La denuncia è sollevata dall’Ufficio studi CGIA sulla base dei dati Istat: tra tutti i nuclei famigliari che hanno come capofamiglia un lavoratore autonomo il rischio povertà o esclusione sociale è al 22,7%. La quota riferita alle famiglie con alla guida un lavoratore dipendente è decisamente inferiore, e pari al 14,8%.
Se negli ultimi decenni si è assistito a una progressiva riduzione del potere d’acquisto dei salari, che ha spinto verso l’area dell’indigenza molti operai o impiegati con bassi livelli di inquadramento contrattuale, ai lavoratori autonomi le cose sono andate molto peggio.
I fatturati hanno subito forti contrazioni, e di conseguenza, la qualità della vita di chi lavora in regime di partita Iva ha subito un deciso aggravamento. Tanto che Rispetto al 2003 il reddito autonomi è sceso del 30%.
Una categoria disagiata, quella dei pensionati
In realtà, il rischio povertà o esclusione sociale è un indicatore complesso, dato dalla somma delle persone che si trovano in almeno una delle seguenti condizioni: vivere in famiglie a rischio povertà, in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale, in famiglie a bassa intensità di lavoro.
Ovviamente, tra le categorie monitorate dall’Istat la più disagiata economicamente e socialmente è quella dei pensionati, dove il rischio povertà è addirittura al 33,1%.
In Italia il numero dei lavoratori indipendenti è stimato in 5.170.000 unità. Di questi, poco meno della metà opera in regime dei minimi.
Si tratta di attività economiche senza dipendenti e senza alcuna organizzazione d’impresa, con un fatturato annuo inferiore a 85mila euro. Insomma, una semplice partita Iva che fa dell’autoimprenditorialità la sua ragione lavorativa.
La debolezza economica di tante partita IVA
È il caso di tanti giovani, di altrettante donne e di molte persone in età avanzata, soprattutto del Mezzogiorno, che sbarcano il lunario con piccoli lavori/consulenze senza disporre di alcun ammortizzatore sociale o sostegno pubblico.
Soggetti che faticano a incassare le proprie spettanze e che nella maggioranza dei casi si trovano in condizioni economiche molto fragili, quindi, a forte rischio di povertà o esclusione sociale.
Negli ultimi 20 anni il reddito degli autonomi è sceso del 30%, mentre quello dei lavoratori dipendenti è diminuito dell’8%.
Per i pensionati, invece, il dato è rimasto pressoché stabile. La debolezza economica di molte partite Iva e il crollo dei consumi interni hanno fiaccato la tenuta reddituale di tante micro attività.
Il 23,1% degli italiani è in difficoltà
In termini assoluti tutta la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale presente in Italia è a pari a 13,5 milioni di persone (23,1% del totale abitanti). Di questi, 7,7 milioni ( 57%) sono residenti nel Mezzogiorno.
La regione che ne conta di più è la Campania (2,4 milioni), mentre se si prende come riferimento la percentuale a rischio povertà sul totale abitanti, la regione con la quota più elevata è la Calabria (48,8%). Seguono la Campania (43,5%), la Sicilia (40,9%) e la Puglia (37,7%).