Attese e desideri sulla casa delle famiglie italiane nel 2021

Il Covid ha avuto un effetto dirompente sulle abitudini degli italiani, coinvolgendo due temi chiave del Paese, la casa e la famiglia, strettamente connessi con il welfare e il risparmio, pilastri della società. È lo scenario complesso e in divenire che emerge dal Rapporto Nomisma “La Casa e gli Italiani”, secondo cui le famiglie italiane sognano un nuovo modello di abitare. Si tratta di un modello che tenga conto dei forti cambiamenti portati dalla pandemia, ovvero l’accelerazione digitale che sta caratterizzando la collettività, una nuova domanda di socialità ma anche l’imprevedibilità che il Covid ha reso fortemente attuale. Ma i rischi di una diffusa “miopia familiare” possono portare a scelte non basate sulle reali possibilità di acquisto di una abitazione.

Ricerca di nuovi spazi, nuove modalità di lavoro e nuovi modelli di vita

“Ricerca di nuovi spazi in seguito all’isolamento forzato, nuove modalità di lavoro come lo smart working, nuovi modelli di vita e una maggiore attenzione all’ambiente: sono questi i principali effetti che il Covid ha prodotto sull’abitare – dichiara il Senatore Gilberto Pichetto Fratin, vice Ministro  dello Sviluppo Economico -. La pandemia ha evidenziato il ritorno a una voglia di proprietà nuova e diversa dal passato, dalla fase della grande inurbamento che aveva portato allo svuotamento dei piccoli centri, ma anche sottolineato le difficoltà degli anziani, dei giovani e di altre categorie”.

Ottimismo o miopia familiare?

Nonostante la più grande crisi del dopoguerra, le evidenze restituiscono una apparente “tenuta” delle famiglie italiane: solo 1 su 4 ha avuto un calo del reddito.
In questo senso è più comprensibile il perdurare di una certa “miopia familiare”, secondo cui per il 76% degli italiani ci saranno possibili difficoltà del sistema economico, ma solo per il 46% tali difficoltà potranno avere ripercussioni nel proprio perimetro familiare.
“Tale miopia, unita a una comunicazione pubblica orientata alla rassicurazione a prescindere, potrebbe non consentire una visione equilibrata e rischia di indurre molti nuclei a scelte poco razionali, in relazione alla propria condizione socio-economica, soprattutto quando per tutti arriverà il conto da pagare del debito accumulato”, osserva Marco Marcatili, Responsabile Sviluppo Nomisma.

Propensione al risparmio e intenzioni di acquisto

Sul fronte del risparmio diminuisce la quota di famiglie che non riesce a risparmiare, che passa dal 28,8% al 23,4%, con punte del 65% tra i capifamiglia con età comprese tra 35-44 anni, del 78% tra i lavoratori autonomi, del 67% tra gli imprenditori. Al contempo, il 48,2% dichiara di aver risparmiato in modo simile rispetto al passato e il 7,6% di aver accresciuto la capacità di accantonamento. 
Nomisma poi classifica il popolo dei potenziali acquirenti in tre categorie: gli “equipaggiati”, 1 milione di famiglie (3,9%) con un reddito adeguato e possono garantire una domanda in sicurezza, gli “incauti” (1,8 milioni, 7%) che presentano un reddito appena sufficiente a soddisfare le esigenze primarie, e gli “sprovveduti” (504 mila famiglie, 1,9%) che pur avendo una insufficienza reddituale non si fanno problemi e intendono comprare casa.

Cosa mangiano gli italiani guardando le partite degli Europei 2021?

Il Campionato europeo di calcio UEFA 2021, iniziato venerdì 11 giugno, ha visto l’Italia impegnata fin dalla prima giornata nella sfida contro la Turchia. Con l’inizio della competizione europea, e con l’allentamento delle restrizioni per il contenimento della pandemia, è tornata anche l’abitudine degli italiani a guardare le partite insieme in casa. Ma cosa mangiano gli italiani in queste serate all’insegna del calcio? Quali prodotti entrano nel loro carrello della spesa? Complici anche le restrizioni legate al Covid-19, che limitano ancora il numero di persone che possono accedere ai locali al chiuso, molti italiani si sono organizzati per vedere le partite della Nazionale comodamente in casa propria. E sicuramente in queste occasioni non manca qualcosa da bere e mangiare in compagnia di amici e parenti, per vivere al meglio l’emozione di queste serate di inizio estate.

Cosa comprano e cosa consumano le famiglie durante le partite?

Cosa comprano e cosa consumano le famiglie italiane durante le partite degli Europei? GfK ha cercato di rispondere a questa domanda analizzando i consumi rilevati attraverso il proprio Consumer Panel in occasione dell’ultima edizione dei campionati Europei, tenutasi nel 2016. Gli Europei 2016 avevano trainato la crescita di penetrazione per molte categorie del Largo Consumo, dalle bevande, alcoliche e analcoliche, allo snacking salato, come pop-corn, frutta secca, grissini, e patatine. Ma anche i dolci confezionati e gli ingredienti per prepararli in casa, come preparati per torte, lievito di birra, mascarpone. Interessante notare come tra i prodotti che nel 2016 crescevano in penetrazione ci fossero anche gli ingredienti per la classica pasta al pomodoro.

Monitorare i consumi per capire come cambiano le abitudini

È importante monitorare i consumi degli italiani durante questa edizione degli Europei, per capire come sono cambiate le loro abitudini nel corso degli anni, e se magari è possibile notare qualche nuovo trend emerso per effetto della pandemia da Covid-19.
“Le grandi manifestazioni sportive sono un’ottima occasione per generare Penetrazione, che è il principale driver di crescita di mercati e brand del Largo Consumo – commenta Marco Pellizzoni, Commercial Lead Consumer Panels di GfK Italia -. Per le aziende è fondamentale sfruttare al meglio questo momento attraverso attività mirate di comunicazione e in store, per generare prove di prodotto (Trial) da consolidare in seguito alla fine della manifestazione”.

Creare efficaci selling stories basate sui comportamenti reali dei consumatori

“Ma non solo – continua Marco Pellizzoni -: in un settore come il Calcio che oggi ha più che mai bisogno di re-inventarsi, diventa fondamentale per Aziende, Retailers, Squadre di Calcio, Associazioni di Club e Federazioni capire le effettive opportunità e creare efficaci selling stories basate sui comportamenti reali dei consumatori, come quelli rilevati attraverso il Consumer Panel GfK”. 

Smartphone, quasi 19,5 milioni di italiani lo usano a letto

Lo smartphone ormai ci accompagna durante tutta la giornata, ed è un “compagno” a cui non possiamo più rinunciare. Tanto che quasi un italiano adulto su 2, circa 19,5 milioni di persone, dichiara di utilizzare il cellulare anche a letto. Un po’ meno, quasi 11 milioni (25,2%), chi addirittura ammette di portarselo anche in bagno. E se forse non si dovrebbe sono tanti anche coloro che ammettono di usare il dispositivo mentre sono al lavoro: a dichiararlo il 20% del campione di un’indagine condotta da Facile.it. Una percentuale corrispondente a 8,7 milioni di individui. Ma sono quasi 2 milioni (4,6%) anche coloro che usano lo smartphone a tavola, percentuale che quasi raddoppia nella fascia di età 35-44 anni (8,5%).
Non stupisce, quindi, come molti utilizzino il cellulare anche in macchina, sostituendolo al navigatore. A usarlo per questo scopo sono più di 8,3 milioni di persone.

Le paure più comuni: perderlo o essere spiati
Sebbene la paura più diffusa legata al cellulare sia quella di perderlo, e con esso i contenuti al suo interno, indicata da più di 19,7 milioni di rispondenti (45,2%), 2,7 milioni di italiani (6,2%) sono preoccupati che il partner o i genitori possano accedere di nascosto ai contenuti presenti sul dispositivo. I più timorosi nel lasciare che il proprio partner guardi di nascosto il cellulare sono coloro di età compresa tra i 45 e i 54 anni (8,5%). I giovani appartenenti alla fascia anagrafica 18-24 anni, invece, sono i più preoccupati nel far curiosare i genitori: rispetto a un valore italiano del 2,3%, la percentuale raggiunge addirittura l’8,2%.

I comportamenti errati più diffusi
Quanto ai comportamenti errati adottati da coloro che possiedono uno smartphone, più di un intervistato su 5 (9,6 milioni) ammette di non effettuare mai il backup dei dati, mentre 8,5 milioni dichiarano di aver impostato un PIN molto comune, o di non averlo impostato affatto.
Addirittura, più di 3 milioni di persone (7,2%) hanno memorizzato il PIN della carta di credito o della SIM direttamente nella rubrica del cellulare, comportamento molto pericoloso nel caso in cui il dispositivo venga perso o rubato. La percentuale arriva addirittura fino all’11,2% tra coloro che hanno un’età compresa fra 18 e 24 anni.

Per cosa viene utilizzato il cellulare?
Al netto delle telefonate e dei messaggi, che si posizionano in cima alla lista, più di 21,8 milioni di individui (50%), ammettono di usarlo per i social network, mentre più di 20,7 milioni (47,6%) per fare fotografie. Non sorprende scoprire, inoltre, come lo smartphone venga frequentemente usato anche come fonte di informazione, sia attraverso social network o siti specializzati (33,9 milioni di persone, 77,9%). Un utilizzo aumentato molto durante l’anno di pandemia, tanto che più di 6 italiani su 10 (64,5%, 28 milioni) dichiarano di aver incrementato l’uso del device proprio per informarsi. Sono quasi 14 milioni (31,9%), poi, coloro che indicano la gestione delle finanze personali come uno dei motivi per cui utilizzano maggiormente il cellulare.

A maggio 2021 sono 389mila le entrate previste dalle imprese

Sebbene in un quadro di incertezza si registrano una ripresa dell’attività economica globale e degli scambi commerciali, sostenuti soprattutto da Cina e USA.

Il clima di maggior fiducia delle imprese, dovuto ai recenti allentamenti delle restrizioni anti-Covid, produce quindi per il mese di maggio una crescita dei contratti sul mese precedente che risultano pari a +84mila, con un tasso di crescita del 27,5%. Le assunzioni programmate dalle imprese per il mese di maggio 2021 sono oltre 389mila, e nell’arco del trimestre maggio-luglio sfiorano 1,27 milioni. È quanto emerge dal Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, secondo cui aumenta anche la quota di imprese che programmano assunzioni, che passano dal 9% di aprile al 12% di maggio.

Cercano nuovo personale i settori del Made in Italy più vocati all’export

Sono alla ricerca di nuovo personale i settori del Made in Italy maggiormente vocati all’export, come la meccatronica e la metallurgia (rispettivamente 20mila e 16mila assunzioni programmate), l’alimentare e il sistema moda (entrambe con 11mila assunzioni) e la chimica-farmaceutica-gomma-plastica (9mila).

In generale, i contratti programmati dalle imprese dell’industria per maggio sono oltre 127mila. Elevata anche la domanda di lavoro delle imprese del comparto costruzioni che si attesta su circa 46mila assunzioni. Oltre 262mila sono invece i nuovi contratti previsti dalle imprese che operano nei servizi, in particolare nella ristorazione e nella filiera del turismo (oltre 67mila ricerche di personale), nelle attività ricreative, culturali e altri servizi alla persona (circa 50mila) e nelle attività commerciali (circa 46mila).

Le figure professionali più ricercate 

Secondo il Borsino Excelsior di maggio 2021 le figure più ricercate sono le professioni qualificate nelle attività commerciali e dei servizi, con oltre 106mila ingressi. A seguire, gli operai specializzati (oltre 72mila ingressi), con un’elevata richiesta di addetti alle costruzioni (oltre 31 mila fra operai specializzati in costruzione, mantenimento e rifinitura) e meccanici, montatori, riparatori e manutentori di macchinari (oltre 10mila). In termini tendenziali, rispetto a maggio 2019 cresce la domanda soprattutto per le professioni a più elevata specializzazione (oltre 20mila entrate, con un tasso di crescita del 7,5%), in particolare per ingegneri (+7,9%) e specialisti in gestione (+7,4%). In aumento anche la domanda di tecnici in campo informatico (+25,8%) e ingegneristico (+19,8%), e per la gestione dei processi produttivi (+55,7%).

Mezzogiorno e Nord Est +26mila e +24mila ingressi previsti

Sul territorio si osserva come siano il Mezzogiorno, dove sono maggiori le attese per il settore turistico, e il Nord Est manifatturiero le aree con il più elevato incremento sul mese precedente delle entrate programmate. Rispettivamente, le due aree contano +26mila e +24mila ingressi previsti, sebbene proprio nel Mezzogiorno si registri ancora il più ampio divario rispetto ai livelli occupazionali di maggio 2019.

Come cambia la geografia delle città (e della vita) con la pandemia

Porti e stazioni svuotati: i luoghi lontani sembrano non esistere più. La libertà e la facilità di viaggiare, tra i fondamenti della contemporaneità, sembrano essere scomparse. Gli aeroporti hanno ridotto al minimo le loro operazioni. Tra marzo e dicembre 2019, 38 milioni di passeggeri sono transitati per l’aeroporto di Roma Fiumicino: nello stesso periodo del 2020, il numero è precipitato a 4,6 milioni. Malpensa è passata da 25 milioni di passeggeri a 3,6 milioni nel 2020.  Anche i treni ad alta velocità sono stati fortemente colpiti dalle misure anti contagio, con il conseguente crollo del turismo e dei viaggi d’affari. I passeggeri sui treni ad alta velocità di Trenitalia, che avevano visto una crescita significativa – dai 6,5  milioni del 2008 ai 40 milioni nel 2019 – hanno invece segnato una decisa contrazione, e l’offerta è stata notevolmente ridotta. Ad esempio la tratta Roma-Milano è scesa a 32 corse quotidiane in ogni senso di marcia, contro le 65 corse del 2019. 

Niente più turisti e attività culturali

Ovviamente tutte le limitazioni hanno colpito duro anche sul settore del turismo, tra i più segnati dalla pandemia. I dati provvisori, relativi alle presenze negli esercizi ricettivi del Paese nei primi nove mesi del 2020, testimoniano un dimezzamento dei volumi complessivi (-50,9% rispetto allo stesso periodo del 2019), con un crollo della domanda straniera (-69%) e un ridimensionamento rilevante del turismo interno (-33%). Allo stesso modo, le attività culturali si sono dovute fermare: i musei statati hanno visto i loro incassi passare dai 240 milioni di euro del 2019 ai 60 milioni del 2020. Per i cinema il calo è stato del 73%, mentre per i concerti quasi del 90%.

Come cambia la vita

Durante il lockdown il 56,4% degli occupati ha potuto continuare a svolgere la propria attività da remoto, mentre l’80% degli studenti italiani (6,7 milioni) ha seguito lezioni a distanza. Il 71,7% delle famiglie ha effettuato acquisti online, circa un terzo degli italiani ha utilizzato servizi di food delivery, circa la metà ha seguito dirette streaming. E sono 43 milioni gli italiani (l’84,3% dei maggiorenni) rimasti in contatto con amici e parenti grazie ai sistemi di videochiamata (3 milioni lo hanno fatto per la prima volta). Anche in questo mondo “casalingo”, però, è cresciuta la voglia di outdoor e pure una sensibilità green: le amministrazioni locali hanno ampliato l’offerta di percorsi ciclabili attraverso le 2ciclabili pop-up”: quasi 200 chilometri di ciclabili leggere nate quest’anno. E’ esploso anche il fenomeno dei monopattini: quelli offerti in sharing sono passati da 4.900 a 27.150 tra dicembre 2019 e settembre 2020.

Export lombardo, segnali di fiducia nell’ultimo trimestre

Se, in linea con l’andamento nazionale (-9,7%), il 2020 si è chiuso con una marcata contrazione dell’export lombardo (-10,6%), nell’ultimo trimestre dell’anno si intravedono segnali positivi. Dopo essere scese a 24 miliardi nel secondo trimestre, le esportazioni della regione sfiorano i 32 miliardi e registrano un incremento del 13,6% rispetto al trimestre precedente. Secondo il rapporto di Unioncamere Lombardia sul commercio estero lombardo nel 4° trimestre 2020, la seconda ondata della pandemia non ha fermato le attività produttive, e la ripresa avviata nei mesi estivi è proseguita, consentendo un ulteriore recupero degli scambi con l’estero. In particolare per mezzi di trasporto (+13,2% tendenziale), prodotti alimentari (+3,1%), computer e apparecchi elettronici (+2,4%), e sostanze e prodotti chimici (+1,9%).

Le dinamiche settoriali a confronto

Continuano invece a registrare forti perdite tendenziali i prodotti tessili, pelli e accessori (-16,6%), gli altri prodotti (-9,5%) e gli articoli farmaceutici (-7,8%). Complessivamente per il 2020 si registra, invece, una contrazione dei valori diffusa a quasi tutte le tipologie di prodotto, con in positivo solo gli articoli farmaceutici (variazione annua +7,6%) e gli alimentari (+1,3%). Variazioni annue negative, ma ancora contenute, per computer, apparecchi elettronici e ottici (-5,7%), sostanze e prodotti chimici (-7,4%) e gomma e materie plastiche (-9,1%). Le contrazioni più consistenti riguardano prodotti tessili, pelli e accessori (-19,7%), l’aggregato degli altri prodotti (-15,7% in prevalenza mobili), i mezzi di trasporto (-15,1%), i metalli di base e prodotti in metallo (-13,2%) e macchinari ed apparecchi (-12,1%).

I flussi verso i mercati esteri

Nonostante l’emergenza sanitaria abbia influito negativamente sull’economia mondiale anche nell’ultimo quarto dell’anno, gli scambi commerciali tra alcuni paesi si sono mantenuti dinamici, consentendo una svolta tendenziale positiva. Ciò nonostante le perdite per l’intero 2020 restano consistenti verso tutte le aree. L’export verso i paesi della Ue ha perso il 10,6%, soprattutto per la contrazione dei flussi verso Germania (-10,9%), Francia (-12,8%), Spagna (-12,7%) e Regno Unito (-14,5%). Svizzera (-4,8%), Russia (-15,3%) e Norvegia (-21,2%) determinano il risultato negativo per i paesi europei non Ue (-7,4%). Forti contrazioni si registrano per l’export verso l’America settentrionale (-6,8%), mentre l’export verso l’Asia orientale (-8,7%) sconta le forti contrazioni dei flussi verso Hong Kong (-22,3%) e Giappone (-15,3%), ma registra una perdita contenuta verso la Cina (-0,5%). L’Asia centrale ha ridotto i valori del 20,4% con il maggior contributo negativo da parte dell’India (-19,9%).

Migliorano anche le importazioni

Anche le importazioni lombarde mostrano un miglioramento del quadro congiunturale a fine anno (+17,2%) e nel trimestre tornano sopra i 33 miliardi. La variazione tendenziale è ancora negativa (-2,8%), ma contenuta. Complessivamente il 2020 registra un calo delle importazioni lombarde in valore dell’11,0%, fermandosi a 119 miliardi di euro contro i 134 miliardi importati negli anni precedenti. I risultati dei valori di import ed export portano nel quarto trimestre a un incremento del deficit commerciale della Lombardia, che si attesta a 1,1 miliardi di euro. Complessivamente però il 2020 chiude con un saldo positivo di 81 miliardi di euro.

Lombardia, negozi chiusi per quattro mesi. L’allarme di Confesercenti

A causa del Covid-19 in Lombardia i pubblici esercizi sono stati chiusi per quattro mesi, e l’Italia è tornata ai livelli di spesa di oltre vent’anni fa. Insomma, da emergenza sanitaria a catastrofe economica. Per l’economia e le imprese, il bilancio di Confesercenti del primo anno di pandemia è un vero e proprio bollettino di guerra. Dal primo lockdown della primavera scorsa alla seconda ondata di contagi, i dodici mesi di convivenza forzata con il virus sono costati all’Italia una riduzione di 183 miliardi di euro del Pil, e una riduzione di 137 miliardi per i consumi, di cui 36 da addebitare all’assenza di turisti. In pratica, abbastanza da riportare la spesa ai livelli del 1997, un passo indietro di 24 anni.

L’impatto della crisi colpisce soprattutto bar e ristoranti

È quanto emerge dal dossier Le imprese nella pandemia: marzo 2020 – marzo 2021, predisposto da Confesercenti a un anno di distanza dal primo lockdown per fare il punto sull’impatto della crisi generata dalla pandemia sul sistema economico. Se nel periodo da marzo 2020 a marzo 2021 i pubblici esercizi in Lombardia sono stati chiusi per un totale di 123 giorni, su una media nazionale di 119, l’impatto della crisi potrebbe essere particolarmente forte per le imprese attive come bar e ristoranti (-51.085 a fine 2021) e negozi di abbigliamento (-14.881). Più in particolare, in Lombardia, questo si potrebbe tradurre in un potenziale decremento di -7.589 unità attive come pubblici esercizi e di -1.715 negozi di commercio e moda.

Nel 2021 a rischio circa 2 milioni posti di lavoro

In questi dodici mesi le imprese hanno perso 148 miliardi di euro di valore aggiunto, di cui 65 ascrivibili al commercio, gli alberghi e la ristorazione. Tra crisi prolungata, e “ristori” ancora insufficienti, le attività economiche sono ormai al limite, bisognose di una terapia intensiva. Si tratta di una catastrofe, sottolinea Confesercenti, che ha già ‘licenziato’ 262 mila lavoratori autonomi, e che non è ancora terminata. Se non arriveranno sostegni adeguati nel 2021 rischiano infatti di cessare la propria attività 450 mila imprese, per una perdita complessiva di circa 2 milioni di posti di lavoro tra dipendenti e indipendenti, di cui la metà nei servizi e nel turismo.

Servono misure economiche tempestive e proporzionate

“Bisogna assolutamente accelerare il piano vaccinale – commenta Andrea Painini, Vicepresidente Regionale di Confesercenti Lombardia – e servono misure economiche tempestive e proporzionate che permettano alle imprese non solo di ‘tamponare’ i danni di quest’ultimo anno, ma di poter sperare di rilanciarsi appena sarà possibile”.

Giovani dal futuro incerto, 1 su 4 è preoccupato per il lavoro

Cresce in maniera esponenziale il senso di precarietà, ma per i giovani italiani che stanno diventando grandi nel bel mezzo della crisi il tema è davvero importante. Vogliono pensare al futuro, avere speranze come tutti a quell’età, ma l’emergenza sanitaria non ancora finita genera in loro grandi preoccupazioni. Così, un giovane su 2 descrive come peggiorata la propria condizione, e uno su 4 è preoccupato soprattutto per il lavoro. La conferma arriva dall’Osservatorio sulle Giovani Generazioni di Flowe, condotto da AstraRicerche, che delinea il futuro post-Covid visto con gli occhi dei 15-30enni.

Forte disillusione verso la società italiana

Il futuro è avvertito dai giovani come incerto, ma per loro resta ferma l’importanza del mondo lavorativo. Il 47,9% considera il lavoro come l’aspetto prioritario per il proprio futuro, superiore anche ad amici (45,4%) e famiglia (44,9%). La disillusione verso la società italiana e lo scoraggiamento verso il mondo del lavoro, avvertito come problematico, complesso, non aperto a sufficienza ai giovani, sono forti: 2 ragazzi su 3 dicono di dover accettare lavori non all’altezza (64,4%) e di vedere la scelta del lavoro all’estero come una necessità (62,7%), mentre un giovane su 3 non è convinto delle scelte che ha fatto per raggiungere gli obiettivi prefissati, riporta Ansa.

L’80,8% è preoccupato per il futuro del mondo

Circa la metà degli intervistati (44,8%) dichiara poi che la situazione è peggiorata rispetto al 2019, prevalgono pessimismo (40%) e paura (38,6%). L’80,8% degli intervistati si dichiara preoccupato per il futuro del mondo, per il proprio futuro (66,4%), per il futuro della famiglia (54,2%). A livello personale preoccupano i problemi economici e di lavoro (25,6%), seguiti da salute (15,8%) e ricadute psicologiche (10,6%), mentre più in generale, la crisi economico-finanziaria internazionale (77,1), il cambiamento dell’economia mondiale (72,8%), la debolezza o l’assenza di relazioni e la solitudine (70,5%), la salute (61,6%) e l’ambiente (55,7%).

Emerge la speranza sul futuro a lungo termine

La speranza sembra però emergere quando si pensa a un futuro a lungo termine. Pensando al futuro fra 5 anni, infatti, l’ottimismo prevale sul pessimismo (38,8%), così come la serenità sulla paura (36,8%). Secondo i giovani i singoli cittadini possono comunque impegnarsi personalmente per affrontare il problema della disoccupazione, principalmente attraverso la formazione scolastica (41,6%), o continuativa e specializzante (59,5%). Per il 64,4% degli intervistati sono tutti chiamati a essere responsabili e ad affrontare le problematiche ambientali, sia attraverso la raccolta differenziata, sia cercando di limitare gli sprechi, facendo acquisti ecologici, e spostandosi con i mezzi pubblici.

Clima di fiducia, a inizio 2021 aumenta per le imprese ma non per i consumatori

Come di consueto, l’Istat rilascia anche per il mese di gennaio il “barometro” che fotografa il clima di fiducia di imprese e cittadini. Certo, non è un momento facile, ma a gennaio 2021 qualche segnale di ottimismo c’è soprattutto da parte delle imprese, mentre le persone fisiche restano ancora titubanti sul futuro che ci aspetta. Tanto che nel primo mese dell’anno si stima una leggera flessione dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 101,1 a 100,7). Di diversa tendenza, invece, il sentiment da parte delle aziende: l’indice composito del clima di fiducia delle imprese aumenta lievemente, da 87,7 a 87,9. Con riferimento alle componenti dell’indice di fiducia dei consumatori, l’Istituto di Statistica segnala che il clima personale e quello futuro sono in peggioramento (da 107,0 a 106,5 e da 105,3 a 103,2 rispettivamente) mentre il clima economico registra una sostanziale stabilità (da 83,5 a 83,4) e il clima corrente aumenta da 98,3 a 99,0.

Imprese, dove peggiora e dove migliora il sentiment

I settori merceologici non sono tutti uguali, e da parte delle aziende italiane ci sono delle differenze anche nel modo di interpretare il futuro. Ad esempio, sempre con riferimento alle imprese, la fiducia è in peggioramento nel settore manifatturiero (da 96,0 a 95,1) e nel commercio al dettaglio (da 88,2 a 87,9) mentre aumenta nei servizi di mercato (da 78,4 a 82,0) e nelle costruzioni (da 136,0 a 138,0).  In relazione alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera migliorano i giudizi sugli ordini ma sia i giudizi sulle scorte di prodotti finiti sia le aspettative sulla produzione sono in peggioramento. Nel settore delle costruzioni i giudizi sugli ordini si deteriorano rispetto al mese scorso, mentre le attese sull’occupazione sono in aumento.

Bene i servizi, meno il commercio

Per quanto attiene ai servizi di mercato, tutte le componenti dell’indice di fiducia sono in miglioramento. Nel commercio al dettaglio, la diminuzione dell’indice è dovuta al peggioramento dei giudizi sulle vendite e all’aumento del saldo delle scorte di magazzino; sono, invece, in deciso aumento le aspettative sulle vendite future. Probabilmente questo giudizio è condizionato dall’aspettativa di avere maggiori libertà nel prossimo futuro, con un maggiore controllo della pandemia e quindi minori vincoli per i negozi. A livello di circuito distributivo, la fiducia cresce lievemente nella grande distribuzione mentre è in calo nella distribuzione tradizionale.

World Economic Forum: Italia indietro per capacità di resilienza e ripresa

La crisi globale generata dalla pandemia da Covid-19 ha sottratto energie e ricchezze a tutte e economie mondiali. Ma nel confronto con gli altri Paesi l’Italia appare indietro nella capacità di resilienza e di ripresa dell’economia. È quanto emerge dal rapporto sulla competitività del World Economic Forum, il Global Competitiveness Report, in cui si rileva che per quanto la maggior parte dei Paesi non sia ancora pronta per la trasformazione, l’Italia è in ritardo in 9 delle 11 priorità identificate. Le 11 priorità identificate dal Wef sono state raggruppate in quattro categorie principali, l’ambiente favorevole, il capitale umano, i mercati e l’innovazione.

Le principali fragilità e carenze riscontrate in Italia

A fronte dell’eccezionalità della crisi attuale innescata dalla pandemia, quest’anno il World Economic Forum ha sospeso le classifiche tradizionali sul grado di competitività dei Paesi. Questo, “per delineare le priorità per la ripresa e il rilancio – si legge nel report – e fornire una valutazione di come i Paesi sono pronti per una trasformazione economica verso sistemi che combinano produttività, capitale umano e ambiente”. In ogni caso, tra le principali fragilità e carenze riscontrate in Italia il Wef individua investimenti in ricerca e sviluppo e in innovazione, ma anche formazione, inclusione e regime fiscale, che secondo il Wef dovrebbe diventare più progressivo.

Nessuno è rimasto indenne all’impatto del Covid

Nel report del Wef, riporta Ansa, viene evidenziato che Paesi con economie digitali avanzate, robuste reti di sicurezza sociale e solidi sistemi sanitari, hanno gestito la pandemia in modo più efficace, anche se nessuno è rimasto indenne all’impatto del Covid. “Il Wef ha incoraggiato a lungo i responsabili politici ad allargare la loro attenzione oltre la crescita a breve termine” commenta il presidente Klaus Schwab spiegando che “questo rapporto chiarisce le priorità per rendere le economie più produttive, sostenibili e inclusive quando si esce dalla crisi. La posta in gioco per trasformare i nostri sistemi economici non potrebbe essere più alta”.

L’Italia resta in coda fra i maggiori Paesi industrializzati

Tra le economie meglio preparate ci sono Svezia, Finlandia Olanda, Nuova Zelanda, Svizzera, mentre l’Italia resta in coda fra i maggiori Paesi industrializzati con un punteggio di appena 51,9 su 100. Restando in Europa, la Germania ottiene un giudizio pari a 62,9, la Francia a 62,7 e anche Spagna e Portogallo si piazzano meglio attestandosi rispettivamente su 56,5 e 56,1. Secondo il report i due aspetti in cui l’Italia è relativamente meglio preparata sono la disponibilità al quadro della concorrenza e agli incentivi a dirigere le risorse finanziarie verso investimenti e inclusione a lungo termine.