Imprese: crescono i fatturati, ma peggiorano marginalità e rischio creditizio

Secondo alcune evidenze emerse dall’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio CRIF Pulse, la dinamica inflazionistica continuerà a spingere verso l’alto i fatturati delle imprese italiane anche nel 2022, previsti al +9% sia rispetto al 2021 sia al 2019.La ripresa economica registrata nel 2021 ha infatti consentito un importante recupero del fatturato e dei margini delle aziende italiane, seppur con grosse differenze tra i diversi settori. Tuttavia, l’attuale contesto caratterizzato da molteplici tensioni e fattori di incertezza, comporta una revisione al ribasso delle prospettive 2022 sul fronte della marginalità operativa. È prevista infatti in calo sia rispetto al 2021 (-40 bps) sia rispetto al 2019 (-50 bps), prima che la diffusione della pandemia arrivasse a condizionare in modo tanto pesante l’economia globale.

Più rischio per Turismo, Tempo Libero, Costruzioni, Immobiliare e Agricoltura 

Nel primo semestre 2022 le imprese italiane hanno iniziato a risentire in modo evidente dei fattori di tensione e di incertezza, tanto che oltre il 40% delle imprese si caratterizza per un livello di rischio creditizio prospettico medio-alto. A livello settoriale, risultano maggiormente esposti Turismo, Tempo Libero, Costruzioni e Immobiliare, i comparti che dall’inizio della pandemia avevano subito gli effetti più significativi, e l’Agricoltura, a causa dell’emergenza idrica e del caro energia. Le previsioni per il 2022 vedono da un lato la crescita del fatturato legata alla spinta inflazionistica e dall’altro la riduzione dei margini operativi derivante dall’incremento dei costi energetici e delle materie prime.

Pressione sui margini operativi e fabbisogno di capitale

“A livello di impatto finanziario, l’equilibrio fonti-impieghi delle aziende italiane resta delicato – spiega Simone Mirani, General Manager di CRIF Ratings -. La pressione sui margini operativi e il fabbisogno di capitale circolante saranno difficilmente compensabili nel breve termine in termini di capacità di generazione di cassa. Tuttavia, le aziende che hanno effettuato un’adeguata provvista finanziaria nel biennio 2020-2021, anche grazie agli strumenti messi in campo dal governo italiano per contenere la crisi causata dalla pandemia, dispongono di un vitale polmone di liquidità”.

L’impatto dei tassi d’interesse sul tasso di default

“Da tenere presente, però, che il venir meno delle moratorie e la conseguente ripresa dei piani di rimborso del debito finanziario, unitamente all’impatto dell’impennata dei costi dell’energia e di alcune materie prime, potranno accentuare le tensioni sul fronte della liquidità, specie nei settori ad alta intensità di capitale circolante e in quelli energivori – aggiunge Simone Mirani -. Il progressivo incremento dei tassi d’interesse nell’attuale contesto potrà inoltre contribuire, specie per le aziende con elevati livelli di indebitamento, ad accrescere ulteriormente il rischio di credito nel medio termine, e il conseguente tasso di default nel biennio 2023-2024”.

Credito specializzato: nei primi tre mesi 2022 supera i livelli pre-pandemia

Nonostante le incertezze generate dal contesto geopolitico e le tensioni macro-economiche nei primi tre mesi del 2022 il credito specializzato ha superato i livelli pre-pandemia. A un confronto con lo stesso periodo del 2019, la nuova produzione evidenzia infatti una variazione positiva del +7,7%. I diversi comparti, tuttavia, mostrano trend differenti. A fronte di una decisa crescita del valore dello stipulato nel mercato del leasing, la crescita del turnover è più contenuta per il factoring e le erogazioni di credito alle famiglie. È quanto emerge dalla 15esima analisi annuale dei dati aggregati relativi al credito specializzato effettuata dalle associazioni di categoria Assifact, Assilea e Assofin.

La crescita è più marcata per il leasing: +25,6%  

Nel contesto di ripresa che ha caratterizzato il Paese nel 2021, con il Pil annuale che ha segnato un +6,6%, l’attività degli associati delle tre associazioni di categoria Assifact, Assilea e Assofin è risultata pari a 365,4 miliardi di euro in termini di volume, segnando un aumento dell’11,9% rispetto al 2020 e incrementando la sua quota sul Pil del 20,6% (era il 19,8% nel 2020). La crescita è più marcata per il leasing (+25,6%), ma anche il credito alle famiglie (+13,4%) e il factoring (+10,0%) evidenziano incrementi a doppia cifra. I crediti in essere complessivi a fine 2021 si attestano a circa 503,3 miliardi di euro, e tornano così in territorio appena positivo (+0,4%), dopo il calo del 2020.

Il 67,8% dei flussi totali di credito proviene dagli operatori specializzati

Nel 2021 in ciascun settore si riscontra, tuttavia, un trend differente, che risulta in miglioramento per il factoring (+5,5%) e per il credito alle famiglie (+1.3%), mentre il leasing ha chiuso l’anno con una riduzione dell’8,3% dello stock. Nonostante il 67,8% dei flussi totali di credito provenga dagli operatori specializzati e il 32,2% dalle banche generaliste, il 59,8% del totale outstanding è detenuto dalle banche generaliste, quota sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente.

Nel 2021 finanziati l’8,1% degli investimenti delle imprese

“Il credito specializzato – si legge nell’analisi – conferma il suo ruolo di particolare importanza nell’ambito dell’economia italiana, cruciale anche per la ripresa del Paese, assicurando, attraverso i diversi comparti che lo compongono, strumenti flessibili a supporto delle esigenze di imprese e famiglie”.
La nuova produzione di credito specializzato nel 2021 rappresenta il 26,8% degli impieghi totali di banche e intermediari finanziari, quota significativa e sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Attraverso le forme di credito specializzato sono stati finanziati l’8,1% degli investimenti delle imprese e l’8,5% della spesa delle famiglie, quote entrambe in crescita rispetto all’anno precedente.

Gen Z: tra hobby e amici meglio passare il tempo in compagnia

Gli adolescenti italiani sono i più ‘socievoli’ d’Europa. L’Italia infatti è il primo Paese europeo per percentuale di adolescenti che amano passare il tempo libero in compagnia dei propri amici, con 11 punti in più (67%) della media europea (56%). Forse perché gli studenti italiani hanno sofferto maggiormente per la mancanza di interazioni sociali durante la pandemia (70%), rispetto ai coetanei degli altri Paesi (60%), in particolare, le ragazze (74%) più dei ragazzi (68%), e gli studenti tra 16-18 anni (76%). È quanto emerge dall’indagine sull’istruzione condotta dalla piattaforma di e-learning GoStudent in collaborazione con Kantar Market Research.

Videogames, Netflix, YouTube o la TV?

Un Gen Z italiano su 2 ama trascorrere il proprio tempo libero anche giocando ai videogames (50%) e ascoltando musica (48%). E anche in questo caso, gli adolescenti italiani (79%) sono più appassionati di videogames rispetto ai coetanei stranieri (72%). Netflix, televisione e YouTube riscuotono invece meno successo tra gli adolescenti italiani rispetto ai ragazzi delle altre nazioni. In Italia, guardare video su YouTube (47%) e intrattenersi con Netflix o la televisione (45%) sono rispettivamente al quarto e al quinto posto della classifica delle attività predilette.

I giovani italiani sono i più sportivi 

All’Italia va anche il primato per numero di giovani che inseriscono lo sport tra gli hobby prediletti: il 45% dei Gen Z italiani trascorre il tempo libero facendo attività sportiva contro il 39% della media europea. I ragazzi (56%) sono inoltre più sportivi delle ragazze (33%), e gli adolescenti tra 16-18 anni più sportivi (47%) rispetto ai 10-12enni (45%) e i 13-15enni (43%). Ma l’Italia (34%) è sul podio anche per le attività all’aria aperta. Le attività outdoor sono più popolari tra i ragazzi (37%) che tra le ragazze (30%), e i pre-adolescenti di 10-12 anni sono quelli che più amano trascorrere il proprio tempo libero all’aria aperta (42%). Andare in bicicletta invece ha riscosso solo il 21% di preferenze in Italia, un dato comunque più alto rispetto al resto d’Europa (18%).

Social network? No grazie

Diversamente da quanto si possa pensare, riporta Adnkronos, passare il tempo sui social non è tra gli hobby prediletti della Gen Z, né in Italia né nel resto d’Europa. Con il 32% delle preferenze, i social network sono solo all’ottavo posto della classifica, un dato comunque più basso rispetto al resto d’Europa (36%). Inoltre, nonostante i ragazzi italiani che amano la lettura siano oltre il 28%, più rispetto ai coetanei europei (26%), leggere non sembra rientrare tra le attività predilette dei Gen Z nostrani: nella classifica degli hobby la lettura è solo in nona posizione. C’è poi un 10% che predilige dedicarsi ad attività artistiche, come dipingere o disegnare, mentre suonare uno strumento e ballare hanno riscosso rispettivamente il 10% e il 9% delle preferenze tra gli adolescenti italiani di ambo i sessi.

Frodi creditizie: salgono i casi, ma calano gli importi medi frodati

Secondo gli ultimi dati registrati dall’Osservatorio sulle Frodi Creditizie e i furti di identità realizzato da CRIF-MisterCredit, nel 2021 i casi rilevati in Italia sono oltre 28.600, +31,1% rispetto al 2020: un aumento dovuto al continuo sviluppo degli acquisti online, che ha contribuito alla crescita dei casi perpetrati sui canali virtuali, dove le verifiche possono essere meno efficaci. Complessivamente, il danno stimato raggiunge 124,6 milioni di euro, stabile rispetto al 2020, poiché al numero maggiore di casi corrisponde una diminuzione dell’importo medio frodato (4.350 euro, -23,3%). Il numero di casi rilevati si è concentrato infatti su importi inferiori a 1.500 euro (+52%), a dimostrazione di come le organizzazioni criminali ormai non disdegnino le operazioni fraudolente su beni di importo più contenuto.

Aumentano beni e servizi “frodati”

Si registra, inoltre, un aumento dei casi di frode con importi compresi tra 5.000-10.000 euro (+45,7%), e quelli con valore superiore ai 10.000 euro (+13,9%). Risultano in calo solamente i casi di importo compreso tra 1.500-3.000 euro (-28,9%) e tra 3.000-5.000 euro (-10,1%). Tra le forme di credito in cui si registra il maggior numero di casi fraudolenti, i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi (auto, moto, articoli di arredamento, elettronica, elettrodomestici), che nonostante rappresentino la tipologia più colpita (34,4%), segnano una flessione del -30% circa. Al contrario, aumentano le frodi sui prestiti personali (+56,6%,  22,5%), mentre quelle sulle carte di credito crescono del + 59,7%.
Nel 2021 iniziano poi a emergere anche casi di frode sulla rateizzazione di acquisti e-commerce (le formule ‘Buy now, pay later’), anche se ricoprono una fetta residuale (0,2%).

Il profilo delle vittime

La maggioranza delle vittime è rappresentata da uomini (63,5%), e si conferma come fascia di età più colpita quella degli under 30 (+8,0%), mentre diminuiscono gli over 60 anni (-6,9%). La fascia compresa tra 41-50 anni segue i più giovani come segmento maggiormente colpito dal fenomeno (22,5%). Per quanto riguarda le regioni in cui sono state rilevate le frodi, la ripartizione dei casi mostra una maggiore incidenza in Campania (16,7%) Sicilia, Lombardia e Puglia, seguite da Lazio e Calabria.

Come vengono perpetrate e quando vengono scoperte?

Analizzando gli alert sui documenti identificativi emersi dalle interrogazioni fatte ai servizi prevenzione frodi gestiti da CRIF, e dai dati SCIPAFI delle banche, si conferma l’utilizzo preponderante della carta di identità come documento identificativo (80,7%), seguito dalla patente (17,7%). In particolare, l’1,9% dei documenti presentati in fase di identificazione anagrafica è una carta di identità contraffatta, oppure valida ma non riconducibile al soggetto. Per le patenti nel 4,1% dei casi si tratta di patenti inesistenti o non appartenenti al soggetto. In controtendenza rispetto al 2020, i tempi di scoperta delle frodi si stanno accorciando: il 42,4% dei casi viene scoperto entro i primi sei mesi (36,3% nel 2020), e al contempo, diminuiscono i casi scoperti dopo oltre 3 anni (-11,3%).

Il lavoro del futuro è da remoto: flessibilità e assunzioni in tutto il mondo 

Spinto fortemente dalla pandemia il remote work, ovvero il lavoro da remoto, sta ridisegnando in maniera decisa il mercato del lavoro, perché consente di assumere il miglior candidato senza dover tener conto del posto in cui vive, creare un team di talenti e garantire, allo stesso tempo, la massima flessibilità. A spiegare questi importanti cambiamenti nel mondo del lavoro e nelle nuove esigenze di aziende e lavoratori è Elisa Rossi, vice president Marketing & Growth di Remote, startup americana nata nel 2019 per semplificare e agevolare l’assunzione di dipendenti internazionali da parte delle aziende di tutto il mondo.

Assumere il miglior candidato a livello globale

“Il mondo del lavoro – spiega Elisa Rossi – è in evoluzione da molti anni e la pandemia ha notevolmente accelerato tale processo”. Ma l’aspetto più importante che si è verificato in questi anni, continua Elisa Rossi, è “la trasformazione del lavoro a distanza da vantaggio occasionale a necessità aziendale”.
Tante aziende oggi, conferma la VP Marketing & Growth di Remote, “stanno scoprendo che questo nuovo modo di lavorare ha vantaggi incredibili”. L’azienda non è più limitata alla ricerca di candidati in un’area geografica specifica, ma può effettivamente assumere il miglior candidato in qualunque parte del mondo, e dal lato lavoratore è possibile sperimentare un migliore equilibrio tra lavoro e vita personale.

Maggiore efficienza per l’azienda e più libertà per il lavoratore

La trasformazione del lavoro ha già avuto inizio, ma adesso bisogna cambiare mentalità. Per un’azienda questo significa reinventare il modo in cui i membri dell’organizzazione comunicano, collaborano e prendono decisioni, in modo da sfruttare al meglio i vantaggi del lavoro da remoto.
“Questa evoluzione – prosegue Rossi – è necessaria affinché l’azienda raggiunga una maggiore efficienza e il lavoratore provi un senso di responsabilizzazione e libertà: entrambi vantaggi chiave del lavoro a distanza”.
Man mano che il lavoro fully remote diventerà sempre più comune, “le aziende devono anche ripensare le funzioni principali delle risorse umane come assunzioni, benefit, buste paga e conformità – aggiunge Rossi -. Ciò diventa ancora più rilevante se vogliono assumere i talenti all’estero”.

Un’infrastruttura per il remote work

“Remote ha creato un’infrastruttura in tutto il mondo che permette a qualsiasi azienda di assumere lavoratori, indipendentemente da dove vivano, pagare i salari in valuta locale, fornire loro i benefit che si aspettano e non doversi preoccupare di tasse e normative – sottolinea Rossi, come riporta Adnkronos -. I nostri fondatori hanno lanciato Remote nel 2019. Persino prima della pandemia, hanno compreso che le aziende si stavano evolvendo lontano dagli uffici statici e avevano bisogno di strumenti migliori per assumere e pagare le persone che vivono in altri paesi. La risposta del mercato da allora è stata incredibile. Tutto ciò ha accelerato la crescita di Remote, da 70 dipendenti a gennaio 2021 a oltre 900 oggi, e l’Italia è per noi un mercato in rapida crescita”.

Ecco perchè l’Italia deve puntare sulle rinnovabili e il fotovoltaico

L’Italia ha tutte le carte in regola per poter investire sulle energie rinnovabili e sul fotovoltaico per potersi affrancare dal punto di vista energetico. D’altronde, le ultime notizie conseguenti alla difficile situazione in Ucraina e Russia parlano chiaro: l’approvvigionamento di gas ed energia è sempre più difficile e soprattutto costoso, con pesanti ricadute per i budget delle famiglie italiane. Insomma, l’adozione di nuove forme di energia è diventata veramente una necessità. Ma le criticità nel nostro Paese, purtroppo, non mancano. 

Troppi progetti in stallo

Quello che emerge rispetto allo stato dei progetti di fotovoltaico nel nostro paese non è incoraggiante. Dati alla mano, ogni anno 9 progetti di impianti su 10 risultano bloccati dagli iter autorizzativi. In un momento che vede l’approvvigionamento di energia come una priorità fondamentale per il Paese è doveroso prendere coscienza di come lo sblocco degli iter consentirebbe all’Italia di autoprodurre energia preziosa. 
I dati forniti dall’Alleanza per il Fotovoltaico non lasciano dubbi sulla questione: ammonta a circa 40 GW la produzione di energia da fotovoltaico attualmente bloccata dagli iter autorizzativi. In termini monetari si parla di 35 miliardi di euro di investimenti privati, pronti per partire, bloccati dalla burocrazia.A farsi portavoce di queste criticità è Greenergy, azienda di Castellaneta (Taranto) leader nel settore delle energie rinnovabili ed EPC Contractor che da 16 anni si impegna a fornire soluzioni per efficientare aziende e abitazioni. Sin dalla sua nascita, riferisce Adnkronos, l’azienda ha sviluppato progetti di fotovoltaico contribuendo a rendere energeticamente efficienti grandi aziende, importanti enti e tantissime abitazioni.

Le potenzialità del territorio italiano

Il territorio italiano offre opportunità uniche per lo sviluppo di progetti di fotovoltaico, troppo spesso bloccati, incompiuti o fermati in partenza a causa di tempi e processi di approvazione troppo lunghi. Oggi più che mai è necessario essere consapevoli che non possiamo più permetterci di perdere tempo sulle rinnovabili. Per far sì che questo avvenga è necessario che l’efficienza energetica diventi un obiettivo per le imprese. Per le aziende, il fotovoltaico può essere oggi il principale volano per lo sviluppo grazie all’accrescimento di valore e, aspetto fondamentale, il notevole risparmio in costi per l’energia: un elemento cruciale contro cui le imprese italiane lottano ormai da quasi un anno. Efficientare un’azienda porta vantaggi anche meno concreti ma non meno importanti come quelli valoriali. Un’azienda energeticamente efficiente oggi è più competitiva perché attenta e consapevole del proprio ruolo e delle responsabilità nei confronti dell’ambiente.

Accompagnare gli stakeholders per raggiungere l’indipendenza energetica

I soggetti in grado di accompagnare aziende e investitori in questi percorsi sono tanti. Tuttavia, sono poche le aziende di energie rinnovabili in grado di sostenere gli stakeholder lungo i numerosi e, nella maggior parte dei casi, lunghi passaggi che portano alla realizzazione di un impianto. I processi coinvolgono numerosi attori istituzionali, numerose norme da analizzare, per non parlare dello studio che costituisce il progetto di efficienza energetica. Rappresenterebbe un vantaggio per chi vuole approcciare il mondo delle rinnovabili poter interfacciassi con un unico interlocutore in grado di gestire questa complessa rete di rapporti. L’indipendenza energetica e l’adozione di risorse rinnovabili non sono, dunque, impossibili o irrealizzabili. Anzi, diventa indispensabile se davvero ci sarà la volontà di raggiungere gli obiettivi per il clima fissati per il 2030 e per il 2050. L’Italia ha le potenzialità e le risorse per sviluppare sull’intero territorio soluzioni in grado di provvedere all’autoproduzione energetica. È importante che cittadini, imprese e investitori prendano consapevolezza di come le energie rinnovabili come il fotovoltaico possano rappresentare una svolta in campo energetico.

Incentivi auto 2022: come funzionano e chi li può ottenere

I contratti d’acquisto di veicoli a due e quattro ruote non inquinanti sottoscritti da martedì 17 maggio potranno ottenere il bonus compreso tra 2.000 e 5mila euro. Per gli incentivi auto 2022 sono stati stanziati 650 milioni di euro per ciascuno degli anni 2022-2023-2024, uno stanziamento che rientra tra le risorse approvate dal Governo nel Fondo automotive, per il quale è stata prevista una dotazione finanziaria complessiva di 8,7 miliardi di euro fino al 2030. In particolare, la somma per l’anno 2022 viene riparta per l’acquisto di auto di categoria M1 (elettriche, ibride plug-in, endotermiche a basse emissioni), e motocicli e ciclomotori (non elettrici, elettrici), e commerciali di categoria N1 e N2.

Novità per gli importi concessi per l’acquisto di nuovi veicoli

Per le auto con emissioni comprese tra 0-135 g/km CO2, Euro 6, sono stati aggiornati i limiti di prezzo di listino del veicolo nuovo e gli importi dei contributi concessi, tenuto conto della fascia di emissione e della presenza del veicolo da rottamare. Per la fascia 0-20 g/km CO2 il prezzo di listino non deve essere superiore a 35.000 euro e il contributo è di 3.000 euro senza rottamazione e 5.000 euro con rottamazione. Per la fascia 21-60 g/km CO2 il prezzo di listino non deve essere superiore a 45.000 euro e il contributo è di 2.000 euro senza rottamazione e 4.000 euro con rottamazione. Per la fascia 61-135 g/km CO2 il prezzo di listino non deve essere superiore a 35.000 euro e il contributo è di 2.000 euro esclusivamente con la rottamazione.

Possono accedere solo le persone fisiche

Possono accedere a tali contributi le persone fisiche, mentre le persone giuridiche, a cui è riservata una quota del 5% delle risorse stanziate per la categoria M1, possono prenotare i contributi solo per le fasce 0-20 e 21-60 g/km CO2 se i veicoli sono impiegati in car-sharing con finalità commerciali.
Per motocicli e ciclomotori sono stati introdotti anche contributi per i veicoli non elettrici (40% del prezzo di acquisto fino a 2.500 euro). Il contributo è riconosciuto solo alle persone fisiche che acquistano un veicolo non inferiore a euro 5 e rottamano un veicolo della stessa categoria.
Il contributo, per le Pmi, comprese le persone giuridiche, è previsto esclusivamente per i veicoli con alimentazione elettrica con contestuale obbligo di rottamazione.

Cambiano gli importi per i veicoli N1

Cambiano gli importi dei contributi per i veicoli di categoria N1, riporta Adnkronos: 4.000 euro con MTT fino a 1,5 tonnellate, 6.000 euro con MTT superiore a 1,5 e fino a 3,5 tonnellate. Per i veicoli di categoria N2, 12.000 euro con MTT superiore a 3,5 e fino a 7 tonnellate, e 14.000 euro con MTT superiore a 7 e fino a 12 tonnellate. Sono stati inoltre stabiliti i requisiti per il mantenimento della proprietà del veicolo acquistato con l’incentivo, ovvero, 12 mesi nel caso di acquirente persona fisica e 24 mesi nel caso di persona giuridica.

Slow shopping: acquistare lento è sinonimo di qualità e durata

Un cambiamento nella scala di valori e atteggiamenti, sia dal punto di vista della sostenibilità sia dello sviluppo economico e del progresso sociale: è un nuovo concetto di consumo, ovvero, lo slow shopping. Lo shopping lento può eliminare l’acquisto impulsivo, e aiutare i consumatori a decidere se c’è davvero bisogno di acquistare un determinato prodotto o meno. Ma slow shopping significa anche tempi lenti di acquisto, senza ansie da accaparramento, e senza essere condizionati dalle offerte promozionali. Se la logica del fast shopping è quella dell’iperproduzione e dell’iperconsumo, a basso costo e bassa qualità, lo slow shopping privilegia la qualità e la durata, tenendo conto del tempo della lavorazione del prodotto, del lavoro che ci sta dietro e del fatto che ci accompagnerà a lungo perché utile e funzionale.

Dalle vendite porta a porta agli acquisti in chiave esperienziale

Insomma, qualità, esclusività e sostenibilità sono i fattori che vale la pena considerare al momento di decidere il prossimo acquisto. Questo potrebbe spiegare anche la fortuna delle vendite dirette porta a porta, che anche in tempi di pandemia sono andate a gonfie vele. L’appuntamento con il venditore non necessariamente è finalizzato all’acquisto immediato, è altamente personalizzabile e ha un valore di contatto umano prezioso. Ma lo slow shopping è anche parente dell’evoluzione degli acquisti in chiave esperienziale: vedere come l’agente porta a porta sta rinnovando il materasso nella dimostrazione di pulizia a fondo, o come nel party plan (vendita per riunioni) si realizzi una cena gourmet con un robot da cucina, sono appunto esperienze.

Anche una rete di aiuto per clienti disabili o anziani

In Gran Bretagna slow shopping è anche un movimento che “si rivolge a chiunque abbia bisogno di più tempo per pensare durante gli acquisti”. In pratica, si tratta di un servizio per accompagnare clienti disabili, anziani o persone che potrebbero non essere abili nella lettura. Lo ha fondato Katherine Vero, dopo aver visto cosa accadeva alla sua mamma anziana mentre faceva acquisti: dimenticava il pin della carta di credito o non ricordava bene cosa le serviva. Da lì l’idea di una rete di aiuto, perché gli acquisti non divengano un’esperienza problematica.

Consulenze a domicilio o videoconsulenze?

Shopping lento significa anche che i clienti devono godersi l’esperienza prima di acquistare qualsiasi prodotto, specie se costa un bel po’ ed è destinato a durare per anni. Un’idea anche di alcuni marchi di abbigliamento, come Lanieri, ad esempio, che realizza abiti su misura da uomo con videoconsulenze: si prenota un appuntamento virtuale in compagnia di uno style advisor, si scoprono i prodotti e si crea il capo su misura che poi viene recapitato a casa. Offre invece servizio a domicilio nelle principali città d’Europa, riferisce Ansa, la sartoria veronese DeLuca, mentre Suitable a Milano oltre a tessuti pregiati utilizza lo scanner 3d per costruire il fit perfetto. Sono poi consulenze a domicilio quelle di arredatori e plant designer che progettano spazi verdi indoor e outdoor, mentre i wellness designer di Perdormire guidano online il live shopping.

Imprevisti a livello mondiale, come devono cambiare i dirigenti aziendali

Dopo la pandemia, gli sconvolgimenti che hanno colpito il mondo, ancora una volta a livello globale. In questo scenario, con i venti di guerra che arrivano dall’Ucraina, le aziende non possono permettersi il lusso di stare a guardare. Già pesantemente colpite dagli effetti del Covid, le imprese devono vedere il tiro della loro business strategy. In questo contesto socio-politico complicato, i dirigenti aziendali si trovano a dover affrontare nuovi inattesi ostacoli e rischi alla crescita delle proprie imprese, in molti casi ridisegnando la propria strategia aziendale e puntando decisamente su alcuni fattori. In particolare sostenibilità, fusioni e acquisizioni sono ritenuti centrali per accelerare le nuove strategie di crescita in ottica esg e aumentare il contenuto tecnologico delle aziende. Sono alcune delle evidenze emersa dall’EY ceo outlook survey, uno studio realizzato su oltre 2.000 ceo di aziende (di cui 70 in Italia), di 46 Paesi e 13 diverse industries. La ricerca fornisce indicazioni sulle aspettative dei leader aziendali per la crescita futura e la creazione di valore a lungo termine, oltre a suggerire le principali tendenze e gli sviluppi che incideranno sulle strategie di business delle aziende italiane e internazionali.

Gli interventi adottati dai ceo

A seguito della pandemia e dei suoi pesanti strascichi, l’83% dei ceo italiani (79% di quelli internazionali) ha messo a terra piani operativi per modificare la supply chain. Mentre il 53% (55% dei ceo internazionali) sta rivedendo la strategia aziendale nel suo complesso. Nell’incerto e mutevole scenario attuale, la maggior parte degli amministratori delegati italiani (64%) indica gli investimenti in tecnologia come chiave per ottimizzare i costi, migliorare le relazioni con gli stakeholder e perseguire percorsi di sostenibilità. In tal senso, quasi la metà degli interpellati (48%) sostiene che diventare un esempio nella sostenibilità rappresenterà sempre di più un vantaggio a livello di competitività dell’azienda.

Fusioni e acquisizioni

Fusioni e acquisizioni (m&a) rimangono un’opzione strategica specie per rafforzare le strategie esg e di sostenibilità, ma con un’attenzione particolare ai mercati nazionali o locali. Nonostante i primi mesi del 2022 abbiano visto un rallentamento sia di volumi che di operazioni di m&a rispetto allo stesso periodo del 2021, il 74% delle aziende sta portando avanti acquisizioni o fusioni nel proprio mercato interno o regionale/locale. A livello di ceo italiani, il 44% si aspetta che le proprie aziende perseguano acquisizioni nei prossimi 12 mesi, un dato in netto aumento rispetto al 35% dell’inizio 2021. Alla domanda di identificare le principali tendenze nel mercato delle fusioni e acquisizioni nel 2022, i ceo hanno affermato che si aspettano un aumento delle acquisizioni cross-industry (63%) e un ruolo decisivo del private equity (62%).

La sostenibilità come driver

Principale attenzione e risorse oggi sembrano essere dirette verso il business già in atto (indicato dal 25% dei ceo italiani) per accelerare la crescita e la creazione di valore. Per il 24% (20% dei ceo internazionali) invece è prioritario investire nella transizione digitale, per il 17% (13% delle aziende straniere) nella sostenibilità. Tra i principali driver della propria strategia di sostenibilità, il 24% degli imprenditori italiani indicano il fatto che diventare leader nella sostenibilità porti un vantaggio in termini di competitività e credibilità aziendale.

Spreco alimentare: Genz Z è consapevole, ma vuole saperne di più

La Generazione Z sa che sprecare il cibo è sbagliato, e vorrebbe essere più informata su questo tema. Il 78% dei giovani è infatti consapevole delle conseguenze ambientali causate dallo spreco alimentare, ma l’84% di loro sostiene che avere più informazioni potrebbe aiutarli a sprecare meno cibo. È quanto emerge da un’indagine realizzata da Too Good To Go, l’app anti-spreco, condotta su un campione di più di 32 mila studenti tramite le stories Instagram sul profilo da 4 milioni di followers di ScuolaZoo. Il 27 marzo Too Good To Go festeggia il suo terzo anno di attività su territorio nazionale.  E per questa occasione, l’app anti spreco nata in Danimarca nel 2015, ha voluto approfondire le abitudini e i comportamenti della Generazione Z in materia di spreco alimentare, e capire quanto i consumatori del futuro siano consapevoli delle implicazioni ambientali causate dallo spreco di cibo.

Si spreca più di un terzo di tutto il cibo prodotto

Oggi più di un terzo di tutto il cibo prodotto viene sprecato, e questo è causa del 10% delle emissioni di gas serra in atmosfera.
Infatti, il centro di ricerca Project Drawdown ha individuato nel contrasto allo spreco alimentare la soluzione numero 1 per combattere il cambiamento climatico e mantenere l’aumento delle temperature al di sotto dei 2°C entro la fine del secolo, così da limitare i danni dei cambiamenti climatici su persone e ambiente. Nonostante la maggior parte dei giovani sia a conoscenza di questo problema, avere maggiori informazioni sul tema potrebbe aiutarli a sprecare meno cibo. Un dato rilevante, considerato che oltre la metà dei giovani ha dichiarato di non aver mai trattato il tema a scuola.

L’importanza di sensibilizzare i più giovani 

“Le nuove generazioni sono il nostro futuro ed è stimolante sapere che sono sempre più attente e sensibili a questi argomenti – commenta Eugenio Sapora, Country Manager Italia di Too Good To Go -. La collaborazione con ScuolaZoo e l’indagine social rivolta alla sua community ci ha permesso di capire ulteriormente quali siano le reali esigenze dei giovani rispetto a questa problematica. Il fatto che la maggior parte dei rispondenti sia consapevole di ciò che lo spreco di cibo comporta, ma che vorrebbe più informazioni e strumenti per poterlo contrastare efficacemente, ci dimostra quanto la nostra attività, non solo come app anti-spreco, ma anche come movimento di sensibilizzazione, sia importante”, aggiunge Spora.

Spesso il cibo è buono oltre la data di scadenza

Per operare a 360 gradi contro lo spreco alimentare, riporta Adnkronos., Too Good To Go ha lanciato progetti come il Patto contro lo Spreco Alimentare e l’iniziativa ‘Etichetta Consapevole’. Si tratta di un’aggiunta in etichetta dei prodotti con termine minimo di conservazione (Tmc) della specifica ‘Spesso buono oltre’, accompagnata da alcuni pittogrammi esplicativi (osserva, annusa, assaggia). L’iniziativa è nata per sensibilizzare i consumatori sulla differenza tra data di scadenza e Tmc, ora presente in Italia su più di 10 milioni di confezioni di prodotti.