Il futuro delle imprese lombarde è digital e green

Digitalizzazione, sostenibilità, formazione e infrastrutture sono le parole chiave e le vie da percorrere per poter immaginare il futuro delle imprese lombarde, senza temere i cambiamenti. Il futuro delle imprese e della fabbriche in Italia, in particolare, del settore manifatturiero, è il tema di cui hanno discusso il vicepresidente di Assolombarda Antonio Calabrò, il rettore del Politecnico di Milano Ferruccio Resta, e Alberto Dossi, vicepresidente Assolombarda con delega alle Politiche Industriali, in occasione del forum Ansa Incontra organizzato presso la sede di Assolombarda a Milano.

Le imprese vivono nel cambiamento, sarebbe un errore gravissimo essere tecnofobi  

“Le imprese vivono nel cambiamento, esistono perché governano il cambiamento e producono cose legate al cambiamento. Un errore gravissimo sarebbe essere tecnofobi e aver paura delle tecnologie”, ha commentato Antonio Calabrò. Secondo Alberto Dossi, curatore del volume Il futuro della fabbrica, dedicato ai temi strategici per la crescita del Paese, “stiamo attraversando un momento difficilissimo”. La quarta rivoluzione industriale porta infatti cambiamenti epocali, dal modo in cui fare impresa ai processi produttivi, e dai prodotti fino al lavoro dell’uomo, riporta Ansa.

Servono un’agenda di priorità e un Piano di politica industriale nazionale

“Per il World Economic Forum il 70% delle imprese nel mondo si stanno dirigendo verso una forte digitalizzazione e anche noi dovremo fare questo”, aggiunge il vicepresidente Dossi. Tra le nuove sfide delle imprese rientrano però anche la sostenibilità, la decarbonizzazione, l’eliminazione degli sprechi, e il risparmio energetico. Senza dimenticare il ruolo “delle persone all’interno delle fabbriche – sottolinea Dossi – perché l’industria del domani farà in modo che i lavori ripetitivi siano fatti da sistemi di Intelligenza Artificiale, per lasciare però spazio alla capacità di decisione, all’intelligenza creativa e relazionale che spetta all’uomo”. In questa ottica “il decisore politico deve essere un facilitatore – continua Dossi – servono un’agenda di priorità e un Piano di politica industriale nazionale. È un atto di responsabilità per rilanciare il futuro economico e sociale del Paese, un investimento di lungo termine essenziale per non restare indietro nella competizione globale.

Il sistema della formazione è indispensabile

Per il rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, tra le parole chiave per le imprese del futuro c’è sicuramente la formazione. “Il sistema della formazione è indispensabile non solo per le imprese, ma anche per la sopravvivenza dei territori – spiega Ferruccio Resta -. Le nostre scuole e università sono le infrastrutture della conoscenza, così come le imprese sono le infrastrutture del lavoro. Bisogna smettere di pensare che la formazione, qualunque sia, sia un costo e non un investimento. Se vogliamo dare futuro al Paese l’investimento su scuola e conoscenza deve essere centrale”.

L’identikit degli italiani, un popolo di contraddizioni

Gli italiani sono un popolo “incattivito”, poco tollerante verso gli stranieri, ma allo stesso tempo sensibile ai temi ambientali e amante degli animali. Insomma, altro che poeti, santi e navigatori. Secondo l’identikit tracciato da Eurispes nel rapporto Italia 2020, il profilo che emerge mostra le contraddizioni di un Paese sfiduciato e in apprensione, in cui  mancano le regole che permettano di ”rimboccarsi le maniche e di identificare soluzioni”, spiega il presidente Eurispes, Gian Maria Fara. Tanto che la maggior parte dei cittadini, in qualche misura, giustifica l’evasione fiscale. E se per il 25,1% evadere non è grave se se si fa fatica a sostenere la pressione fiscale, per il 19,6% è grave per chi possiede grandi patrimoni, e per il 9% non è grave, perché in Italia la pressione fiscale è eccessiva.

Risparmi e consumi. Il Sud penalizzato

La metà dei cittadini, continua il rapporto, continua a polverizzare i risparmi, mentre un italiano su 10 è vittima di usura. Quest’anno il 27% degli italiani probabilmente non riuscirà a risparmiare nei prossimi dodici mesi e il 24,8% ne è certo. E per contenere le spese nell’ultimo anno, il 32,5% ha rinunciato a effettuare controlli medici e di prevenzione e il 27,3% ha tagliato le spese dentistiche. Ma, sempre secondo il rapporto, tra il 2000-2017 il Centro Nord dell’Italia ha sottratto al Sud una fetta di spesa pubblica di circa 840 miliardi di euro, pari a 46,7 miliardi di euro l’anno. In altre parole, ciascun cittadino meridionale ha ricevuto in media 3.022 euro in meno rispetto a un suo connazionale residente al Centro-Nord, riporta Adnkronos.

Più scuola e più lavoro

Buona parte dei cittadini (52,4%) si trova d’accordo sul fatto che si debba estendere l’obbligo scolastico fino alle scuole medie superiori. L’ipotesi che al termine della scuola dell’obbligo si introducano sei mesi di servizio civile obbligatorio raccoglie invece il 54,1% di consensi. Ed è accolta in maniera negativa l’eventualità della riduzione del numero delle Università presenti in Italia, ma il 33,3% si dice favorevole. Il 41,2% degli italiani poi sostiene che qualche familiare si sia trasferito per migliorare la propria situazione economica/lavorativa. Nel 22,9% dei casi si è trattato di trasferimenti in un’altra città italiana e nel 18,3% all’estero.

Il problema del clima e l’amore per i pet

Il riscaldamento globale è un problema urgente per un quarto degli italiani. Se le economie mondiali non saranno convertite in uno stile di vita sostenibile, entro il 2050 buona parte degli ecosistemi terrestri collasseranno, e gli italiani ne sono consapevoli. Quanto all’abitudine di adottare un animale domestico, fra gli italiani è sempre più diffusa. Quattro italiani su dieci (39,5%) accolgono almeno un animale in casa. In particolare, nel 20,7% dei casi uno solo, nel 9,6% dei casi due, nel 5,6% tre, e nel 3,6% più di tre. In quasi la metà dei casi si tratta di un cane (48,8%), mentre a scegliere un gatto sono il 29,6%. Il restante 21,6% si divide tra i possessori di uccelli (3,5%), tartarughe (3,4%), pesci (2,9%), criceti (2,4%), conigli (2,3%), cavalli (1,8%), rettili (1%).

Buoni propositi digitali, nel 2020 meno tempo sullo schermo e più sicurezza

Nel 2020 oltre il 40% degli utenti ha intenzione di cambiare il proprio stile di vita digitale mettendo in pratica alcuni buoni propositi. Soprattutto quello di ridurre il tempo trascorso in compagnia dei propri dispositivi tecnologici. Ma quello appena concluso è stato un anno molto difficile per i dati personali degli utenti. Secondo un’indagine di Kaspersky rispetto al 2018, infatti, il furto di password è aumentato del 60%, così come il numero di furti legati alle credenziali di accesso. In particolare quelli per accedere ai siti web per adulti. aumentato di oltre il 100%. D’altronde, oltre la metà degli utenti di internet (56%) ritiene impossibile che nel mondo digitale moderno si possa parlare di privacy online. E un utente su tre (32,3%) dichiara di non sapere come proteggere la propria privacy in rete.

Proteggere la privacy e ridurre i livelli di stress informatico

Non sorprende quindi che il nuovo sondaggio condotto da Kaspersky abbia dimostrato che il 42,3% degli utenti metterà in pratica alcuni buoni propositi digitali per il 2020. Come quello di proteggere maggiormente la propria privacy digitale. Quest’anno gli utenti punteranno a mantenere standard più elevati di comportamento online, per garantire la propria salute e la privacy in rete. E lo faranno adottando, per la prima volta, alcune precauzioni, come usare password più sicure e tentare di ridurre i livelli di stress informatico.

Uno stile di vita più cyber-savvy sarà uno dei trend del nuovo anno

Sono molte le aree in cui gli utenti desiderano apportare dei miglioramenti. Per il 29,1% degli intervistati da Karpesky l’obiettivo per il nuovo anno sarà ridurre il tempo trascorso davanti a uno schermo, mentre per il 18,3% sarà quello di smettere di addormentarsi con lo smartphone accanto al cuscino. Questi dati dimostrano come il desiderio di digital detox sia in continuo aumento. Un quarto degli intervistati poi ha scelto di eseguire più backup e ripulire regolarmente il proprio desktop, mentre l’11,2% desidera cancellare tutti gli amici di Facebook mai incontrati di persona. Insomma, pare che uno stile di vita più cyber-savvy sarà uno dei trend del nuovo anno.

Imparare a tenere al sicuro le informazioni personali

Per aiutare gli utenti a rendere il 2020 l’anno più sicuro online, Kaspersky invita perciò a seguire alcuni semplici passi per tenere al sicuro le informazioni digitali personali. Innanzitutto applicare le patch e un software di sicurezza internet per proteggere i dispositivi utilizzati per le transazioni online. Poi, utilizzare una password unica e complessa per ciascun account online e controllare attentamente le impostazioni per la privacy e la sicurezza, limitando ciò che può essere visto e condiviso. Ricordarsi inoltre di disattivare le applicazioni e le funzioni quando non vengono utilizzate, disattivare i servizi di tracking e localizzazione, e cancellare regolarmente i cookie. Last but not least, verificare l’e-mail con servizi come Have I Been Pwned per controllare che gli account non siano stati compromessi.

Il Tax Free Shopping in Europa

Dopo un 2018 debole i primi dieci mesi del 2019 evidenziano un trend positivo per il Tax Free Shopping in Europa, che segna +10% rispetto al 2018, e +8% da agosto a ottobre. A questi risultati ha fortemente contribuito la spesa degli Elite Shoppers internazionali, viaggiatori dal potenziale elevato, che pesano per il 17% sul totale dei volumi di spesa. Un incremento trainato principalmente dai turisti Elite americani, provenienti dal Sud Est Asiatico, e dagli arabi. È quanto emerge dai dati Global Blue, società nei servizi di Tax Free Shopping, secondo il quale in Europa si evidenzia l’ottima performance della Spagna, che segna +20% nei primi dieci mesi di quest’anno, e +21% nel trimestre agosto-ottobre.

I turisti americani trainano le vendite

Buono anche il trend registrato dalla Gran Bretagna, con un +11% sia nei dieci mesi sia negli ultimi tre, mentre in controtendenza Germania e Francia, che hanno registrato vendite tax free positive nei dieci mesi dell’anno (rispettivamente, +2% e +1%), ma negative nei tre mesi agosto-ottobre, entrambe a -2%. In Europa il Tax Free Shopping è trainato principalmente dai turisti americani, che con un peso dell’8% sul totale hanno fatto segnare un incremento degli acquisti pari al 25% rispetto al 2018. Crescita a doppia cifra anche per i viaggiatori arrivati dal Sud Est Asiatico (+15%) e di quelli giunti dai Paesi del Golfo (+13 che coprono rispettivamente il 7% e l’11% del totale delle vendite tax free europee.

In Italia, +16% in 10 mesi e +23% negli ultimi tre

In Italia il Tax Free Shopping ha registrato una crescita del 16% nei mesi che vanno da gennaio a ottobre 2019, e +23% da agosto a ottobre. Nel 2018, in Italia, il 65% degli acquisti tax free degli Elite Shopper è rientrato nella categoria Lusso, suddivisa fra beni di puro Luxury (35%) e Hard Luxury (30%), ovvero per prodotti di valore medio superiore a 1.500 euro. Nel nostro Paese, poi, una quota significativa (25%) di questa categoria di viaggiatori ha acquistato beni definiti di Affordable Luxury, con un costo tra i 750 e i 1.500 euro (categoria che ha pesato per il 13% a livello europeo).

Gli Elite Shopper in Italia sono cinesi, e spendono mediamente 27.000 euro

La prima nazionalità di Elite Shopper in Italia è rappresentata dai cinesi, con il 35% del totale, seguiti da russi (12%), asiatici e arabi (entrambi 11%) e statunitensi (7%). I dati Global Blue hanno permesso anche di creare indicatori utili per capire l’attrattività dei singoli Paesi. E l’Italia per i turisti Elite si classifica al secondo posto per appeal (il 31% la sceglie) dopo la Francia.

Nel nostro Paese questi turisti spendono mediamente 27.000 euro, una cifra che ci posiziona al terzo posto di un’ipotetica classifica, guidata dalla Gran Bretagna, dove il valore medio degli acquisti tax free degli Elite Shopper è di 35.000 euro.

I viaggiatori Airbnb riempiono le casse di ristoranti e bar

Nel 2018 più della metà dei visitatori stranieri in Italia ha destinato alla ristorazione l’importo risparmiato pernottando tramite Airbnb. Ovvero, il 32% dell’intero budget del viaggio. E nel 2019 faranno incassare a ristoratori e bar italiani quasi 2 miliardi di euro, il 25% in più rispetto al 2018. Una cifra che porta il nostro Paese al secondo posto in Europa e al terzo nel mondo per la spesa degli ospiti Airbnb nella ristorazione. Si tratta dei risultati di un’analisi condotta dal Centro studi di Airbnb ottenuti incrociando dati interni con un’indagine su 237.000 host e guest registrati sulla piattaforma, relativi al 2018.

Italia al terzo posto per spesa nella ristorazione

Sempre più viaggiatori desiderano cogliere lo spirito di una meta attraverso le sue tradizioni culinarie. Inoltre, bar e ristoranti sono luoghi di aggregazione in cui poter calarsi nell’atmosfera di un luogo e conoscere le persone che lo abitano. Motivo per cui il 77% dei turisti preferisce soggiornare con Airbnb.

Secondo Airbnb l’anno passato nei primi 46 mercati della piattaforma la spesa per la ristorazione da parte dei viaggiatori è stata di almeno 22 miliardi di euro, e si prevede che arriverà a 27 miliardi nel 2019, pari a 30 miliardi di dollari.

Nella classifica dei Paesi in cui i turisti hanno speso di più per mangiare e bere nel 2019 al primo posto si piazzano gli Stati Uniti (10 miliardi di dollari), seguiti da Francia (2,9 miliardi di euro) e Italia (1,8 miliardi di euro).

Il 90% degli host italiani consiglia la cucina locale

Considerando l’Italia Airbnb prevede che nel 2019 la città dove si spenderà di più per mangiare sarà Roma (289 milioni di euro), seguita da Firenze (143 milioni) e Venezia (123 milioni). La percentuale di crescita della spesa anno su anno favorirà soprattutto Napoli (+29%), seguita da Venezia (+27%) e Milano (+23%). Il capoluogo campano sarà anche quello in cui i viaggiatori dedicheranno la percentuale più alta del budget alla gastronomia locale (35%).

La Serenissima, invece, si distingue per la passione dei propri host. Il 96% di loro, il dato più alto in Italia, punta a trasmettere cultura e unicità del territorio consigliando la cucina locale.

La cucina preferita? Quella toscana

In generale, gli italiani sono tra i più attivi in questo circolo virtuoso, e in media il 90% consiglia ristoranti e bar ai visitatori accolti, contro l’84% della media globale, e più di spagnoli (87%) e francesi (82%), riporta Adnkronos. La cucina preferita dai turisti della piattaforma però è quella toscana, grazie alla quale l’impatto economico su ristoranti e bar nella regione quest’anno ammonterà a 339 milioni di euro. Una cifra che supera le stime per gli esercizi di Lazio (304 milioni di euro), e Lombardia (224 milioni di euro). Lombardia e Veneto sono però le regioni in cui la spesa dei visitatori Airbnb crescerà di più rispetto al 2018 (+26%).

Quanto guadagna un Ceo? In Italia, 10 volte un operaio

Fra un Ceo e un operaio italiano c’è un multiplo retributivo di 9,6 volte. I dati relativi al jobpricing parlano chiaro, il 93% lavoratori del settore privato a livello globale percepisce una retribuzione annua inferiore a 40.000 euro lordi. Questo vuol dire che fra il 1° e il 9° decile della curva di mercato esiste una differenza di 15.000 euro, ovvero del 65%. La disuguaglianza retributiva, inoltre, è maggiore nei Paesi a basso reddito piuttosto che in quelli ad alto reddito. E l’Italia? Si colloca al 14° posto nel ranking generale.

Dal 1985 al 2014 l’indice di disuguaglianza è cresciuto del 21%

Da uno studio dell’Osservatorio Jobpricing sulle retribuzioni emerge che in Italia dal 1985 al 2014 l’indice di disuguaglianza è cresciuto del 21%. E la quota dei lavoratori con retribuzione inferiore al 40% della media nazionale è passata dal 17,9% al 22,1%, mentre quella con retribuzione pari ad almeno 5 volte la mediana è più che raddoppiata, passando dallo 0,34% al 0,89%. Secondo lo studio, le disuguaglianze si sono probabilmente generate negli anni Ottanta e Novanta, con lo smantellamento della scala mobile e la concessione di maggiori differenziazioni tra i minimi salariali contrattati ai vari livelli d’inquadramento dei contratti collettivi. E dal Duemila in poi le differenze agli estremi della curva di distribuzione si sono fortemente ampliate.

Il gap cresce al crescere del salario orario

A livello geografico, in Italia a si registrano livelli di occupazione e retribuzioni molto differenti. Negli ultimi 10 anni il numero di occupati è cresciuto del +2,3% nel Nord e Centro mentre è calato del 4,0% al Mezzogiorno. Il tasso di occupazione è del 66,1% al Centro-Nord e fermo al 44,5% a Sud. Fra Nord e Sud il Gap retributivo è del 15%.

Altro fattore di disuguaglianza è il Gender Pay Gap, che varia dal 16% al 22%, e che in Italia nel settore privato per i lavoratori a tempo pieno è del 10%.

Il gap cresce al crescere del salario orario (21% vs. 12,8% confrontando il delta al 9° e al 1° decile della curva di distribuzione), e le sue motivazioni sono per lo più riconducibili a fattori non spiegabili, riporta Adnkronos.

Per gli under 35 la questione non è tanto il livello di retribuzione quanto averne una

Per chi in Italia è giovane, ovvero ha meno di 35 anni, la questione decisiva non è tanto il livello di retribuzione, quanto avere uno stipendio. I lavoratori sono sempre più anziani e la componente giovanile è inferiore a dieci anni fa. La quota di occupati a tempo indeterminato tra i 15 e i 34 anni nel 2018 è stata infatti del 22%. Tra il 1983 e il 2015 il valore dei salari medi annuali dei giovani tra i 15 e 29 anni rispetto a quello degli over 50 è passato dal 70% al 50%. Ma il salario d’ingresso è diminuito nello stesso periodo di circa il 20%.

Milano, Monza Brianza e Lodi, 391 milioni di euro al giorno di interscambio con l’estero

In sei mesi supera i 71 miliardi di euro il valore dell’interscambio commerciale con l’estero di Milano Monza Brianza e Lodi. Secondo un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, e di Promos Italia, la struttura del sistema camerale a supporto dell’internazionalizzazione delle imprese, sugli ultimi dati Istat, la crescita complessiva dell’import export delle tre province lombarde è del 1,5%, un miliardo in più rispetto ai 70 miliardi di euro dello stesso periodo del 2018. Una cifra pari a 391 milioni al giorno.

In particolare, le esportazioni raggiungono circa 29 miliardi, e le importazioni 43 miliardi di euro.

Un trend guidato da Milano, con +4% di export, e +2% di import

Il trend è positivo grazie soprattutto a Milano, che cresce complessivamente del 3%, di cui +4% per l’export, pari a 22 miliardi, e +2% l’import, pari a 36 miliardi.

Monza e Brianza raggiungono invece quasi 9 miliardi, di cui 5 miliardi di export e 4 di import, e Lodi 4,5 miliardi (1,5 miliardi di export e 3 miliardi di import).

L’export lombardo è guidato dal settore manifatturiero, soprattutto da macchinari (16,6% del totale), moda (13,8%), chimica (12,8%) e farmaceutica (10,9%). L’import invece è guidato soprattutto da computer e apparecchi elettronici, che risultano il 16,7% dell’import totale.

L’interscambio commerciale raggiunge soprattutto l’Unione Europea

L’interscambio di Milano, Monza Brianza e Lodi raggiunge soprattutto l’Unione Europea, ma per Milano i principali Paesi partner per l’export sono gli Stati Uniti (2,6 miliardi) e la Svizzera (1,9 miliardi), mentre nell’import prevale lo scambio con la Germania (7,5 miliardi di euro).

Lodi invece esporta soprattutto in Francia (265 milioni) e importa dalla Cina (727 milioni), mentre per Monza Brianza il principale partner commerciale è la Germania, sia per l’import (752 milioni) sia per l’export (743 milioni).

Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sul podio

La Lombardia nel primo semestre del 2019 ha superato i 132 miliardi di interscambio, e risulta stabile rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, per un valore pari al 29% del totale italiano, che arriva a 453 miliardi di euro.

La Lombardia è quindi prima in classifica, seguita da Veneto, con 57 miliardi, ed Emilia Romagna (52 miliardi).

In particolare, in Lombardia, l’export ammonta a 64 miliardi circa su 238 miliardi nazionali (26,8%), e l’import a 68 miliardi, su 216 miliardi a livello nazionale. Pari al 31,7% del totale.

Aumentano i lavoratori, ma non il lavoro

Secondo i dati Istat, a maggio i contratti a tempo indeterminato crescono dello 0,2% rispetto al mese di aprile, i contratti a termine crescono dello 0,4%, e gli autonomi, a trattamento fiscale di favore, crescono dello 0,6%.

Sono nuovi lavoratori indipendenti o ex dipendenti riconvertiti per ovvie convenienze fiscali? “L’Istat ci dice che cresce il numero delle persone occupate. Ma i dati Istat trionfalmente esibiti comunicano indicazioni più realistiche: ci sono più lavoratori e meno lavoro”, spiega l’economista Claudio Negro, nella rivista Mercato del lavoro news, il periodico della Fondazione Anna Kuliscioff.

Continuano a crescere i contratti a termine

“Su base annua – commenta Nigro – i lavoratori stabili crescono dello 0,4%, ma quelli a termine dello 0,6%. Non sembrerebbe un risultato fenomenale, anche se senz’altro positivo”. Secondo Nigro questi dati sembrano indicare che il Decreto Dignità “è riuscito solo marginalmente a modificare i rapporti tra assunzioni a termine e assunzioni a tempo determinato: la crescita delle prime è ancora superiore alla crescita delle seconde. Inoltre i contratti permanenti sono tornati quasi ai livelli pre-crisi e paiono essersi stabilizzati poco sotto i 15 milioni, mentre i contratti a termine continuano a crescere, sia pure a ritmi più contenuti, e sono ormai oltre il 30% in più del periodo pre-crisi”.

“Il calo del tasso di disoccupazione di 0,2 punti è da prendere con le pinze”

Anche il calo del tasso di disoccupazione di 0,2 punti “è da prendere con le pinze”, sottolinea l’economista, e bisogna “valutarne bene le sfaccettature: in particolare stavolta è da segnalare che il risultato positivo è dovuto all’aumento degli occupati mentre è rimasto fermo il tasso di inattività, da settembre 2018 fermo tra il 34,3% e il 34,4%”.

Poiché questo indicatore è composto dalla somma di persone che né lavorano né cercano lavoro dimostra che un terzo della popolazione resta esclusa o si esclude dal mercato del lavoro. “Esattamente il contrario di quello che servirebbe per avviare una politica di crescita”, aggiunge l’economista.

“Ridistribuire il lavoro esistente non favorisce lo sviluppo, ma crea decrescita”

“Il punto debole è che le ore lavorate non crescono in proporzione al numero degli occupati -rimarca Negro-. Le ore totali lavorate nel primo trimestre 2008, prima dell’inizio delle crisi, erano state quasi 11,6 miliardi. Quelle del primo trimestre 2019 sono un po’ sotto gli 11 miliardi, esattamente la differenza è di 555 milioni di ore. Ma, posto che il numero degli occupati è quasi pari a quello ante crisi, vuol dire che è molto basso il numero di ore lavorate per addetto”, dichiara Nigro. E dalle Serie Storiche Istat ricaviamo che se nel 2015 le ore lavorate erano salite a 103,5 nel secondo trimestre 2018 sono scese a 102, riporta Adnkronos.

“La diminuzione delle ore lavorate pro capite spiega due fenomeni”, spiega ancora Nigro, la sostanziale stagnazione del Pil e quella dei salari, che dal 2012 sono cresciuti soltanto dello 0,16% annuo.

Insomma, “continuare a ridistribuire il lavoro esistente non favorisce lo sviluppo – aggiunge l’economista – ma crea decrescita”.

Gdpr, il parere dell’esperta a un anno dall’entrata in vigore

A un anno dalla sua entrata in vigore il Gdpr, o General Data Protection Regulation, ha imposto un cambio di prospettiva rispetto al passato. Il regolamento comunitario, introdotto lo scorso anno, ha rivoluzionato la normativa sulla tutela dei dati personali mettendo alle strette Pubblica Amministrazione e aziende private dell’Unione. Tanto che a oggi in tutta Europa sono state emesse sanzioni per oltre 56 milioni di euro. E se senza dubbio si è trattato di una normativa rivoluzionaria, proprio per questo motivo alle aziende ha complicato notevolmente le cose. In realtà, secondo quanto dichiara l’avvocato Federica De Stefani (esperta di diritto delle nuove tecnologie, diritto civile, contrattualistica nazionale e internazionale, e privacy) in una intervista a Fortune Italia, il Gdpr è una grande opportunità per le aziende, perché dà “indicazioni standard che possono essere applicate da tutti e allo stesso modo. Il far west non conviene a nessuno, a partire dalle aziende, sia grandi sia piccole”.

I primi dati sulle sanzioni: Italia al 5° posto fra i Paesi più multati

“Tutto questo – continua l’esperta – mentre arrivano i primi dati sulle sanzioni che sono state applicate a chi non ha rispettato il regolamento comunitario”. A oggi infatti sono state comminate in tutta Europa multe per oltre 56 milioni di euro, riporta Askanews, e la classifica dei Paesi con il numero più alto di infrazioni è guidata dalla Francia, seguita da Portogallo e Polonia. E l’Italia, in questa particolare graduatoria, si è piazzata al quinto posto.

Nel nostro Paese l’ammontare delle sanzioni al 2018 è stato pari a 8,1 milioni di euro, suddiviso in 707 violazioni amministrative contestate dal Garante per la Privacy, per lo più riguardanti il trattamento illecito di dati, la mancata adozione di misure di sicurezza, il telemarketing, le violazioni di banche dati, l’omessa o inadeguata informativa agli utenti sul trattamento dei loro dati personali.

“Si dice cosa si deve fare, ma non si specifica come attuarlo”

“Nonostante i dati, quello che manca è la percezione dell’importanza che ha questa nuova normativa perché ancora oggi purtroppo, a parte alcune realtà, non si è compreso fino in fondo né il significato né l’importanza di questa rivoluzione epocale per la protezione dei dati personali”, sottolinea l’avvocato De Stefani. Con il nuovo regolamento, cambia tutto, a partire dall’approccio. “Prima avevamo delle indicazioni specifiche, le norme dicevano che cosa si dovesse fare – aggiunge De Stefani -. Adesso ci sono dei principi generali che devono essere applicati e, quindi, ogni singola persona in base alla realtà di riferimento deve trovare le modalità con le quali adeguarsi a questo regolamento. Insomma si declina il principio generale, il cosa si deve fare, ma non si specifica come attuarlo”.

“Avere pazienza e prendere confidenza con un sistema completamente diverso”

Una mappa per capire come le aziende possono districarsi nel rispetto della normativa arriva dal volume Il GDPR per il marketing e il business online (Hoepli editore), scritto proprio da Federica De Stefani,

“Si tratta solo di avere pazienza – puntualizza ancora De Stefani – e prendere confidenza con un sistema completamente diverso che, come è prevedibile, porta con sé difficoltà oggettive insite in tutti i cambiamenti”.

Crescita zero e stagnazione economica, l’Ocse boccia l’Italia

Nel nostro Paese deficit e debito sono in salita. L’occupazione è ai minimi nell’area Ocse, e l’incertezza politica mette a rischio le trattative con l’Ue, con relativo impatto sullo spread. L’aumento del tasso di risparmio delle famiglie sta frenando i consumi privati, mentre la domanda esterna è debole, e il commercio globale e le tensioni stanno danneggiando le esportazioni. “La bassa fiducia delle imprese e la domanda debole deprimono il privato investimento, mentre i ritardi nella pianificazione dei progetti e nell’esecuzione continuano a ostacolare gli investimenti pubblici”, avverte l’Ocse. E se l’inflazione dei prezzi si è moderatamente accentuata, la crescita dei salari nel settore privato rimane modesta.

Espansione fiscale e bassa crescita nel 2019 faranno risalire il deficit

Sul fronte dei conti pubblici, l’Ocse rileva che l’espansione fiscale e la bassa crescita faranno risalire il deficit al 2,4% del Pil nel 2019 e al 2,9% nel 2020. Nel dettaglio, il bilancio 2019 prevede nuove misure nette pari allo 0,6% del Pil, per lo più dovute alla maggiore spesa per Quota 100 e Reddito di cittadinanza, “politiche espansive compensate solo in parte da tagli alla spesa, di almeno 2 miliardi di euro, come concordato con l’Europa e maggiori imposte sul reddito d’impresa”, si legge in una nota. Inoltre, riporta Adnkronos, queste proiezioni presuppongono che il governo applicherà circa la metà dei previsti aumenti dell’Iva nel 2020, pari a oltre 11 miliardi sui 23 totali.

Italia vulnerabile alle fluttuazioni dei tassi di interesse

Sul fronte debito, invece, una bassa crescita nominale, un aumento progressivo dei costi per interessi e un deficit più ampio, lo farebbero risalire dal 132,2% del 2018 al 134,1% nel 2019 e al 135% nel 2020. Un andamento che “rende l’Italia vulnerabile alle fluttuazioni dei tassi di interesse, limitando le scelte politiche a stimolare crescita o a perseguire obiettivi sociali”, aggiunge l’Ocse.

“Incertezza politica – ammonisce l’organizzazione – e una nuova situazione di stallo con la Commissione europea sul prossimo bilancio genererebbero forti e persistenti aumenti dello spread sui titoli di debito sovrano, un aumento dei costi di finanziamento delle banche e danni ai bilanci e ai coefficienti patrimoniali, con la conseguenza di una riduzione del credito bancario e degli investimenti”.

Aumentare il tasso di occupazione anche attraverso la spesa sociale

Quanto al mercato del lavoro, per l’Ocse “aumentare il tasso di occupazione, che è ancora uno dei più bassi tra i paesi dell’Ocse, è anche cruciale per stimolare la crescita e l’inclusione sociale”, ma aumentare il tasso di occupazione dipenderà dalla riduzione dei contributi in busta paga, dal miglioramento dei servizi per l’impiego e dal rafforzamento degli incentivi, ricalibrando il reddito del cittadino e introducendo un sistema di incentivi per i lavoratori a basso reddito.

Per quanto riguarda il salario minimo, secondo l’Ocse “dovrà essere fissato a un livello che non danneggi l’occupazione nel mercato del lavoro”. E “la spesa sociale dovrebbe essere equa tra generazioni e al tempo stesso promuovere anche la crescita dell’occupazione, in particolare tra le donne e i giovani”.