I timbra cartellini di Cotini srl

Grazie ad un timbracartellini è possibile fare in modo che i dipendenti debbano segnare il proprio ingresso e uscita dalla sede aziendale ogni volta che devono accedere ai locali in cui si svolge l’attività. Ciò consente di poterle monitorare con grande precisione quelli che sono gli orari di lavoro e  se vi è eventualmente un residuo da recuperare.

Cotini srl commercializza soluzioni di questo tipo ideali sia per grandi che piccole aziende, fornendo a ciascuno una soluzione commisurata in base alla propria realtà. In particolar modo i modelli Cobra-R e Puma sono pensati appositamente per tutte quelle attività in cui vi è grande presenza di polvere e dunque condizioni particolari, riuscendo a lavorare perfettamente anche in questo tipo di ambiente.

Ritardi e anticipi vengono trasmessi direttamente in amministrazione

Esistono da ogni modo modelli di timbracartellini adatti a ogni tipo di specifica necessità ed in grado di adattarsi ad ogni tipo di stanza o ambiente di lavoro, anche polveroso o poco luminoso. Alcuni modelli infatti, rendono particolarmente semplice la lettura dell’orario grazie a numeri bianchi su sfondo nero, così come quelli con display LCD grazie ai quali è possibile leggere chiaramente l’orario anche a distanza di qualche metro.

Tali timbracartellini inoltre, contrassegnano con un asterisco l’orario di ingresso o di uscita dal lavoro nel caso in cui venga registrata una uscita anticipata rispetto l’orario previsto, oppure un ingresso ritardato. In questa maniera si rende più semplice anche il lavoro di chi lavora amministrazione.

Uno strumento in grado di migliorare la produttività

Parliamo dunque di un ottimo strumento in grado di contribuire a migliorare il livello di produttività di ogni ufficio e contemporaneamente rappresentare un ottimo strumento per poter verificare la presenza dei lavoratori in sede e recuperare eventuali ritardi o uscita anticipata che altrimenti non sarebbero state notate. Ogni timbracartellino proposto da Cotini srl infine, comprende anche un casellario da 5 posti e una dotazione di 50 cartellini.

Solo 2 italiani su 10 useranno il Bonus vacanze

Solo 2 connazionali su 10, il 21%, usufruiranno del Bonus vacanze, la misura indirizzata alle famiglie, ma anche alle coppie e ai single, con Isee fino a 40.000 euro.  L’opportunità prevista dal decreto Rilancio di un contributo fino a 500 euro per le famiglie, di 300 euro per le coppie, e di 150 euro per i single che andranno in vacanza nel nostro Paese non sembra attirare gli italiani. Almeno, da quanto emerge dal sondaggio condotto da Swg insieme a Confesercenti su un campione di consumatori distribuiti sul territorio nazionale. Dal sondaggio risulta però che la metà degli intervistati (51%) non ha ancora maturato la decisione di utilizzarlo, mentre il 28% dichiara di essere indeciso in merito.

Mancano informazioni precise su modalità e requisiti per la fruizione

Il Bonus vacanze è per i vacanzieri che prenotano presso strutture ricettive italiane ed è utilizzabile a partire dal primo luglio fino al 31 dicembre 2020, all’80% come sconto immediato sul costo del soggiorno, e al 20% come detrazione. Sarà rimborsato all’albergatore sotto forma di credito d’imposta utilizzabile, senza limiti di importo in compensazione, o cedibile anche a istituti di credito. Ma come mai solo il 21% degli italiani vorrebbe usufruire di questo contributo? Probabilmente è l’incertezza a giocare a sfavore. Come riporta Adnkronos, il recepimento delle informazioni su come richiedere e ottenere il bonus è ancora limitato. Tanto che il 57% degli intervistati afferma di non essere informato a sufficienza sulle modalità e i requisiti per la fruizione.

Per usufruirne è necessario lo Spid o la Carta d’Identità Elettronica

Del resto, il Bonus potrà essere richiesto, e sarà erogato, esclusivamente in forma digitale. Ma, al momento, non è ancora possibile accedere al beneficio. Sul sito dell’Agenzia delle Entrate si legge infatti: “presto ti forniremo indicazioni precise sull’app per smartphone a cui dovrai accedere per ottenerlo”. In ogni caso, per usufruirne è necessario che un componente del nucleo familiare sia in possesso di un’identità digitale Spid o della Carta d’Identità Elettronica.

Maggior utilizzo per residenti in centri medio-piccoli e di media condizione economica

La ricerca evidenzia comunque una scarsa propensione a usufruire del bonus. Alla domanda “andrebbe in vacanza se non ci fosse il Bonus”, il 43% del campione risponde affermativamente, mentre un altro 36% si mostra indeciso sulla scelta di prenotare una meta vacanziera per l’estate, e il 21% dichiara che senza il contributo rinuncerebbe. In particolare, sono le persone residenti in centri medio-piccoli e di condizione economica media a pensare di utilizzarlo. Sono però i giovani a dimostrare una maggiore disponibilità nei confronti del Bonus, e chi è in una condizione economica positiva. Come dire, c’è chi ha proprio voglia di muoversi, e chi aggiunge il bonus a una esistente capacità economica.

Osservatorio Lockdown, cos’è cambiato nelle abitudini e nei consumi

Lo scenario determinato dall’emergenza sanitaria ha imposto agli italiani drastici cambiamenti. Nel volgere di un mese la popolazione è stata costretta a mutare profondamente i propri stili di vita in funzione del distanziamento sociale, e nelle ultime settimane sono nate nuove routine, dal modo di fare la spesa ai canali d’acquisto, passando per nuove modalità di comunicazione e sistemi valoriali. In collaborazione con CRIF Nomisma ha avviato l’Osservatorio Lockdown, l’indagine settimanale che mette in campo strumenti di monitoraggio per garantire un tracking continuativo sulla domanda.

L’obiettivo è intercettare le trasformazioni in atto, e dimensionare gli effetti della shut in economy, l’economia legata all’isolamento causata dal Coronavirus, per definire azioni prioritarie per retail, industria e istituzioni.

Il carrello ai tempi della quarantena

Il lockdown ha inciso sulle preferenze degli italiani in fatto di spesa alimentare. In crescita gli acquisti di prodotti e ingredienti, con il 40% degli intervistati che dichiara di aver dato più spazio a farine e lieviti. Stesso trend in crescita per l’approvvigionamento di alimenti a lunga conservazione. Il 31% ha fatto scorta durante il lockdown, ma il 24% tornerà alle vecchie abitudini quando sarà finita l’emergenza. Ed è boom per le confezioni multiple. Se il 64% le acquistava nel pre-quarantena oggi il trend si è assestato a quota 79%. Un dato che, secondo le previsioni degli stessi consumatori, è destinato a rimanere valido anche nella ripresa.

Spesa online, cibo da asporto e filiera corta

La percentuale di chi ha fatto la spesa online è aumentata del 10%. Nelle ultime tre settimane 3 italiani su 4 hanno ordinato cibo da asporto, in particolare, il 64% ha preferito pasti pronti con consegna a domicilio. Tra i fattori che orientano la scelta dei prodotti da mettere nel carrello della spesa c’è l’attenzione alla provenienza, con il 22% dei consumatori che ha sottolineato di aver scelto il Made in Italy e le filiere corte. Forte anche l’attitudine ad acquistare cibi che garantiscono benessere e uno stile di vita salutare (49%), mentre il 20% basa la scelta sulla sostenibilità del prodotto, e il 12% sceglie in funzione di un packaging sostenibile. Ed è importante la performance del biologico, che ha catalizzato l’attenzione del 30% della clientela non user.

La casa è il nuovo cuore pulsante di lavoro e tempo libero

L’Osservatorio evidenzia che il 77% delle famiglie italiane sta trascorrendo la quarantena in una casa di proprietà, fornita di apparecchiature tecnologiche che facilitano il lavoro in smart working. Tocca infatti quota 43% la percentuale di occupati che nelle ultime settimane ha lavorato almeno qualche giorno da casa.

Nuove abitudini anche sul fronte del tempo libero. Nelle lunghe giornate a casa l’intrattenimento on-demand viene considerato fondamentale. Tanto che durante la quarantena il 12% dei consumatori ha sottoscritto un abbonamento a una o più piattaforme di streaming.

L’importanza della formazione per un estetista professionale

Se vuoi dedicarti all’estetica e alla bellezza, lavorando sulla tua formazione e ottenere un lavoro in questo ambito, abbiamo qualcosa da dirti che può interessarti. Il settore della bellezza e dell’estetica continuano a registrare il crescente interesse da parte degli utenti, ed offrono per questo diverse opportunità di lavoro. La chiave per distinguersi in un settore così competitivo è sicuramente quella di avere solide basi e non smettere mai di imparare: i professionisti del settore della bellezza sottolineano spesso che si tratta di una professione che necessita assolutamente di preparazione ed un alto profilo a livello di formazione, quindi se pensi che questo settore possa fare per te, sappi che ti aspettano degli studi indispensabili.

Per poter dunque entrare nel mondo dell’estetica professionale e della bellezza, è meglio seguire una formazione professionale di livello superiore così da poter iniziare sin da subito a proporre la propria candidatura a centri benessere e centri estetici al termine degli studi, così come avviarsi ad una carriera da libero professionista.

Seguendo il corso estetista organizzato da Academia BSI imparerai a servire il cliente, la depilazione, la decorazione delle unghie, l’arte del trucco, correggere gli inestetismi, pulire la pelle o ricevere un massaggio, tra le altre cose. Ciò consentirà allo studente di potersi candidare e lavorare all’interno di strutture e centri estetici di ogni tipo in cui si offrano servizi di bellezza, ma anche l’intraprendere la carriera da libero professionista.

Cosa fa un estetista professionista

Un estetista professionista ha il compito di consigliare i suoi clienti sulle cure che potrebbero regalare maggior beneficio sul loro corpo e sulla pelle, nonché di eseguire tali trattamenti di bellezza per aiutarli ad avere un aspetto migliore. Questi possono essere viso o corpo ed includono trattamenti di ogni tipo in grado di correggere inestetismi o migliorare determinati punti di forza dell’aspetto estetico di una persona.

La missione di un estetista: migliorare l’immagine dei propri clienti

Nella nostra società, l’immagine personale è praticamente tutto. Una persona che si sente bene con se stessa ha una migliore autostima, costruisce buone relazioni interpersonali, interagisce meglio con gli altri ed è ancora più felice. Da ciò è facile intuire in che modo che un’estetista professionista abbia l’opportunità di cambiare la vita di una persona attraverso l’abbellimento fisico: ti fa sentire bene l’idea di immaginare di essere in grado aiutare altre persone a migliorare la propria immagine personale? Questa sarebbe proprio la tua missione se intraprenderai questo percorso professionale.

Come diventare un estetista professionista

Sebbene alcune persone si considerino dotate di un talento naturale, l’estetica è una professione e, pertanto, richiede studi e la padronanza di tecniche e manovre realmente in grado di influire sul benessere di chi riceve tali trattamenti.

La formazione di estetista è la stessa di qualsiasi altra professione, e grazie ai rinomati professionisti formatori di Academia BSI riceverai la formazione adatta che ti consentirà di essere immediatamente operativo senza dover integrare con ulteriori corsi o specializzazioni.

È essenziale acquisire queste conoscenze in un’accademia certificata perché ci sono tecniche e macchinari che richiedono preparazione ed una certa esperienza alle spalle. Per fare un esempio, esistono procedure che richiedono l’utilizzo di dispositivi di micropigmentazione, macchine per unghie 3D istantanee o pulizia del viso attraverso la dermoabrasione.

Una preparazione professionale riduce dunque i rischi per la salute e la sicurezza che il paziente possa ricevere il trattamento che ha scelto usufruendo di tutti i vantaggi e senza rischiare nulla.

Gdpr, il parere dell’esperta a un anno dall’entrata in vigore

A un anno dalla sua entrata in vigore il Gdpr, o General Data Protection Regulation, ha imposto un cambio di prospettiva rispetto al passato. Il regolamento comunitario, introdotto lo scorso anno, ha rivoluzionato la normativa sulla tutela dei dati personali mettendo alle strette Pubblica Amministrazione e aziende private dell’Unione. Tanto che a oggi in tutta Europa sono state emesse sanzioni per oltre 56 milioni di euro. E se senza dubbio si è trattato di una normativa rivoluzionaria, proprio per questo motivo alle aziende ha complicato notevolmente le cose. In realtà, secondo quanto dichiara l’avvocato Federica De Stefani (esperta di diritto delle nuove tecnologie, diritto civile, contrattualistica nazionale e internazionale, e privacy) in una intervista a Fortune Italia, il Gdpr è una grande opportunità per le aziende, perché dà “indicazioni standard che possono essere applicate da tutti e allo stesso modo. Il far west non conviene a nessuno, a partire dalle aziende, sia grandi sia piccole”.

I primi dati sulle sanzioni: Italia al 5° posto fra i Paesi più multati

“Tutto questo – continua l’esperta – mentre arrivano i primi dati sulle sanzioni che sono state applicate a chi non ha rispettato il regolamento comunitario”. A oggi infatti sono state comminate in tutta Europa multe per oltre 56 milioni di euro, riporta Askanews, e la classifica dei Paesi con il numero più alto di infrazioni è guidata dalla Francia, seguita da Portogallo e Polonia. E l’Italia, in questa particolare graduatoria, si è piazzata al quinto posto.

Nel nostro Paese l’ammontare delle sanzioni al 2018 è stato pari a 8,1 milioni di euro, suddiviso in 707 violazioni amministrative contestate dal Garante per la Privacy, per lo più riguardanti il trattamento illecito di dati, la mancata adozione di misure di sicurezza, il telemarketing, le violazioni di banche dati, l’omessa o inadeguata informativa agli utenti sul trattamento dei loro dati personali.

“Si dice cosa si deve fare, ma non si specifica come attuarlo”

“Nonostante i dati, quello che manca è la percezione dell’importanza che ha questa nuova normativa perché ancora oggi purtroppo, a parte alcune realtà, non si è compreso fino in fondo né il significato né l’importanza di questa rivoluzione epocale per la protezione dei dati personali”, sottolinea l’avvocato De Stefani. Con il nuovo regolamento, cambia tutto, a partire dall’approccio. “Prima avevamo delle indicazioni specifiche, le norme dicevano che cosa si dovesse fare – aggiunge De Stefani -. Adesso ci sono dei principi generali che devono essere applicati e, quindi, ogni singola persona in base alla realtà di riferimento deve trovare le modalità con le quali adeguarsi a questo regolamento. Insomma si declina il principio generale, il cosa si deve fare, ma non si specifica come attuarlo”.

“Avere pazienza e prendere confidenza con un sistema completamente diverso”

Una mappa per capire come le aziende possono districarsi nel rispetto della normativa arriva dal volume Il GDPR per il marketing e il business online (Hoepli editore), scritto proprio da Federica De Stefani,

“Si tratta solo di avere pazienza – puntualizza ancora De Stefani – e prendere confidenza con un sistema completamente diverso che, come è prevedibile, porta con sé difficoltà oggettive insite in tutti i cambiamenti”.

Lavoro: cresce il gap tra domanda e offerta

E’ difficile non solo trovare un lavoro, a parte degli aspiranti, ma è altrettanto difficile per la imprese trovare dei profili qualificati. In piena rivoluzione digitale sono molte le aziende, soprattutto quelle di medie e di grandi dimensioni, che riscontrano degli ostacoli nel reperire sul mercato i talenti di cui hanno necessità. A spiegarlo è chi si occupa quotidianamente di recruiting di profili specializzati, sapendo bene quanto il gap tra domanda e offerta si stia allargando sempre più .

“Operai specializzati, dirigenti, ingegneri elettronici, analisti, agenti assicurativi, insegnanti di lingue straniere: sono molte le figure professionali ricercate che vengono trovate con sempre maggiore difficoltà, commenta Carola Adami, CEO di Adami & Associati, società di ricerca e selezione di personale qualificato.

Cosa manca ai candidati?

Quali sono le caratteristiche che quindi mancano a chi si propone per un posto di lavoro? “A mancare in molti casi è l’esperienza, creando così un circolo vizioso. Ma tante volte i recruiter si trovano di fronte a una generalizzata assenza di competenze specialistiche, nonché alla mancanza di soft skills fondamentali, come per esempio il problem solving o le abilità di comunicazione”precisa Adami. L’impressione dei cacciatori di teste viene confermata da i numeri, a partire da quelli relativi al Rapporto Excelsior 2018 di Unioncamere. Stando a questa indagine, infatti, nel 2018 la domanda non ha incontrato l’offerta in oltre il 26% dei casi, con un aumento di ben 5 punti rispetto all’anno precedente. Il gap si rivela particolarmente marcato nel Settentrione, un dato motivato prima di tutto dalla maggiore richiesta di profili specializzati.

Difficoltà soprattutto al nord

Le aziende lombarde, ad esempio, durante lo scorso anno hanno incontrato notevoli difficoltà nel coprire i 28% dei posti lavorativi offerti. Guardando invece al Nord-Est, il mancato soddisfacimento dei prerequisiti fondamentali ha portato a lasciare scoperto circa un posto su 3, rallentando in modo significativo lo sviluppo delle imprese. Anche nel Meridione, del resto, il disallineamento tra domanda e offerta si è fatto sentire, con le imprese sicule, pugliese e campane che hanno lamentato difficoltà nell’individuare un lavoratore su cinque. “La mancanza di esperienza finisce per colpire soprattutto i candidati più giovani: le imprese ricercano continuamente profili under 30, i quali però, molto spesso, non vantano le competenze necessarie” aggiunge l’head hunter Adami. Il gap del resto si allarga drasticamente per quanto riguarda  determinate figure specialistiche: la forbice evidenziata dal Rapporto Excelsior 2018 arriva al 62% nel caso di specialisti in scienze chimiche, fisiche e informatiche. Come ha spiegato lo stesso  presidente di Unioncamere Carlo Sangalli, “lo sviluppo tecnologico sta incidendo anche sulle competenze richieste ai lavoratori: in futuro a oltre 9 profili su 10 sarà associata la richiesta di competenze digitali”. E questo trend è destinato a continuare e persino ad aumentare nei prossimi anni.

Cosmesi green, quella Made in Italy vale oltre 1 miliardo

Nel 2018 il settore dei prodotti cosmetici a derivazione naturale ha raggiunto i 1.050 milioni di euro, un valore in crescita rispetto all’andamento generale del più ampio mercato cosmetico, di cui si aggiudica una fetta pari al 10%.

Anche se a oggi non esiste una definizione normativa per i cosmetici green, questi prodotti si caratterizzano per formulazione, packaging e processi produttivi con caratteristiche “naturali”. I riferimenti normativi sono quindi quelli del Regolamento europeo 1223/2009, nel cui ambito ricade anche questa tipologia di prodotti, che devono rispettare la garanzia di sicurezza e la tutela della salute del consumatore.

Prodotti che sposano una richiesta specifica orientata al “verde”

Cosmetica Italia, l’associazione nazionale delle imprese cosmetiche che riunisce oltre 500 aziende del settore, ha condotto un’indagine congiunturale sul secondo semestre 2018, e sulle previsioni del primo semestre 2019.

A livello statistico, per misurare il trend dei cosmetici naturali, le rilevazioni prendono in considerazione tutti i cosmetici che per posizionamento sul mercato, e definizione delle stesse aziende, sposano una specifica richiesta del consumatore, orientata al “verde”.

“Possiamo affermare che il mercato dei cosmetici a connotazione naturale mostra segnali positivi, mentre il mercato della distribuzione ‘green’ classica, come l’erboristeria, ha subito un rallentamento (+0,2% rispetto al 2017) dovuto al limitato adattamento alle evoluzioni del mercato”, spiega all’Adnkronos Gian Andrea Positano, responsabile Centro Studi Cosmetica Italia.

L’identikit del consumatore naturale

Quanto all’identikit del consumatore-tipo di cosmetici green, Gian Andrea Positano traccia “il profilo di una consumatrice donna, con un’età compresa tra i 25 e i 50 anni, un livello di istruzione medio-alto e abitante in grandi centri”.

Oggi però questo profilo-tipo si sta trasformando, e arriva ad abbracciare un bacino più ampio di consumatori, in generale sempre più sensibili alle tematiche relative al “naturale” e alla sostenibilità.

Non più solo in erboristeria, ma anche al supermercato

“Il canale di riferimento tradizionale per i cosmetici a connotazione naturale è l’erboristeria, tuttavia oggi siamo di fronte a uno scenario in evoluzione. A plasmare questo cambiamento è senza dubbio una nuova propensione di consumo e abitudini di acquisto, che genera nuove tipologie di distribuzione – aggiunge Positano -. In particolare, registriamo la crescita di forme distributive più evolute, in cui l’erboristeria tradizionale non è più l’unico riferimento, ma viene affiancata da negozi monomarca e dai canali tradizionali”, profumerie, farmacie e  Gdo. Che oggi completa la propria offerta anche attraverso la proposta di prodotti a derivazione naturale.

Per le donne il credito è più difficile: potrebbero fare figli

A parità di condizioni le donne italiane hanno più difficoltà rispetto agli uomini a ottenere il credito. Un problema ricorrente nelle imprese italiane, soprattutto quelle artigianali e piccole, è infatti il credito erogato con il contagocce. E se nella partita con le banche spesso le donne imprenditrici denunciano di essere trattate peggio degli uomini il motivo è che potrebbero avere figli. Lo affermano i risultati di un’indagine condotta dalla società di ricerca Swg per conto della Cna, la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, dal titolo Donne, imprenditoria e accesso al credito.

Accesso ai finanziamenti ancora più arduo al Sud

In particolare, il 43% degli uomini e il 56% delle donne intervistate ritengono che l’accesso ai finanziamenti bancari sia più arduo per le donne, con picchi del 58% nella fascia 18/34 anni e del 57% al Sud. Il trattamento in banca è molto peggiore per le donne secondo il 12% della platea (8% uomini, 16% donne), mentre è abbastanza peggiore secondo il 38% (35% degli uomini e il 40% delle donne). Quanti sostengono che la differenza di genere nell’accesso al credito tra donne e uomini è scarsa sono, invece, il 30% (34% uomini, 26% donne). E tocca il 20% la quota di quanti non rilevano differenze di genere (23% uomini, 18% donne).

Sono meno affidabili e mettono il lavoro dopo la famiglia

Il primo motivo della difficoltà delle donne nell’accesso al credito, secondo il 37% degli interpellati che la segnalano, è il fatto che le donne potrebbero avere figli (per il 33% degli uomini e il 40% delle donne). Al secondo posto c’è poi l’affermazione “le donne sono meno affidabili degli uomini”, ritenuta vera dal 27% del totale (31% uomini, 24% donne) con la fascia di età 18/34 anni (30%) e le Isole (31%) più convinte. Terza motivazione “le donne mettono il lavoro al secondo posto rispetto alla famiglia”, scelta dal 19% degli interpellati (14% uomini, 23% donne), riporta Ansa.

Attivare un tavolo tecnico permanente sull’imprenditoria femminile

Lo stesso sondaggio evidenzia che nella successione d’azienda viene preferito il figlio maschio. Nel Nordest il 40% ritiene che i figli maschi vengano preparati fin da piccoli a prendere in mano l’azienda, e il 26% valuta che le donne siano meno imprenditrici rispetto agli uomini.

Ma come risolvere i problemi legati alla disparità di genere nell’accesso al mondo dell’imprenditorialità? Secondo la Confederazione sarebbe necessario attivare un tavolo tecnico permanente sull’imprenditoria femminile e sulle politiche di welfare presso il dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio, replicando i tavoli di lavoro a livello regionale e provinciale per problematiche territoriali specifiche.

Trovare lavoro: quali errori evitare nel curriculum?

Trovare lavoro diventa impossibile se il curriculum vitae viene puntualmente scartato dai selezionatori. Sono tanti i fattori da tenere in considerazione per la realizzazione e l’invio di un buon cv, e i candidati sono sempre in dubbio se utilizzare il classico formato europeo o le grafiche personalizzate, inserire una foto o meno, utilizzare una sola pagina o documenti più lunghi.

Fra i tanti motivi che portano un recruiter a scartare un cv c’è, ad esempio, la mancanza di una lettera di presentazione. “Talvolta i curricula inviati non vengono nemmeno aperti dal selezionatore per la mancanza di una lettera di presentazione – spiega Carola Adami, Ceo e founder della società di ricerca e selezione del personale Adami & Associati -. Soprattutto per determinati ruoli, inviare un curriculum non accompagnato da una breve cover letter è un vero e proprio autogol”.

Il titolo di studio posseduto deve essere coerente con quello richiesto

“Talvolta non si parla di errori formali, quanto invece di leggerezze da parte del candidato – continua Adami -. Spesso bastano pochi secondi per scartare un curriculum: nel caso di un ruolo che richiede obbligatoriamente una laurea in ingegneria civile è sufficiente controllare la coerenza del titolo di studio indicato per capire se continuare con la lettura del documento o cestinarlo”. Sembra una banalità, ma il titolo di studio dichiarato nel cv deve essere coerente con quello richiesto. In caso contrario, la candidatura non viene neanche presa in considerazione.

Evitare refusi, spiritosaggini e impaginazioni improbabili

“Tutti i giorni ci capitano tra le mani dei curricula popolati da errori e da refusi, con formattazioni approssimative e impaginazioni improbabili. Non è nulla di grave, ma di certo queste leggerezze non giocano a favore di un candidato, soprattutto quanto ci sono centinaia di persone che competono per un medesimo posto di lavoro”, sottolinea Adami.

Alcune volte un buon curriculum vitae viene macchiato da un piccolo, ma lampante errore. C’è chi, per esempio, nella sezione dei contatti inserisce un contatto email scherzoso, probabilmente creato in gioventù e mai cambiato, il quale in sede di candidatura risulta ovviamente fuori luogo.

Puntare sulla qualità e non sulla quantità

Altri candidati aggiungono fotografie assolutamente non professionali, scattate magari in spiaggia e ritagliate in malo modo. E ancora, un selezionatore attento non mancherà di notare, a prima vista, evidenti gonfiamenti nell’elenco delle esperienze lavorative. “Riceviamo spesso curricula di 3 o 4 pagine, scritti da candidati convinti che scrivere tanto sia meglio per attirare l’attenzione del recruiter – precisa Adami – laddove invece si dovrebbe puntare non sulla quantità, ma sulla qualità e su una buona organizzazione delle informazioni, così da mettere in evidenza i propri punti di forza”. Non deve poi mancare l’indispensabile liberatoria per il trattamento dei dati, che tanti candidati continuano a dimenticare.

RC auto, il premio medio italiano è di 583 euro

Nell’ultimo anno, a livello nazionale, il premio medio dell’RC auto è di circa 583 euro, ed è aumentato dello 0,9%, anche se l’andamento regionale è piuttosto differenziato. Secondo l’osservatorio di Facile.it ad agosto 2018 per assicurare un’auto servivano mediamente 582,71 euro, ovvero lo 0,9% in più rispetto a un anno fa.

Il valore è stato calcolato analizzando oltre 6,8 milioni di preventivi raccolti dal comparatore negli ultimi 12 mesi e dalle quotazioni, in base alla raccolta premi, offerte da un panel di compagnie rappresentanti, circa il 54% del mercato RCA italiano.

Il Friuli Venezia Giulia guida la classifica degli aumenti, ma la Campania è la più cara

Dai risultati emerge però un andamento regionale piuttosto differenziato. Se è vero che i rincari hanno riguardato gli automobilisti di 13 regioni italiane, è altrettanto vero che nelle altre 7 le tariffe sono diminuite. La forbice delle variazioni annuali, quindi, è compresa tra il – 8,23% della Valle d’Aosta e il + 6,12% del Friuli Venezia Giulia.

A guidare la classifica dei rincari c’è infatti il Friuli Venezia Giulia, che nel corso dei 12 mesi ha visto crescere del 6,12% il premio medio RC auto. Anche se, nonostante gli aumenti, il costo medio registrato ad agosto per assicurare un’automobile (433,60 euro) rimane tra i più bassi d’Italia.

Segue nella classifica la Campania, dove la tariffa RC auto è salita del 4,68% e dove si paga il premio medio più alto della Penisola, arrivato a 1.036,20 euro. Quasi il 78% in più rispetto alla media nazionale.

Assicurare un’auto costa meno in Valle d’Aosta

Terzo posto per il Trentino Alto Adige, con un aumento delle tariffe pari al 4,56%. Anche in questo caso il premio medio registrato ad agosto 434,85 euro) risulta però tra i più bassi del Paese. Sette invece le regioni italiane che hanno registrato un calo delle tariffe su base annuale, guidate dalla Valle d’Aosta, dove il premio medio, pari a 371,95 euro, è diminuito dell’8,23%. Segue l’Umbria, dove la tariffa media è diminuita del 6,17%, stabilizzandosi a 531,42 euro, mentre al terzo posto si posiziona la Calabria. Che però, nonostante il calo del 2,17% rispetto a 12 mesi fa, vede le tariffe ancora molto elevate, con un premio medio pari a 674,37 euro, secondo solo a quello della Campania.

“Aumenti contenuti e solo in alcune aree del Paese”

“Gli aumenti delle tariffe registrati durante l’estate sono stati tendenzialmente contenuti e hanno riguardato solo alcune aree del Paese”, commenta Diego Palano, Responsabile BU assicurazioni di Facile.it.

Complessivamente, e considerando anche altri dati ufficiali, “è possibile attendersi per il 2018 un periodo di sostanziale stabilità sul fronte dei prezzi – continua Palano -. Chi dovrà valutare l’acquisto o il rinnovo di una polizza RC Auto nell’immediato futuro potrà quindi approfittare di questa situazione, probabilmente ancora per pochi mesi, per confrontare le offerte delle diverse compagnie e risparmiare sull’assicurazione prima di possibili nuove ondate cicliche di rincari”.