Cancro al seno: i falsi miti

Come è noto a tutti, il cancro al seno è una delle maggiori cause di morte per le donne in tutto il mondo. Si tratta di una patologia che purtroppo non si è ancora arrivati a debellare e che si stima interessi circa una donna su tre nell’arco della sua vita.

Parliamo chiaramente di i numeri importanti ed è per questo motivo gli sforzi di scienziati e ricercatori sono sempre più concentrati sul riuscire ad individuare con certezza le cause scatenanti e le possibili soluzioni per bloccare sul nascere questo tipo di problema e impedirgli di presentarsi.

Sebbene dunque la scienza non sia ancora arrivata a questo punto, e ci auguriamo che questo possa avvenire il prima possibile, possiamo comunque fare il punto della situazione su quello che ad oggi sappiamo con certezza sia per quel che riguarda eventuali falsi miti che per quanto concerne le informazioni attendibili.

I falsi miti sul cancro al seno

Vi sono alcune correnti di pensiero, che trovano modo naturale di diffondersi proprio sul web, secondo le quali alcuni dei nostri comportamenti quotidiani siano in grado di favorire lo sviluppo del cancro al seno.

Vediamo allora quali tra questi sono completamente fuorvianti e dunque non attendibili, ovvero non si basano su alcun fondamento scientifico e si tratta semplicemente di credenze che non hanno alcuna attendibilità.

L’uso dei deodoranti


Secondo alcune teorie che corrono sul web, adoperare determinati tipi di deodoranti potrebbe aumentare le probabilità di sviluppare il tumore al seno. Secondo questa teoria, alcuni degli elementi contenuti nei deodoranti per l’igiene intima che solitamente acquistiamo al supermercato possono contenere delle sostanze che, una volta penetrate nell’organismo, danno il via alla malattia.

Questa teoria suggerisce che ciò si verifica in particolar modo nelle donne dato che sono soventi radere le ascelle e gli elementi nocivi riescono a penetrare all’interno delle ghiandole maniera molto più semplice. Una volta entrati all’interno delle ghiandole delle cavità ascellari, tali elementi sarebbero in grado di innescare il meccanismo che favorisce lo sviluppo del tumore al seno.

L’utilizzo del reggiseno


Secondo questa teoria, utilizzare quotidianamente il reggiseno potrebbe favorire lo sviluppo del cancro al seno. Infatti, tale teoria suppone che il reggiseno va a mantenere il seno in una posizione innaturale, e dunque, un periodo di tempo prolungato che può raggiungere anche l’intera giornata.

L’utilizzo prolungato del reggiseno, e dunque il mantenere costantemente il seno in questa posizione, che secondo tale teoria è innaturale, potrebbe innescare l’insorgere di questa patologia, ragion per cui chi sostiene questa ipotesi raccomanda di non adoperare il reggiseno, quantomeno non in maniera costante.

L’allattamento


Secondo un’altra teoria che non trova alcun tipo di riscontro scientifico, allattare al seno potrebbe favorire l’insorgere di tale patologia dato che con la suzione il seno tende ad indebolirsi.

Quando si è in gravidanza infatti, all’interno delle ghiandole mammarie cominciano a svilupparsi quei meccanismi che portano alla produzione di latte, con conseguente indebolimento dei tessuti della  mammella. Proprio da tale indebolimento scaturirebbe l’insorgere del cancro al seno.

Cosa sappiamo per certo


Al di là di queste teorie che, lo ripetiamo ancora una volta, non hanno alcun fondamento scientifico, ci sono invece alcune cose delle quali abbiamo certezza e che possono dunque essere prese in considerazione.

Sicuramente uno di questi è l’ereditarietà: se in famiglia vi è infatti una precedente storia di cancro al seno, ci sono maggiori probabilità che questo si ripresenti anche nelle nuove generazioni. in tali casi è dunque consigliabile iniziare a fare i controlli periodici già a partire dai 25-30 anni.

Una visita senologica è infatti in grado di rivelare in anticipo se tutto sia sotto controllo o se sia necessario approfondire con ulteriori esami. Altri aspetti che possono influire sull’insorgere di questa patologia sono il fumo, l’uso esagerato di alcol e una vita troppo sedentaria.

Basta dunque tenere in considerazioni queste semplici informazioni per riuscire a distinguere quelle che sono le nozioni attendibili e quali quelle da ignorare.

Codici Sconto Shein: fare shopping è conveniente

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Consigli per adoperare meglio il climatizzatore

Con l’arrivo dell’estate tutti noi ricominciamo a mettere in funzione i climatizzatori per rinfrescare gli ambienti e trovare ristoro dalla calura estiva. Vediamo allora di seguito alcuni consigli che possono aiutarci a gestire al meglio questo importante dispositivi di casa.

Imposta una corretta temperatura

Per riuscire ad ottenere un buon comfort in casa evitando di sprecare inutilmente energia, fai in modo da impostare la temperatura evitando una grande escursione termica tra casa tua e l’esterno.

È importante infatti che tra la temperatura interna e quella esterna non vi sia una escursione superiore ai 7°. Per cui se la temperatura esterna è di 32°, il massimo consigliato da impostare in casa e di 25°.

Gestisci correttamente il flusso d’aria

È importante che il flusso d’aria non sia diretto proprio sulle persone, per evitare di prendere raffreddori o avere la tosse. Ad esempio nei moderni condizionatori d’ aria esistono dei sensori che direzionano l’aria esattamente dove non c’è nessuno, così da rinfrescare l’ambiente senza arrecare disturbo.

Sfrutta la modalità notte

Se adoperi il condizionatore d’aria anche la notte, saprai già che il nostro corpo di notte necessita di una temperatura dell’aria leggermente più elevata. Nei moderni climatizzatori Samsung è direttamente il dispositivo a gestire la temperatura ed il flusso d’aria mentre noi dormiamo, garantendoti così un riposo veramente profondo per tutta la notte.

Pulisci i filtri

La qualità dell’aria dal punto di vista igienico in casa dipende molto anche dalla pulizia che adoperi per i filtri: per questo motivo fai bene ogni anno, prima di effettuare la prima accensione, a rimuovere filtri e pulirli adeguatamente così che l’aria che viene messa in circolo sia perfettamente sanificata e libera da eventuali microrganismi.

Le soluzioni in grado di valorizzare casa

Quali sono le soluzioni di arredo realmente in grado di rendere più bella e accogliente la tua casa? Cosa riesce a trasformare una zona del tuo appartamento piuttosto spoglia in un angolo bello da vedere? Sicuramente questo è uno degli interrogativi che ti sarai posto nel momento in cui hai deciso di arredare la tua casa o sostituire gli arredi al momento presenti.

Non esiste a priori una scelta di arredo che sia perfetta per ogni appartamento, ma al contrario esistono soluzioni che possono andare bene per un determinato contesto o l’altro.

Gli arredi luxury: una soluzione elegante e creativa

Certamente adottare degli arredi luxury il più delle volte rappresenta una scelta azzeccata a prescindere dallo stile dei mobili presenti. Questi arredi infatti, offrono il massimo della artigianalità e della qualità: Per farti un’idea puoi visionare il catalogo online di FG Art and Design, eccellenza del settore con sede in provincia di Varese. Qui vengono progettate e realizzate creazioni molto particolari con un lavoro sinergico che include interior designer, architetti, artigiani e artisti che uniscono le proprie competenze per sperimentare e creare nuove forme, ottenendo così degli arredi veramente particolari e assolutamente unici.

Render e fotomontaggi per una anteprima fedele

Il cliente può usufruire di utilissimi render e fotomontaggi che aiutano a capire visivamente in che modo il pezzo prescelto possa calarsi nel contesto nel quale lo si desidera inserire, riuscendo così a percepire anche l’atmosfera che il nuovo arredo sarà in grado di regalare.

Certamente gli arredy luxury rappresentano dunque la soluzione ideale per quanti desiderano arricchire casa grazie a pezzi di artigianato di alto valore, a prescindere dal fatto che la scelta ricada ad esempio sulle sculture luminose, sugli specchi da design, sculture a parete in ferro o accessori in ceramica, per citare alcuni esempi.

I timbra cartellini di Cotini srl

Grazie ad un timbracartellini è possibile fare in modo che i dipendenti debbano segnare il proprio ingresso e uscita dalla sede aziendale ogni volta che devono accedere ai locali in cui si svolge l’attività. Ciò consente di poterle monitorare con grande precisione quelli che sono gli orari di lavoro e  se vi è eventualmente un residuo da recuperare.

Cotini srl commercializza soluzioni di questo tipo ideali sia per grandi che piccole aziende, fornendo a ciascuno una soluzione commisurata in base alla propria realtà. In particolar modo i modelli Cobra-R e Puma sono pensati appositamente per tutte quelle attività in cui vi è grande presenza di polvere e dunque condizioni particolari, riuscendo a lavorare perfettamente anche in questo tipo di ambiente.

Ritardi e anticipi vengono trasmessi direttamente in amministrazione

Esistono da ogni modo modelli di timbracartellini adatti a ogni tipo di specifica necessità ed in grado di adattarsi ad ogni tipo di stanza o ambiente di lavoro, anche polveroso o poco luminoso. Alcuni modelli infatti, rendono particolarmente semplice la lettura dell’orario grazie a numeri bianchi su sfondo nero, così come quelli con display LCD grazie ai quali è possibile leggere chiaramente l’orario anche a distanza di qualche metro.

Tali timbracartellini inoltre, contrassegnano con un asterisco l’orario di ingresso o di uscita dal lavoro nel caso in cui venga registrata una uscita anticipata rispetto l’orario previsto, oppure un ingresso ritardato. In questa maniera si rende più semplice anche il lavoro di chi lavora amministrazione.

Uno strumento in grado di migliorare la produttività

Parliamo dunque di un ottimo strumento in grado di contribuire a migliorare il livello di produttività di ogni ufficio e contemporaneamente rappresentare un ottimo strumento per poter verificare la presenza dei lavoratori in sede e recuperare eventuali ritardi o uscita anticipata che altrimenti non sarebbero state notate. Ogni timbracartellino proposto da Cotini srl infine, comprende anche un casellario da 5 posti e una dotazione di 50 cartellini.

Calzature Bruno Bordese, la qualità ai tuoi piedi

Oggi tutti amiamo vestire in una certa maniera e comunicare a chi ci osserva qualcosa della nostra personalità e del nostro modo di essere già in base agli indumenti o accessori che indossiamo. Avere un abbigliamento adeguato per il lavoro così come per il tempo libero o gli appuntamenti mondani è segno di grande cura e caratterizza ogni persona. Le scarpe ad esempio, sono un accessorio importante ed in grado di completare al meglio ogni outfit, aggiungendo quel tocco di eleganza, raffinatezza o sportività desiderato. Ecco perché sono sempre di più i consumatori che non si accontentano più di un semplice paio di scarpe che ben si abbini al proprio modo di vestire, ma gli utenti cercano sempre di più calzature in grado di comunicare agli altri qualcosa che fa parte di se, ed in grado di sposare alla perfezione le esigenze estetiche con quelle di comfort e benessere del piede.

Le calzature Bruno Bordese nascono proprio da questa esigenza, ed oggi offrono a tutti la possibilità di abbinare raffinatezza e ricercatezza ad una comodità che non teme paragoni, ma non solo. Grazie infatti agli ottimi materiali con i quali queste scarpe sono realizzate, nonché mediante tecniche di lavorazione sempre più sofisticate ed efficaci, questo importante marchio è in grado di fornire calzature destinate a durare nel tempo. www.revolutionconceptstore.it mette a tua disposizione un’ampia scelta di calzature Bruno Bordese adatte a qualsiasi momento della giornata o tipologia di impegno e, grazie all’esauriente galleria fotografica che accompagna ciascun prodotto, potrai valutarne in dettaglio le caratteristiche proprio come se le stessi osservando da vicino. Se ami vestire bene e valorizzare il tuo abbigliamento con delle scarpe adeguate, se ami valorizzare la tua figura con calzature raffinate e realizzate con i migliori materiali, Bruno Bordese ha diverse proposte che ti consentiranno di completare il tuo abbigliamento esattamente nella maniera che desideri.

Mediclinics, una storia di successi

Vi sarà capitato di viaggiare ed utilizzare la toilette dei più importanti aeroporti mondiali: non avete mai fatto caso, quando vi asciugate le mani, al marchio Mediclinics? Storia di successi, storia di asciugamani elettrici… Il brand spagnolo, che da diversi anni ha una succursale a Milano, è presente, diffuso, noto e apprezzato ovunque per la qualità dei suoi prodotti. Potrete trovare per esempio asciugamani elettrici Mediclinics anche dall’altra parte del globo, oppure più semplicemente sulla Torre Eiffel o allo stadio Bernabeu. O, rimanendo nel nostro paese, da Burger King o McDonald.

Una storia lunga quarant’anni che oggi permette all’azienda di disporre di un catalogo prodotti vasto e completo, che illustra le diverse categorie di articoli commercializzati: non solo asciugamani elettrici, quindi, ma anche asciugacapelli, dispenser e accessori in acciaio, hotellerie e barre disabili. No Made in China, ed acciaio inox, quello vero… Mediclinics oggi punta tutto sull’innovazione, dedicando alla stessa grandi e continui investimenti, e curando al contempo aspetti ormai fondamentali nell’etica di una multinazionale, quali il risparmio energetico, l’ecologia ed il rispetto dell’ambiente. Una connotazione che è dimostrata ampiamente dai prestigiosi certificati Green Spec ottenuti negli anni.

Parlando di asciugamani elettrici, oggi ci sono quelli che possiamo definire “di nuova generazione”, ovvero Dualflowplus e Machflow, che mantengono la tradizione e rappresentano garantiscono l’evoluzione di una storia cominciata oltre 40 anni fa con Saniflow. Anche in tempi di crisi, Mediclinics ha scelto di continuare a produrre articoli che non avessero alcun compromesso in termini di qualità, ma veicolando la propria linee di prodotti sempre verso un’ottica di ottimo rapporto qualità/prezzo, per poter arrivare a qualsiasi cliente e soddisfarlo pienamente, in fase di pre e post vendita. Oggi la carta è un lontano ricordo per migliaia di imprese che si sono rivolte a loro.

Agenzie SEO

Eccoci qua ancora una volta a parlare di posizionamento di siti Internet: che si tratti di SEM, SEO o semplicemente geo-localizzazione, essere presenti in prima pagina quando un utente ricerca il nostro business è assolutamente fondamentale. Ecco allora che ci vengono in aiuto aziende specializzate in attività di questo tipo: attenzione, non stiamo parlando di vendita “keyword al chilo”, che è la tendenza di molte grosse società (italiane e non) ed un approccio totalmente errato all’argomento. Il cliente finale, infatti, non vuole investire semplicemente per apparire tra i primi risultati dei motori di ricerca su parole chiave stabilite “a tavolino”, ma vuole intercettare le reali richieste indirizzate al suo business.

WebSenior, agenzia SEO specializzata in posizionamento di siti web e con una propria sede nella zona di Monza, ci spiega come sviluppare un progetto di web marketing di successo: “l’analisi preliminare sarà il progetto portante di tutte le attività successive. Capire quali esigenze hanno i tuoi utenti e cosa cercano sul web, come lo cercano, perchè scelgono un sito piuttosto che un altro, come portarli alla conversione, ovvero ad una richiesta di contatto”. Ecco allora che un’accurata fase di analisi (e non la vendita al chilo della quale parlavamo) richiede tempo e conferma la serietà della proposta che possiamo ricevere dalla web agency di turno. E poi?

“La SEO riteniamo sia l’azione più efficace nel medio-lungo termine: ancora oggi molti utenti web preferiscono selezionare un risultato organico piuttosto che a pagamento, e l’investimento può ripagare in un arco di tempo ragionevole, chiaramente se il lavoro viene svolto in modo ottimale. Inoltre, non si rende necessario un budget mensile, perchè il grosso delle attività si concentra nei primi 6-12 mesi, e può portare a risultati durevoli nel tempo”.

Interessante no? Prossimamente parleremo però di come il posizionamento di siti web debba essere accompagnato da altre attività di web marketing efficaci ed in linea con gli obiettivi che si intendono raggiungere.

L’80% degli italiani vorrebbe eliminare almeno un post pubblicato sui social

La maggior parte degli utenti non è sicura di avere il controllo della propria presenza digitale, o di come potrebbe gestire la propria presenza online.
Molti infatti sono erroneamente convinti che gli account e i post dei social possano essere cancellati in modo permanente in qualsiasi momento.
Secondo un sondaggio condotto a livello europeo da Kaspersky, la percezione della privacy online e della propria impronta digitale differisce in base al paese e alla generazione di appartenenza. La Generazione Z in Italia, ad esempio, si è dimostrata poco attenta al controllo dei propri dati online. Infatti l’83% dichiara che vorrebbe poter cancellare in maniera permanente un post pubblicato in passato

Attenzione a quali contenuti mettere “like”

I like posti sui social media possono avere un effetto significativo sulla percezione che gli altri hanno di noi. Gli utenti di tutta Europa concordano sul fatto che le azioni online possano avere conseguenze, sostenendo anche che alcuni argomenti siano più rischiosi e provocatori di altri, e possano avere un impatto sulla reputazione delle persone, nonché sulle loro prospettive di lavoro. Secondo il 41% degli italiani i post offensivi nei confronti delle persone disabili e quelli che si schierano contro la vaccinazione anti-Covid 19 sono potenzialmente i più dannosi per le prospettive di lavoro o per le relazioni, seguiti dall’utilizzo di un linguaggio transfobico (37%) e le posizioni negazioniste sui cambiamenti climatici (31%).

Cosa raccontano di noi i profili social?

Il 42% degli intervistati afferma di conoscere qualcuno il cui lavoro o la carriera è stata influenzata negativamente da un contenuto postato sui social. Ma nonostante questo, quasi un terzo non ha modificato o cancellato i vecchi post dai propri account. La percezione di sé che nasce dalla propria presenza online costituisce un problema per molte persone. Infatti, il 38% degli utenti afferma che il proprio profilo social non lo rappresenti in modo autentico, e secondo il 51% la cronologia di navigazione potrebbe fornire un’idea sbagliata sul loro conto. Un dato preoccupante riguarda gli utenti dai 16 ai 21 anni: l’81% crede di avere il controllo totale sui contenuti condivisi online e di poter eliminare definitivamente alcune tracce lasciate nel web.

Cosa accade ai dati online dopo la morte

Lo studio mostra un divario tra la realtà e la percezione del controllo sulla propria presenza online.
L’indagine di Kaspersky ha individuato una preoccupante mancanza di consapevolezza su quanto accade ai profili social e la cronologia di navigazione online dopo la morte dell’utente. In Italia il 32% degli utenti non ha mai pensato a cosa accadrà ai propri dati online dopo la loro morte, e il 19% presume che i propri account social vengano automaticamente eliminati dopo il decesso. Il 44% degli italiani vorrebbe però poter accedere al profilo social di un genitore defunto se lasciasse i propri dati di accesso nel testamento. Tuttavia il 38% dichiara che si sentirebbe a disagio a lasciare in eredità i dati di accesso ai propri account.

Assegno unico familiare figli 2022: a chi spetta e come richiederlo

È arrivato l’assegno unico 2022 per le famiglie con figli. Dal 1° gennaio 2022 è possibile infatti fare domanda all’Inps per richiedere il beneficio economico mensile destinato ai nuclei familiari.
L’assegno riguarda tutte le categorie di lavoratori (dipendenti, autonomi, pensionati, disoccupati e inoccupati), decorre dal settimo mese di gravidanza ed è riconosciuto ai nuclei familiari per ogni figlio minorenne a carico. L’assegno però è anche riconosciuto a ciascun figlio maggiorenne a carico fino al compimento dei 21 anni di età se in presenza di alcune condizioni: che frequenti un corso di formazione scolastica o professionale, o svolga un’attività lavorativa con reddito complessivo inferiore a 8.000 euro, o sia registrato come disoccupato e in cerca di un lavoro, o svolga il servizio civile universale.

Fino a 15.000 euro di Isee è pari a 175 euro per il primo e secondo figlio

Per circa la metà delle famiglie italiane (fino a 15.000 euro di Isee) è pari a 175 euro mensili per il primo e secondo figlio, e 260 dal terzo in poi. Sono previste maggiorazioni per ciascun figlio minorenne con disabilità, per ciascun figlio maggiorenne con disabilità fino al ventunesimo anno di età, per le madri di età inferiore a 21 anni, per i nuclei familiari con quattro o più figli, e per i nuclei con secondo percettore di reddito. L’assegno è riconosciuto senza limiti di età per ciascun figlio con disabilità. Per i figli disabili tra 18 e 21 anni, la maggiorazione prevista è stata incrementata da 50 euro mensili a 80.

La domanda si può compilare online

Il beneficio ha durata annuale, da marzo a febbraio dell’anno successivo, e può essere chiesto a partire dal 1° gennaio compilando online la domanda sul sito dell’Inps mediante credenziali Spid, carta di identità elettronica, carta dei servizi, o recandosi presso un istituto di patronato o contattando il contact center Inps. Per tutte le domande presentate entro il 30 giugno è previsto il riconoscimento delle mensilità arretrate spettanti a decorrere da marzo, primo mese di erogazione della prestazione.

Come richiedere l’Isee

Per le famiglie che al momento della domanda sono in possesso di Isee in corso di validità, l’assegno verrà corrisposto con importi maggiorati e calcolati in base alla fascia di Isee. Le medesime maggiorazioni saranno comunque riconosciute, con decorrenza retroattiva, anche a coloro che al momento della domanda non siano in possesso dell’indicatore, ma che lo presentino entro il 30 giugno. Si potrà accedere al beneficio, in misura minima, anche in assenza di Isee o con Isee superiore a 40.000 euro. L’Inps ricorda che si può presentare l’Isee presso gli intermediari abilitati a prestare l’assistenza fiscale (Caf), oppure online sul sito internet dell’Inps in modalità ordinaria o precompilata. In tal caso, l’Isee è reso normalmente disponibile entro poche ore dalla richiesta.

Bollette luce e gas, il mercato libero conviene?

Sappiamo tutti che la fine del mercato tutelato è stata rinviata al 2024, ma chi ha scelto già dal 2021 un fornitore del mercato libero potrebbe aver compiuto una mossa vantaggiosa. Lo afferma una recentissima indagine condotta da Facile.it, che ha messo a confronto i costi che deve affrontare una famiglia italiano tipo nei due casi. 

Fino a 515 euro di risparmio

I risultati sono sorprendenti: chi nel 2021 ha selezionato con attenzione un fornitore luce e gas nel mercato libero ha risparmiato fino a 515 euro, vale a dire il 29% rispetto a chi era sotto regime di tutela.
“Il 2021 è stato un anno estremamente negativo dal puto di vista dei costi energetici” ha detto Silvia Rossi, Bu Director Gas & Power di Facile.it “e sappiamo già che nella prima parte del 2022 le tariffe saranno alte, forse addirittura superiori a quelle attuali. Valutare di passare al mercato libero potrebbe essere una strategia per ridurre almeno in parte il peso della bolletta, soprattutto se si sceglie una tariffa bloccata mettendosi così al riparo da ulteriori aumenti. Per evitare brutte sorprese, però, è fondamentale scegliere con attenzione il fornitore e optare, fra le società che operano nel mercato libero, quelle che offrono un prezzo più conveniente rispetto al tutelato”.

I conti in tasca agli italiani

Per il calcolo delle stime e dei possibili risparmi a seconda del regime scelto, l’indagine ha preso in considerazione una famiglia con consumo di gas naturale pari a 1.400 smc residente a Milano e, per l’energia elettrica, consumo pari a 2.700 kWh con una potenza impegnata di 3 kW. guardando alle migliori offerte del mercato libero disponibili online a gennaio 2021, una famiglia che ha scelto a inizio anno una tariffa con prezzo bloccato per 12 mesi ha speso, tra luce e gas, 1.256 euro, vale a dire il 29% in meno rispetto ad una famiglia servita nel mercato tutelato (1.771 euro). Nello specifico, la bolletta dell’energia elettrica per la famiglia nel mercato libero è stata di 465 euro, vale a dire il 26% in meno rispetto a quella nel tutelato (631 euro). Per quanto riguarda la bolletta del gas nel mercato libero, invece, la spesa è stata di 791 euro, il 31% in meno rispetto a quella del regime di tutela (1.140 euro). Insomma, fare bene i conti – e nel caso individuare il fornitore più adatto alle proprie esigenze – potrebbe rendere le bollette molto più leggere.

Irpef 2022, tra bonus e sconti quanti soldi in più restano in busta paga?

Con la riforma fiscale dell’Irpef varata dal Governo Draghi, quanti soldi risparmieranno gli italiani in tasse dal 2022, o il peso che verrà tolto da una parte sarà caricato da un’altra? Come ricorda laleggepertutti.it la riforma fiscale prevede quattro aliquote anziché cinque, e garantisce una detrazione di base da 3.100 euro contro gli attuali 1.880 euro. Si alza quindi sopra gli 8.000 euro la soglia della ‘no tax area’: significa quindi che aumenta il numero dei contribuenti più poveri esenti dal pagamento dell’Irpef, e tale limite viene portato a 8.500 euro per i pensionati.

Il bonus continuerà a essere versato a chi ha un reddito inferiore a 15.000 euro

Il nuovo sistema di detrazioni fiscali previsto dal 2022 si ‘mangerà’ però il bonus Renzi da 80 euro, portato dal secondo Governo Conte a 100 euro. In pratica, non si troverà più in busta paga il contributo in soldi, ma i lavoratori ne beneficeranno sotto forma di detrazione fiscale. Non tutti, però. Il bonus ‘in moneta’ continuerà a essere versato a chi ha un reddito inferiore a 15.000 euro, poiché un’Irpef troppo bassa non consentirebbe di utilizzare la detrazione. Ma come si traduce nella pratica tutto questo impianto teorico di bonus e di sconti?

Tra 12mila e 15mila euro il peso Irpef sarà quasi impercettibile

Il ministero dell’Economia prova a spiegare in una tabella che riporta il reale peso dell’Irpef sul reddito imponibile, e che si può sintetizzare in questo modo: chi guadagna tra 12mila e 15mila euro l’anno avrà un peso Irpef quasi impercettibile, circa il 2%. Da 15mila a 20mila euro, il peso Irpef sarà il 9,6%, da 20mila a 26mila euro, il 13%, da 26mila a 29mila euro, il 17,4%, da 29mila a 35mila euro, il 19,9%, da 35mila a 40mila euro, il 22,5%, da 40mila a 50mila euro, il 25%, da 50mila a 55mila euro, il 27,1%, da 55mila a 60mila euro, il 28,2%, e così via, fino ai redditi più alti.

L’aumento del ‘peso’ accelera nella fascia centrale dei redditi

Quelli, ad esempio, tra 90mila e 100mila euro avranno un peso reale dell’Irpef di quasi il 33%, e superano il 40% i redditi che appartengono ai contribuenti più ricchi, con redditi sopra i 300mila euro.
Questa tabella dice che l’aumento del peso dell’Irpef accelera proprio nella fascia centrale dei redditi, quella cioè a cui appartiene la maggior parte dei lavoratori dipendenti. Secondo i ‘calcoli frenetici’ di questi giorni, il risparmio ‘in soldoni’ che si troverà in busta paga sarà questo: fino a 15mila euro sarà di 61 euro, da 15mila a 28mila euro, 150 euro, da 28mila a 50mila euro, 417 euro, da 50mila a 55mila euro, 692 euro, da 55mila a 75mila euro, 468 euro, e oltre 75mila euro, 247 euro.

Il mercato del lavoro si rimette in moto

Buone notizie per l’economia del Paese e ancora di più per chi è alla ricerca di un’occupazione: il mercato del lavoro in Italia si è rimosso in moto. Nel periodo che va dal primo gennaio 2021 alla fine di ottobre sono stati creati oltre 603.000 posti di lavoro, a fronte dei 105.000 del 2020 e dei 411.000 del 2019. A testimoniarlo sono i dati della sesta Nota congiunta Banca d’Italia-ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. 

Il fenomeno delle dimissioni volontarie

A questa crescita è quindi da attribuire, come rileva la nota, l’incremento del numero di dimissioni volontarie: il mercato si riaccende dopo le difficoltà legate all’emergenza sanitaria e, di conseguenza, le persone danno le dimissioni per passare a un’altra occupazione, sia perchè si trovano condizioni migliori sia perchè percepite men rischiose sotto il profilo sanitario. Nel corso del 2021 – spiegano la Banca d’Italia e il ministero del Lavoro – le dimissioni sono gradualmente aumentate superando, nella seconda metà dell’anno, i livelli registrati nel 2020. Nei primi 10 mesi del 2021 sono state rilevate 777.000 cessazioni volontarie di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, 40.000 in più rispetto a due anni prima. Il 90 per cento dell’incremento complessivo osservato è ascrivibile all’industria (36.000 dimissioni in più); nei servizi la crescita delle dimissioni, più contenuta, si è fortemente indebolita dalla fine dell’estate. L’eterogeneità settoriale si riflette anche in quella geografica: nel 2021 le separazioni volontarie sono aumentate nel Centro Nord; nel Mezzogiorno invece sono rimaste stazionarie. D’altro canto, e anche questo è un dato positivo, il numero di licenziamenti rimane a livelli bassi anche a settembre e ottobre. Nei settori interessati dallo sblocco del 31 ottobre, nei primi 15 giorni di novembre il tasso di licenziamento è rimasto sostanzialmente in linea con quello osservato prima della pandemia.

Crescono i contratti a termine

Per quanto riguarda l’occupazione, sono ancora i contratti a termine a sostenere, negli ultimi 10 mesi, la creazione di posti di lavoro. Nei mesi autunnali “sono tuttavia cresciute lievemente anche le assunzioni a tempo indeterminato, tornate a ottobre sui livelli pre-pandemici”. La dinamica delle posizioni a tempo indeterminato ha sostenuto “la mobilità complessiva del mercato del lavoro, incentivando i passaggi da un impiego permanente a un altro. A questo fenomeno è ascrivibile buona parte della crescita delle dimissioni volontarie di lavoratori a tempo indeterminato osservate dalla primavera”.

La percezione dei risparmiatori sulla Finanza sostenibile

Nel corso della Settimana SRI, l’evento italiano sulla finanza sostenibile, sono stati presentati i risultati della ricerca Finanza sostenibile in tempo di crisi: la percezione dei risparmiatori, condotta da BVA Doxa per il Forum per la Finanza Sostenibile. E dall’indagine è emerso che circa la metà degli intervistati sta cambiando le proprie abitudini finanziarie, e il 18% ha già sottoscritto prodotti SRI. Nel biennio 2020-2021 è emerso infatti un nuovo scenario di riferimento. Se da un lato sono aumentati coloro che vivono in povertà assoluta, dall’altro una parte significativa degli italiani ha incrementato la quota dei propri risparmi e investimenti rispetto al consueto.

Quasi la metà degli italiani ha modificato le proprie abitudini finanziarie

Se quasi la metà dei risparmiatori ha modificato le proprie abitudini finanziarie i principali cambiamenti riguardano la finalità dell’investimento, orientato ad accantonare somme più elevate per il futuro (40%), l’attenzione crescente alle informazioni su mercati e situazione economica (28%), e la definizione del profilo di rischio e dell’orizzonte temporale degli investimenti (23%). A seguito della pandemia si è inoltre osservato un aumento della digitalizzazione: il 43% dei risparmiatori ha incrementato l’utilizzo dei canali digitali per gestire i propri prodotti di risparmio e investimento. Il digitale non ha sostituito però i riferimenti fisici tradizionali, che rimangono predominanti soprattutto per la sottoscrizione di nuovi prodotti.

Cresce la quota di investimenti SRI

Nel 2021 i risparmiatori che conoscono o hanno almeno sentito parlare di investimenti sostenibili aumentano del 20% rispetto al 2019, arrivando a quota 77%.
Cresce anche la quota di quanti hanno investito in prodotti SRI, o in aziende con precise politiche di sostenibilità sociale e/o ambientale: nel 2021 sono il 18%, contro il 14% del 2019. Per l’82% dei risparmiatori nelle scelte di investimento i temi ESG infatti sono importanti. L’ambiente rimane l’ambito predominante, anche se la pandemia ha contribuito ad aumentare l’attenzione alla sfera sociale. Inoltre, chi già investe in prodotti SRI dichiara di averne constatato la validità sul piano delle performance nell’esperienza diretta. Da quando è iniziata la pandemia il 35% dei sottoscrittori ha incrementato la quota di investimenti sostenibili e il 57% pensa di farlo in futuro.

Integrare sostenibilità ambientale, sociale e di governance nelle strategie aziendali

I risparmiatori notano poi una maggiore prontezza degli operatori finanziari sui temi della sostenibilità. Il 46% degli intervistati dichiara di ricevere dalla propria banca, assicurazione o consulente finanziario, più informazioni sugli investimenti sostenibili rispetto al passato. Il 47% dei risparmiatori, inoltre, percepisce un aumento delle competenze e dell’attenzione a questi temi nel settore finanziario. In ogni caso, il 44% degli intervistati ritiene che integrare maggiormente la sostenibilità ambientale, sociale e di governance tra i criteri che guidano le scelte strategiche delle aziende possa contribuire a una ripresa più rapida. Per il 60% degli intervistati, la situazione legata al Covid-19 sta cambiando l’atteggiamento sulla sostenibilità di cittadini, imprese e istituzioni. Per il 48% l’attenzione aumenterà, mentre per il 12% questa diminuirà.

Entro il 2025 saranno 2,4 milioni gli occupati ‘green’

Se un anno fa il fabbisogno di lavoratori con competenze green era di 1,6 milioni, a distanza di un anno si assiste al ‘grande balzo’, e la richiesta salirà a 2.375.000 entro il 2025. Si tratta di un dato emerso dal focus Censis Confcooperative dal titolo Sostenibilità, investire oggi per crescere domani. “Le imprese saranno pronte ad assumere, ma in cinque anni il mismatch, cioè la mancanza di occupati con competenze green, sarà di 741mila unità che possono pesare fino al 2,5% del Pil – commenta Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative -. Questo in un momento in cui le imprese stanno aumentando spesa e investimenti in sostenibilità”.

La ‘rivoluzione verde’ deve trovare disponibilità di competenze

Le professioni green con un grado maggiore di difficoltà di reperimento sono i disegnatori industriali, gli idraulici e posatori di tubazioni, i verniciatori artigianali e industriali, gli ingegneri energetici e meccanici, i tecnici della sicurezza sul lavoro. La crescita occupazionale innescata dalla ‘missione 2’, ovvero, la ‘rivoluzione verde’ e la transizione ecologica, deve trovare disponibilità di competenze, in grado di raccogliere la sfida di una crescita green. Questo è uno dei nodi da sciogliere per la riuscita del Pnrr, e che può costituire un punto critico particolarmente rilevante. Sulla base del prodotto interno lordo per occupato, si stima per i prossimi anni una perdita annuale di 10,2 miliardi di euro complessivi, in media il 2,5% del Pil.

Occupazione e ‘missione 2’ 

Su 2,5 milioni di occupati riconducibili oggi a interventi della ‘missione 2’, due milioni (78,6%) sono rappresentati da uomini nella fascia 35-49 anni, prevalentemente nelle regioni del Nord, mentre mezzo milione saranno donne. Quanto alla variabile dell’età, la componente giovane (15-34 anni) si fermerebbe a 534mila unità (uno su cinque), mentre la fascia (35-49 anni) risulterebbe maggioritaria, con un milione e 42mila occupati (40,8% sul totale). I lavoratori più anziani rappresentano invece il 38,3% del totale, che in termini assoluti colloca gli over 50 di poco sotto il milione. Rispetto al 2020, grazie alla ‘missione 2’, l’incremento di occupazione femminile e giovanile sarebbe da un lato di 385mila donne, dall’altro di 201mila giovani. Per l’occupazione femminile si supererebbe la soglia dei 10 milioni, mentre i giovani occupati si collocherebbero oltre i 5 milioni.

Le performance delle imprese sostenibili

Le imprese mediamente e altamente sostenibili hanno più anni di attività (quasi 29 anni) e una dimensione elevata in termini di addetti (336 addetti) rispetto alle imprese meno orientate alla sostenibilità. Sul piano degli indicatori legati alla performance economica, riporta Askanews, emerge una correlazione fra sostenibilità e produttività del lavoro, con quasi 20mila euro in più per le imprese green-oriented, e fra sostenibilità e redditività, con un margine operativo lordo sul fatturato superiore di 2 punti e mezzo. Inoltre le imprese più sostenibili risultano più internazionalizzate, più patrimonializzate e contano su una maggiore disponibilità di capitale per addetto e su un più alto livello di capitale umano.

La pasta? E’ sempre più “alternativa”

Quello fra gli italiani e la pasta è un amore che non finisce mai, si sa. Però, come in tutte le storie, nel corso del tempo ci sono delle evoluzioni, se non delle rivoluzioni. Per quanto riguarda il primo piatto più famoso del mondo, nell’ultimo periodo c’è stata la scoperta della pasta “alternativa”, tanto che l’80% l’ha provata almeno una volta e il 18% la consuma abitualmente. A tracciare i nuovi modi di dire pasta è Everli – il marketplace della spesa online – che ha approfondito il rapporto degli abitanti dello Stivale con la pasta, analizzandone i consumi e investigando il loro approccio verso quelle “alternative”, ovvero quelle diverse dalla pasta all’uovo, di semola di grano duro e ripiena.

Le donne sperimentano di più

Tra gli sperimentatori più assidui di nuovi tipi di pasta, spiccano le donne – che sono oltre la metà (60%) – e di queste il 58% ha tra i 25-39 anni. Tuttavia, gli italiani per ora preferiscono continuare a mangiare entrambe: solo meno di 1 su 10 (8%) ha completamente abbandonato la pasta “tradizionale” in favore di quella “alternativa”. E’ anche interessante scoprire quali siano le zone dello Stivale dove se ne consuma di più. Benché l’acquisto di pasta sia esteso da nord a sud, in base alla ricerca nel 2020 ci sono alcune regioni più “pasta addicted” di altre: in primis la Lombardia con ben 3 province incluse nella top 10 di quelle in cui si è speso di più per l’acquisto di pasta (Lodi 7°, Sondrio 8° e Varese 9°), seguita a pari merito da Trentino Alto Adige e Abruzzo con due città ciascuna, rispettivamente Trento (2°) e Bolzano (3°) e L’Aquila (4°) e Pescara (5°). Anche se la corona di città più innamorata della pasta è la toscana Grosseto (1°).

Dove e quale… i fan dell’alternativa

Sempre a livello territoriale, è interessante vedere dove si compra maggiormente pasta “alternativa” rispetto ad altre aree. L’analisi rivela  che a guidare questa speciale classifica è Treviso, subito seguita da Trento e Livorno. Quest’ultima, in particolare, è la località che ha registrato il maggior incremento di spesa in paste “alternative”, toccando una crescita del 58% nel 2020 rispetto ai precedenti 12 mesi, seguita da Como (36%) e Pesaro e Urbino (12%). Anche quando si guarda alle paste non-tradizionali, non c’è storia: vince sempre quella corta. Considerando, infatti, i 10 prodotti più comprati dagli italiani, la tipologia di pasta “alternativa” più apprezzata è quella integrale (8 su 10) e corta (7 su 10). Chi non opta per l’integrale è perché compra pasta gluten free oppure pasta di mais e riso (sempre senza glutine).

L’1,9% delle aziende italiane viene colpito da ransomware ogni settimana

A livello globale nel 2021 in media un’azienda su 61 viene colpita una volta a settimana da attacchi ransomware, con un incremento del 9% rispetto al 2020, e gli attacchi informatici verso le aziende sono cresciuti del 40% in un anno. In Italia vengono colpite da ransomware ogni settimana l’1,9% delle organizzazioni. Secondo il rapporto diffuso da Check Point Research, divisione Threat Intelligence di Check Point Software Technologies, se l’Africa è l’area maggiormente presa di mira l’Europa e il Nord America sono alle prese con il più grande aumento del numero di attacchi tra il 2020 e il 2021. In generale, i settori che hanno visto il maggior numero di attacchi informatici sono l’istruzione e la ricerca, la PA e l’esercito, e la sanità, riporta Ansa.

La percentuale di cyberattacchi verso le organizzazioni italiane è del 36%

Nel 2021 la percentuale di cyberattacchi verso le organizzazioni italiane è del 36%, e rispetto al 2020 le aziende italiane subiscono mediamente 903 attacchi informatici a settimana. A livello globale, dopo una piccola diminuzione nelle settimane precedenti, da marzo 2020 si è verificato un significativo aumento nel numero medio settimanale degli attacchi registrati dalle aziende. A settembre 2021, con oltre 870 attacchi, il numero medio di attacchi settimanali registrato da ogni azienda ha raggiunto il picco, ed è più del doppio rispetto a marzo 2020. Nel 2021 le aziende che hanno registrato il più alto volume di attacchi sono in Africa, con una media di 1615 attacchi alla settimana per azienda, e un incremento del 15% rispetto al 2020.

Istruzione, ricerca, PA, esercito e sanità i settori più colpiti

I settori che vedono il maggior numero di attacchi informatici sono l’istruzione/ricerca, con una media di 1468 attacchi alla settimana per organizzazione, e un incremento del 60% rispetto al 2020, la pubblica amministrazione/esercito, con 1802 e un incremento del 40%, e la sanità con 752 attacchi e un incremento del 55%. Il settore ISP/MSP quest’anno è quello più colpito dal ransomware. Il numero medio settimanale di organizzazioni colpite in questo settore nel 2021 è una su 36, con un incremento del 32% rispetto al 2020. La sanità è al secondo posto, con un’organizzazione colpita su 44 e un incremento del 39%, seguita dai vendor di software, con un’organizzazione su 52, e un incremento del 21% sul 2020.

Botnet, banking malware, cryptominer i malware più diffusi

La regione APAC vede il più elevato volume di tentativi di attacchi ransomware, riporta Data Manager Online, con un’organizzazione su 34 colpita ogni settimana (-10% rispetto al 2020). Il tipo di malware che ha colpito maggiormente le aziende è la botnet, con una media dell’8% delle organizzazioni colpite settimanalmente, e un decremento del 9% rispetto allo scorso anno. Al secondo posto si piazza il banking malware (4,6% delle organizzazioni e incremento del 26%) e i cryptominer (4,2% delle organizzazioni e incremento del 22%).