 banche. È dunque ormai pienamente funzionante l’autostrada tecnologica su cui possono contare il settore bancario e l’Italia. Le competenze acquisite nella realizzazione di una infrastruttura a governance distribuita rendono le banche italiane disponibili a partecipare a progetti e sperimentazioni su una moneta digitale di Banca centrale europea.

La spunta interbancaria

La blockchain, intesa anche come tecnologia di registri distribuiti (Dlt), permette che un grande database possa essere ripartito e distribuito su più nodi, ossia su più macchine collegate tra loro. Ciò consente un diverso modo di pensare e progettare le modalità di relazione e lo scambio tra i partecipanti. Con il progetto Spunta Banca DLT, l’Associazione bancaria italiana ha portato concretamente la blockchain nel mondo bancario italiano, attraverso una infrastruttura per le banche operanti in Italia che in futuro potrà ospitare anche altre applicazioni. Con la blockchain di Spunta le banche hanno a disposizione una via per possibili sviluppi futuri. Finora la spunta è stata basata su registri bilaterali, con un basso livello di standardizzazione e modalità operative non avanzate. L’applicazione di un processo basato sulla blockchain Dlt rende possibile la standardizzazione del processo e del canale di comunicazione unico, e consente di avere una completa visione sulle transazioni tra le parti interessate.

Sostenere un carico di 8,4 miliardi di transazioni

Grazie all’algoritmo di abbinamento delle operazioni, discusso e condiviso dal gruppo di lavoro, il tasso di riscontro automatico è del 97,6%. A partire dal primo marzo l’infrastruttura Spunta ha elaborato 204 milioni di transazioni per le 55 banche migrate nelle prime due scadenze. Per poter effettuare tutte le elaborazioni è stata necessaria solo un’ora di notte. Se questa macchina elaborasse casi più complessi, lavorando a pieno regime, è stato stimato che potrebbe sostenere un carico di 8,4 miliardi di transazioni. Per dare un termine di paragone, la blockchain di bitcoin in tutto l’anno 2019 ha gestito 117 milioni di transazioni.

Le banche di Spunta sono pronte a effettuare test di fattibilità per l’euro digitale

L’euro digitale, ossia una Central Bank Digital Currency (CBDC), può richiedere sperimentazioni per velocizzare la messa in opera di un’iniziativa di livello europeo, e le banche di Spunta sono pronte a effettuare test di fattibilità per il mondo bancario e finanziario europeo. Sarà quindi esaminata la possibile estensione dell’applicazione a livello internazionale.

Italiani e cintura di sicurezza, non tutti la usano

L’Italia si conferma agli ultimi posti in Europa per il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza sui sedili degli autoveicoli fino a 3,5 tonnellate, ovvero automobili e furgoni. Sui sedili anteriori i tassi di utilizzo delle cinture di sicurezza sono più alti in Germania, Svezia, Gran Bretagna ed Estonia, mentre in Croazia, e in Italia sono più bassi. Peggio ancora sui sedili posteriori, dove indossare la cintura di sicurezza in Paesi come la Serbia e l’Italia è ancora eccezionale.

Indossarle sui sedili posteriori? In Italia solo il 15%

Le ultime statistiche europee sono state pubblicate da ETSC (European Transport Safety Council) nel 2015, dove nel confronto tra i vari Paesi europei l’Italia ne esce decisamente male.  Secondo il rapporto il 98% dei passeggeri in Germania, Svezia, GB ed Estonia si allaccia le cinture di sicurezza sui sedili anteriori, mentre i tassi di utilizzo rimangono al 61% in Croazia, al 62% in Italia, al 74% in Serbia, all’82% in Lettonia e all’83% in Ungheria. E le disparità tra i Paesi sono maggiori quando si tratta di indossarle sui sedili posteriori. Qui si va dal 98% in Germania e Repubblica Ceca all’1% in Croazia. Indossare la cintura di sicurezza sui sedili posteriori è ancora eccezionale in Serbia (7%), in Italia (15%) e in Lituania (33%). In ogni caso, il maggiore aumento negli ultimi cinque anni nel tasso di utilizzo delle cinture di sicurezza posteriori è stato registrato in Austria, Estonia, Repubblica Ceca, Danimarca e Svezia.

Aumenta il rischio di morte per sé e per gli altri occupanti del veicolo

Gli occupanti dell’auto sottovalutano ampiamente le conseguenze del mancato utilizzo delle cinture di sicurezza. I passeggeri dei sedili posteriori senza cintura aumentano significativamente il rischio di morte per sé stessi e per gli occupanti con cintura sui sedili anteriori. Per evidenziare la gravità della situazione e sensibilizzare l’utenza, l’Unasca (Associazione Nazionale Autoscuole) e l’Efa (Federazione Europea di Autoscuole) in collaborazione con la ong greca Rsi (Road Safety Institute) hanno prodotto il remake di un video messaggio molto forte di fine anni ’90, riportante le conseguenze sugli occupanti di un veicolo a seguito del mancato utilizzo delle cinture di sicurezza sui sedili posteriori degli autoveicoli, riporta Askanews.

“Gli italiani proprio non ne vogliono sapere” “Gli italiani proprio non ne vogliono sapere di allacciare la cintura di sicurezza sui sedili posteriori. È singolare che a quasi 30 anni dall’introduzione dell’obbligo di indossare le cinture di sicurezza per tutti gli occupanti dei veicoli, ancora oggi gli automobilisti ci chiedano da quando sia stata introdotta questa norma – commenta Manuel Picardi, Segretario Generale EFA, e componente Segreteria nazionale UNASCA -. Il senso di protezione che ha un passeggero trasportato sui sedili posteriori è inversamente proporzionale al reale rischio a cui si sta esponendo gli occupanti dei sedili anteriori. In caso di un brusco rallentamento, lo spostamento in avanti di un corpo umano non adeguatamente fissato ai sedili può comportare gravi conseguenze”.

Crisi Covid-19, 1 lavoratore su 2 teme di essere licenziato

Il Coronavirus rende critica la situazione occupazionale. Entro la fine del 2020 nel nostro Paese il tasso di disoccupazione raggiungerà il 12,4%. Dopo 4 anni di miglioramenti, secondo il documento sulle Prospettive sull’occupazione 2020 presentato dall’Ocse, in caso di una seconda ondata di contagi il rischio concreto di una disoccupazione “strutturalmente a livelli elevati nel medio e lungo periodo” sembra plausibile. E se il Decreto di agosto proroga il divieto di licenziamento collettivo o per motivi economici senza fissare una data di scadenza, pone altrettanti “paletti” con cui le aziende possono aggirarlo. La paura di ritrovarsi senza lavoro si sta perciò diffondendo tra i dipendenti italiani.

Il 51% dei lavoratori teme di perdere il posto

A fare luce su questo timore è un sondaggio Swg realizzato durante gli ultimi giorni di luglio su un campione rappresentativo della popolazione. Secondo la ricerca il 51% dei lavoratori teme licenziamenti, e oltre la metà degli intervistati ritiene probabile la perdita del posto di lavoro. Se da una parte il 49% dei lavoratori ha la certezza di essere collocato in un’azienda o in un ente solido, il 32% dei dipendenti pensa che nella propria azienda probabilmente ci saranno dei licenziamenti. Il 17% degli intervistati è più pessimista, temendo di poter essere coinvolto in prima persona negli esoneri, mentre il restante 2% afferma di essere già stato licenziato. E le previsioni dell’Ocse dimostrano che questi timori non sono infondati.

Agire rapidamente per aiutare i giovani a mantenere il legame con il mercato del lavoro

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sottolinea l’importanza di “agire rapidamente per aiutare i giovani a mantenere un legame con il mercato del lavoro, ad esempio riprendendo e rinnovando significativamente il programma Garanzia giovani, o varando ulteriori incentivi all’assunzione”. Al singolo lavoratore che intravede la possibilità di essere licenziato, invece, è bene consigliare di non farsi cogliere del tutto impreparato di fronte a un eventuale esonero.

Come prepararsi ad affrontare un eventuale licenziamento

“Esistono settori esposti a un rischio maggiore, come ad esempio il turismo, la ristorazione e il piccolo commercio – spiega Carola Adami, CEO della società di selezione del personale Adami & Associati -. Chi ritiene probabile che la propria azienda sia costretta a mettere in campo dei licenziamenti dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di sondare il mercato del lavoro, di aggiornare il curriculum vitae, di ottimizzare la propria immagine online e di intraprendere dei percorsi di aggiornamento di formazione”. Insomma, secondo la recruiter conviene prepararsi in anticipo in modo da affrontare al meglio e in modo rapido un eventuale licenziamento

Nei primi quattro mesi dell’anno frenano le erogazioni di credito al consumo

Nei primi quattro mesi del 2020 i flussi di credito al consumo registrano un deciso calo, specie per i finanziamenti finalizzati per auto/moto (-39%) e i prestiti personali (-32%). Contrazioni più contenute per il credito veicolato tramite carte opzione/rateali (-16.4%) e per la cessione del quinto dello stipendio/pensione (-17.2%). Nello stesso periodo le erogazioni di mutui immobiliari calano del -9,3%, mentre crescono gli altri mutui (+46.3%), trainati dal boom delle surroghe. Il livello di rischiosità del credito a fine 2019 ha registrato poi un lieve aumento per i prestiti al consumo, rimanendo stabile nei primi tre mesi del 2020. Si tratta dell’analisi compiute dalla 48a edizione dell’Osservatorio sul Credito al Dettaglio, realizzato da Assofin, CRIF e Prometeia. Che dopo le difficoltà del 2020 nel biennio successivo indica una graduale ripresa della crescita dei flussi di credito al consumo.

I canali di distribuzione del credito alle famiglie

Per quanto riguarda la distribuzione dei prodotti di credito alle famiglie, credito al consumo e mutui immobiliari, si osserva un ridimensionamento della quota dei flussi distribuiti tramite sportello bancario, a favore di quella dei volumi intermediati attraverso le reti di agenti e brokers. Questo, a seguito della riorganizzazione delle reti distributive delle banche che ha portato alla razionalizzazione del numero di sportelli/filiali. Anche il canale online si espande, per via dell’accelerazione del processo di digitalizzazione sia della domanda sia dell’offerta, e per effetto dell’aumento dell’e-commerce

I mutui immobiliari

I mutui immobiliari dopo il calo del 2019 (-9.2%) nei primi 4 mesi del 2020 risultano ancora in calo nella componente acquisto, anche a seguito dello stop alle compravendite immobiliari residenziali indotto dall’emergenza sanitaria.

Gli altri mutui (aggregato che comprende prevalentemente surroghe) fanno invece registrare una crescita del +46.3%, trainati dai mutui di surroga che hanno fatto segnare un vero e proprio boom (+135.5% nel primo trimestre del 2020), proseguito anche dopo il diffondersi della crisi sanitaria. Dati i tassi di riferimento ai minimi, le surroghe sono ancora estremamente vantaggiose. Ma l’andamento riflette anche la maggiore competitività tra le banche e la crescente digitalizzazione dei servizi, che ha permesso la realizzazione delle operazioni di surroga anche nel periodo di chiusura delle filiali.

Le prospettive fino al 2022

Il rischio di credito non ha ancora risentito dello shock economico che ha investito il Paese.  Le previsioni per il 2020 e il successivo biennio presentate dall’Osservatorio indicano che dopo le difficoltà dovute agli impatti della pandemia, i flussi di credito alle famiglie riprenderanno a crescere, anche grazie alla ripresa del quadro macroeconomico che alimenterà la domanda e a condizioni ancora favorevoli di funding. Nel successivo biennio ci si aspetta quindi un progressivo recupero dei consumi, soprattutto nella componente dei beni durevoli, che sosterrà le erogazioni di prestiti al consumo.

Finita l’emergenza, gli italiani hanno voglia di shopping “fisico”

Benissimo lo shopping online, ancora di salvezza e prassi abituale per una larghissima fetta di italiani durante le settimane di lockdown. Però i nostri connazionali hanno voglia di tornare a fare acquisti nei negozi fisici, pur con tutta una serie di esigenze e timori in merito alla sicurezza. In questo contesto, anche emotivo e continuamente in cambiamento, i negozi devono farsi trovare pronti per soddisfare i nuovi bisogni dei consumatori, puntando sul fattore umano ma anche sulle nuove tecnologie digitali. Ora, in giorni in cui il Paese sta scaldando i motori per ritornare alla tanto agognata normalità, anche il settore retail prova a ripartire.

I nuovi consumatori: igiene e sicurezza sono elementi prioritari

L’identikit di questi nuovi consumatori, ancora un po’ scossi dall’emergenza sanitaria, è stato tracciato dalla società di ricerche Gfk, che dallo scorso febbraio ha attivato un monitoraggio settimanale sugli effetti del coronavirus sui mercati, i consumatori e i media che ha messo in luce tra le altre cose le nuove aspettative dei consumatori rispetto al mondo Retail. Anche se nelle ultime settimane le vendite online sono cresciute in maniera significativa per effetto del lockdown, il 63% degli italiani desidera ancora acquistare nel negozio fisico. Un aspetto fondamentale per attirare nuovamente il consumatore in negozio sarà quello di puntare sulla sicurezza. Infatti, secondo le indagini GfK, il 68% degli italiani ha intenzione di frequentare i negozi in grado di garantire le massime condizioni di igiene e sicurezza. “Comunicare e trasmettere un senso di sicurezza sarà fondamentale per avere visitatori, ma bisognerà anche trovare nuovi modi per rendere gratificante la visita in store, che può essere depotenziata dai dispositivi di protezione (mascherine, guanti, gel per le mani, distanziamento…)” spiega la ricerca.

Tra contatto umano e tecnologie

Il monitoraggio ha messo in evidenza anche cosa si aspettano i consumatori dall’esperienza in negozio nel post coronavirus: un’indicazione preziosa per tutti i punti vendita che vogliono ritornare ad accogliere i loro clienti. Le rilevazioni di Gfk rivelano che la platea dei consumatori italiani è divisa a metà. Da una parte ci sono quelli che aspirano a ritrovare e riscoprire il contatto umano all’interno dei negozi (49%) attraverso la presenza di personale, assistenza in negozio o promoter; dall’altra parte, invece, c’è una maggioranza che invece preferirebbe trovarvi un maggiore utilizzo di tecnologie digitali (51%), compresi gli assistenti virtuali e i sistemi di intelligenza artificiale. Tutti elementi in grado di aiutare a mantenere un elevato livello di sicurezza nel punto vendita.