Bollette luce e gas, il mercato libero conviene?

Sappiamo tutti che la fine del mercato tutelato è stata rinviata al 2024, ma chi ha scelto già dal 2021 un fornitore del mercato libero potrebbe aver compiuto una mossa vantaggiosa. Lo afferma una recentissima indagine condotta da Facile.it, che ha messo a confronto i costi che deve affrontare una famiglia italiano tipo nei due casi. 

Fino a 515 euro di risparmio

I risultati sono sorprendenti: chi nel 2021 ha selezionato con attenzione un fornitore luce e gas nel mercato libero ha risparmiato fino a 515 euro, vale a dire il 29% rispetto a chi era sotto regime di tutela.
“Il 2021 è stato un anno estremamente negativo dal puto di vista dei costi energetici” ha detto Silvia Rossi, Bu Director Gas & Power di Facile.it “e sappiamo già che nella prima parte del 2022 le tariffe saranno alte, forse addirittura superiori a quelle attuali. Valutare di passare al mercato libero potrebbe essere una strategia per ridurre almeno in parte il peso della bolletta, soprattutto se si sceglie una tariffa bloccata mettendosi così al riparo da ulteriori aumenti. Per evitare brutte sorprese, però, è fondamentale scegliere con attenzione il fornitore e optare, fra le società che operano nel mercato libero, quelle che offrono un prezzo più conveniente rispetto al tutelato”.

I conti in tasca agli italiani

Per il calcolo delle stime e dei possibili risparmi a seconda del regime scelto, l’indagine ha preso in considerazione una famiglia con consumo di gas naturale pari a 1.400 smc residente a Milano e, per l’energia elettrica, consumo pari a 2.700 kWh con una potenza impegnata di 3 kW. guardando alle migliori offerte del mercato libero disponibili online a gennaio 2021, una famiglia che ha scelto a inizio anno una tariffa con prezzo bloccato per 12 mesi ha speso, tra luce e gas, 1.256 euro, vale a dire il 29% in meno rispetto ad una famiglia servita nel mercato tutelato (1.771 euro). Nello specifico, la bolletta dell’energia elettrica per la famiglia nel mercato libero è stata di 465 euro, vale a dire il 26% in meno rispetto a quella nel tutelato (631 euro). Per quanto riguarda la bolletta del gas nel mercato libero, invece, la spesa è stata di 791 euro, il 31% in meno rispetto a quella del regime di tutela (1.140 euro). Insomma, fare bene i conti – e nel caso individuare il fornitore più adatto alle proprie esigenze – potrebbe rendere le bollette molto più leggere.

Irpef 2022, tra bonus e sconti quanti soldi in più restano in busta paga?

Con la riforma fiscale dell’Irpef varata dal Governo Draghi, quanti soldi risparmieranno gli italiani in tasse dal 2022, o il peso che verrà tolto da una parte sarà caricato da un’altra? Come ricorda laleggepertutti.it la riforma fiscale prevede quattro aliquote anziché cinque, e garantisce una detrazione di base da 3.100 euro contro gli attuali 1.880 euro. Si alza quindi sopra gli 8.000 euro la soglia della ‘no tax area’: significa quindi che aumenta il numero dei contribuenti più poveri esenti dal pagamento dell’Irpef, e tale limite viene portato a 8.500 euro per i pensionati.

Il bonus continuerà a essere versato a chi ha un reddito inferiore a 15.000 euro

Il nuovo sistema di detrazioni fiscali previsto dal 2022 si ‘mangerà’ però il bonus Renzi da 80 euro, portato dal secondo Governo Conte a 100 euro. In pratica, non si troverà più in busta paga il contributo in soldi, ma i lavoratori ne beneficeranno sotto forma di detrazione fiscale. Non tutti, però. Il bonus ‘in moneta’ continuerà a essere versato a chi ha un reddito inferiore a 15.000 euro, poiché un’Irpef troppo bassa non consentirebbe di utilizzare la detrazione. Ma come si traduce nella pratica tutto questo impianto teorico di bonus e di sconti?

Tra 12mila e 15mila euro il peso Irpef sarà quasi impercettibile

Il ministero dell’Economia prova a spiegare in una tabella che riporta il reale peso dell’Irpef sul reddito imponibile, e che si può sintetizzare in questo modo: chi guadagna tra 12mila e 15mila euro l’anno avrà un peso Irpef quasi impercettibile, circa il 2%. Da 15mila a 20mila euro, il peso Irpef sarà il 9,6%, da 20mila a 26mila euro, il 13%, da 26mila a 29mila euro, il 17,4%, da 29mila a 35mila euro, il 19,9%, da 35mila a 40mila euro, il 22,5%, da 40mila a 50mila euro, il 25%, da 50mila a 55mila euro, il 27,1%, da 55mila a 60mila euro, il 28,2%, e così via, fino ai redditi più alti.

L’aumento del ‘peso’ accelera nella fascia centrale dei redditi

Quelli, ad esempio, tra 90mila e 100mila euro avranno un peso reale dell’Irpef di quasi il 33%, e superano il 40% i redditi che appartengono ai contribuenti più ricchi, con redditi sopra i 300mila euro.
Questa tabella dice che l’aumento del peso dell’Irpef accelera proprio nella fascia centrale dei redditi, quella cioè a cui appartiene la maggior parte dei lavoratori dipendenti. Secondo i ‘calcoli frenetici’ di questi giorni, il risparmio ‘in soldoni’ che si troverà in busta paga sarà questo: fino a 15mila euro sarà di 61 euro, da 15mila a 28mila euro, 150 euro, da 28mila a 50mila euro, 417 euro, da 50mila a 55mila euro, 692 euro, da 55mila a 75mila euro, 468 euro, e oltre 75mila euro, 247 euro.

Il mercato del lavoro si rimette in moto

Buone notizie per l’economia del Paese e ancora di più per chi è alla ricerca di un’occupazione: il mercato del lavoro in Italia si è rimosso in moto. Nel periodo che va dal primo gennaio 2021 alla fine di ottobre sono stati creati oltre 603.000 posti di lavoro, a fronte dei 105.000 del 2020 e dei 411.000 del 2019. A testimoniarlo sono i dati della sesta Nota congiunta Banca d’Italia-ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. 

Il fenomeno delle dimissioni volontarie

A questa crescita è quindi da attribuire, come rileva la nota, l’incremento del numero di dimissioni volontarie: il mercato si riaccende dopo le difficoltà legate all’emergenza sanitaria e, di conseguenza, le persone danno le dimissioni per passare a un’altra occupazione, sia perchè si trovano condizioni migliori sia perchè percepite men rischiose sotto il profilo sanitario. Nel corso del 2021 – spiegano la Banca d’Italia e il ministero del Lavoro – le dimissioni sono gradualmente aumentate superando, nella seconda metà dell’anno, i livelli registrati nel 2020. Nei primi 10 mesi del 2021 sono state rilevate 777.000 cessazioni volontarie di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, 40.000 in più rispetto a due anni prima. Il 90 per cento dell’incremento complessivo osservato è ascrivibile all’industria (36.000 dimissioni in più); nei servizi la crescita delle dimissioni, più contenuta, si è fortemente indebolita dalla fine dell’estate. L’eterogeneità settoriale si riflette anche in quella geografica: nel 2021 le separazioni volontarie sono aumentate nel Centro Nord; nel Mezzogiorno invece sono rimaste stazionarie. D’altro canto, e anche questo è un dato positivo, il numero di licenziamenti rimane a livelli bassi anche a settembre e ottobre. Nei settori interessati dallo sblocco del 31 ottobre, nei primi 15 giorni di novembre il tasso di licenziamento è rimasto sostanzialmente in linea con quello osservato prima della pandemia.

Crescono i contratti a termine

Per quanto riguarda l’occupazione, sono ancora i contratti a termine a sostenere, negli ultimi 10 mesi, la creazione di posti di lavoro. Nei mesi autunnali “sono tuttavia cresciute lievemente anche le assunzioni a tempo indeterminato, tornate a ottobre sui livelli pre-pandemici”. La dinamica delle posizioni a tempo indeterminato ha sostenuto “la mobilità complessiva del mercato del lavoro, incentivando i passaggi da un impiego permanente a un altro. A questo fenomeno è ascrivibile buona parte della crescita delle dimissioni volontarie di lavoratori a tempo indeterminato osservate dalla primavera”.

La percezione dei risparmiatori sulla Finanza sostenibile

Nel corso della Settimana SRI, l’evento italiano sulla finanza sostenibile, sono stati presentati i risultati della ricerca Finanza sostenibile in tempo di crisi: la percezione dei risparmiatori, condotta da BVA Doxa per il Forum per la Finanza Sostenibile. E dall’indagine è emerso che circa la metà degli intervistati sta cambiando le proprie abitudini finanziarie, e il 18% ha già sottoscritto prodotti SRI. Nel biennio 2020-2021 è emerso infatti un nuovo scenario di riferimento. Se da un lato sono aumentati coloro che vivono in povertà assoluta, dall’altro una parte significativa degli italiani ha incrementato la quota dei propri risparmi e investimenti rispetto al consueto.

Quasi la metà degli italiani ha modificato le proprie abitudini finanziarie

Se quasi la metà dei risparmiatori ha modificato le proprie abitudini finanziarie i principali cambiamenti riguardano la finalità dell’investimento, orientato ad accantonare somme più elevate per il futuro (40%), l’attenzione crescente alle informazioni su mercati e situazione economica (28%), e la definizione del profilo di rischio e dell’orizzonte temporale degli investimenti (23%). A seguito della pandemia si è inoltre osservato un aumento della digitalizzazione: il 43% dei risparmiatori ha incrementato l’utilizzo dei canali digitali per gestire i propri prodotti di risparmio e investimento. Il digitale non ha sostituito però i riferimenti fisici tradizionali, che rimangono predominanti soprattutto per la sottoscrizione di nuovi prodotti.

Cresce la quota di investimenti SRI

Nel 2021 i risparmiatori che conoscono o hanno almeno sentito parlare di investimenti sostenibili aumentano del 20% rispetto al 2019, arrivando a quota 77%.
Cresce anche la quota di quanti hanno investito in prodotti SRI, o in aziende con precise politiche di sostenibilità sociale e/o ambientale: nel 2021 sono il 18%, contro il 14% del 2019. Per l’82% dei risparmiatori nelle scelte di investimento i temi ESG infatti sono importanti. L’ambiente rimane l’ambito predominante, anche se la pandemia ha contribuito ad aumentare l’attenzione alla sfera sociale. Inoltre, chi già investe in prodotti SRI dichiara di averne constatato la validità sul piano delle performance nell’esperienza diretta. Da quando è iniziata la pandemia il 35% dei sottoscrittori ha incrementato la quota di investimenti sostenibili e il 57% pensa di farlo in futuro.

Integrare sostenibilità ambientale, sociale e di governance nelle strategie aziendali

I risparmiatori notano poi una maggiore prontezza degli operatori finanziari sui temi della sostenibilità. Il 46% degli intervistati dichiara di ricevere dalla propria banca, assicurazione o consulente finanziario, più informazioni sugli investimenti sostenibili rispetto al passato. Il 47% dei risparmiatori, inoltre, percepisce un aumento delle competenze e dell’attenzione a questi temi nel settore finanziario. In ogni caso, il 44% degli intervistati ritiene che integrare maggiormente la sostenibilità ambientale, sociale e di governance tra i criteri che guidano le scelte strategiche delle aziende possa contribuire a una ripresa più rapida. Per il 60% degli intervistati, la situazione legata al Covid-19 sta cambiando l’atteggiamento sulla sostenibilità di cittadini, imprese e istituzioni. Per il 48% l’attenzione aumenterà, mentre per il 12% questa diminuirà.

Entro il 2025 saranno 2,4 milioni gli occupati ‘green’

Se un anno fa il fabbisogno di lavoratori con competenze green era di 1,6 milioni, a distanza di un anno si assiste al ‘grande balzo’, e la richiesta salirà a 2.375.000 entro il 2025. Si tratta di un dato emerso dal focus Censis Confcooperative dal titolo Sostenibilità, investire oggi per crescere domani. “Le imprese saranno pronte ad assumere, ma in cinque anni il mismatch, cioè la mancanza di occupati con competenze green, sarà di 741mila unità che possono pesare fino al 2,5% del Pil – commenta Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative -. Questo in un momento in cui le imprese stanno aumentando spesa e investimenti in sostenibilità”.

La ‘rivoluzione verde’ deve trovare disponibilità di competenze

Le professioni green con un grado maggiore di difficoltà di reperimento sono i disegnatori industriali, gli idraulici e posatori di tubazioni, i verniciatori artigianali e industriali, gli ingegneri energetici e meccanici, i tecnici della sicurezza sul lavoro. La crescita occupazionale innescata dalla ‘missione 2’, ovvero, la ‘rivoluzione verde’ e la transizione ecologica, deve trovare disponibilità di competenze, in grado di raccogliere la sfida di una crescita green. Questo è uno dei nodi da sciogliere per la riuscita del Pnrr, e che può costituire un punto critico particolarmente rilevante. Sulla base del prodotto interno lordo per occupato, si stima per i prossimi anni una perdita annuale di 10,2 miliardi di euro complessivi, in media il 2,5% del Pil.

Occupazione e ‘missione 2’ 

Su 2,5 milioni di occupati riconducibili oggi a interventi della ‘missione 2’, due milioni (78,6%) sono rappresentati da uomini nella fascia 35-49 anni, prevalentemente nelle regioni del Nord, mentre mezzo milione saranno donne. Quanto alla variabile dell’età, la componente giovane (15-34 anni) si fermerebbe a 534mila unità (uno su cinque), mentre la fascia (35-49 anni) risulterebbe maggioritaria, con un milione e 42mila occupati (40,8% sul totale). I lavoratori più anziani rappresentano invece il 38,3% del totale, che in termini assoluti colloca gli over 50 di poco sotto il milione. Rispetto al 2020, grazie alla ‘missione 2’, l’incremento di occupazione femminile e giovanile sarebbe da un lato di 385mila donne, dall’altro di 201mila giovani. Per l’occupazione femminile si supererebbe la soglia dei 10 milioni, mentre i giovani occupati si collocherebbero oltre i 5 milioni.

Le performance delle imprese sostenibili

Le imprese mediamente e altamente sostenibili hanno più anni di attività (quasi 29 anni) e una dimensione elevata in termini di addetti (336 addetti) rispetto alle imprese meno orientate alla sostenibilità. Sul piano degli indicatori legati alla performance economica, riporta Askanews, emerge una correlazione fra sostenibilità e produttività del lavoro, con quasi 20mila euro in più per le imprese green-oriented, e fra sostenibilità e redditività, con un margine operativo lordo sul fatturato superiore di 2 punti e mezzo. Inoltre le imprese più sostenibili risultano più internazionalizzate, più patrimonializzate e contano su una maggiore disponibilità di capitale per addetto e su un più alto livello di capitale umano.

La pasta? E’ sempre più “alternativa”

Quello fra gli italiani e la pasta è un amore che non finisce mai, si sa. Però, come in tutte le storie, nel corso del tempo ci sono delle evoluzioni, se non delle rivoluzioni. Per quanto riguarda il primo piatto più famoso del mondo, nell’ultimo periodo c’è stata la scoperta della pasta “alternativa”, tanto che l’80% l’ha provata almeno una volta e il 18% la consuma abitualmente. A tracciare i nuovi modi di dire pasta è Everli – il marketplace della spesa online – che ha approfondito il rapporto degli abitanti dello Stivale con la pasta, analizzandone i consumi e investigando il loro approccio verso quelle “alternative”, ovvero quelle diverse dalla pasta all’uovo, di semola di grano duro e ripiena.

Le donne sperimentano di più

Tra gli sperimentatori più assidui di nuovi tipi di pasta, spiccano le donne – che sono oltre la metà (60%) – e di queste il 58% ha tra i 25-39 anni. Tuttavia, gli italiani per ora preferiscono continuare a mangiare entrambe: solo meno di 1 su 10 (8%) ha completamente abbandonato la pasta “tradizionale” in favore di quella “alternativa”. E’ anche interessante scoprire quali siano le zone dello Stivale dove se ne consuma di più. Benché l’acquisto di pasta sia esteso da nord a sud, in base alla ricerca nel 2020 ci sono alcune regioni più “pasta addicted” di altre: in primis la Lombardia con ben 3 province incluse nella top 10 di quelle in cui si è speso di più per l’acquisto di pasta (Lodi 7°, Sondrio 8° e Varese 9°), seguita a pari merito da Trentino Alto Adige e Abruzzo con due città ciascuna, rispettivamente Trento (2°) e Bolzano (3°) e L’Aquila (4°) e Pescara (5°). Anche se la corona di città più innamorata della pasta è la toscana Grosseto (1°).

Dove e quale… i fan dell’alternativa

Sempre a livello territoriale, è interessante vedere dove si compra maggiormente pasta “alternativa” rispetto ad altre aree. L’analisi rivela  che a guidare questa speciale classifica è Treviso, subito seguita da Trento e Livorno. Quest’ultima, in particolare, è la località che ha registrato il maggior incremento di spesa in paste “alternative”, toccando una crescita del 58% nel 2020 rispetto ai precedenti 12 mesi, seguita da Como (36%) e Pesaro e Urbino (12%). Anche quando si guarda alle paste non-tradizionali, non c’è storia: vince sempre quella corta. Considerando, infatti, i 10 prodotti più comprati dagli italiani, la tipologia di pasta “alternativa” più apprezzata è quella integrale (8 su 10) e corta (7 su 10). Chi non opta per l’integrale è perché compra pasta gluten free oppure pasta di mais e riso (sempre senza glutine).

Italiani sul podio nella lotta allo spreco alimentare

La 2° Giornata Mondiale di consapevolezza delle perdite e degli sprechi alimentari, caduta lo scorso settembre, è stata l’occasione per presentare la campagna Spreco Zero che Last Minute Market ha promosso con Ipsos e con l’Università di Bologna-Distal, presentando il primo Cross Country Report dedicato a ‘Food&Waste around the World’. L’indagine è stata realizzata con un campione statistico di 8mila cittadini di 8 Paesi del mondo (Italia, Spagna, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Cina, Russia). Oltre a sensibilizzare l’opinione pubblica su un argomento delicato come è quello della lotta allo spreco di cibo, l’occasione è stata anche particolarmente lusinghiera per il nostro paese. Gli italiani, infatti, in valori assoluti guidano la ‘hit’ dei popoli più virtuosi del Pianeta con 529 grammi di cibo sprecato a testa nell’arco di una settimana.

I meno virtuosi sono cinesi e statunitensi

Tra i Paesi intervistati meno virtuosi compaiono la Cina e gli Stati Uniti. Il 75% dei cittadini cinesi dichiara di gettare il cibo una o più volte alla settimana, a seguire gli statunitensi. Il 55% degli americani, infatti, afferma di sprecare il cibo almeno una volta a settimana. Si tratta di percentuali decisamente alte e in prospettiva poco sostenibili.

Gli europei si comportano meglio In termini di frequenza dello spreco alimentare gli intervistati europei segnalano livelli più bassi (in media, il 68% dichiara di sprecare meno di una volta alla settimana), invece, i nordamericani segnalano livelli più alti di spreco alimentare (in media, il 57% degli intervistati dichiara di sprecare meno di una volta a settimana). In valori assoluti, gli italiani sono tra i cittadini più virtuosi del pianeta con 529 grammi di cibo sprecato a testa nell’arco di una settimana. Al contrario, gli statunitensi e i cinesi rientrano nella categoria dei cittadini meno virtuosi. Rispettivamente parliamo di 1453 g. e 1153 g. di cibo sprecato settimanalmente. A seguire i canadesi con 1144 g., i tedeschi con 1081 g., gli inglesi con 949 g., gli spagnoli con 836 g. e i russi con 672 g. Chili e chili di alimenti che ogni settimana vengono gettati nell’immondizia.

La moda italiana è sempre più green

La pandemia da Covid-19 e la preoccupazione relativa al cambiamento climatico hanno stimolato le aziende italiane del settore della moda a riclassificare le proprie priorità. L’89% delle aziende ora infatti investe in sostenibilità, il 45% in più rispetto al 2020. Dal canto loro, i consumatori, hanno sviluppato maggiore sensibilità al tema della sostenibilità, con la domanda di capi second hand, ad esempio, aumentata del 45% nel periodo compreso tra novembre 2019 e febbraio 2020. Anche la moda, insomma, diventa sempre più green e sostenibile. È quanto emerge dal report su Moda e Sostenibilità di Cikis, società che aiuta le aziende della moda ad attuare strategie e piani operativi sostenibili.

Aumenta la richiesta da parte del mercato

Più in particolare, l’analisi ha coinvolto 47 brand e 53 aziende della filiera con interviste. Si tratta di aziende che dichiarano un fatturato superiore a un milione di euro, quelle che più probabilmente dispongono delle risorse economiche necessarie per poter effettuare investimenti concreti in sostenibilità. Di fatto, la crescita degli investimenti nell’ambito della sostenibilità si deve soprattutto all’aumento di richieste da parte del mercato. Benché gli investimenti che denotano maggiore consapevolezza siano ancora pochi, il 53% delle aziende dichiara di investire in sostenibilità per ragioni di competitività, e circa il 20% per rispondere alle richieste dei consumatori.

Cambiare packaging e comunicazione non basta

Il Report evidenzia diversi livelli di impegno in sostenibilità, in base al numero delle pratiche intraprese e alla loro rilevanza. “Il cambiamento di packaging e di comunicazione, ad esempio, se non associato ad altre misure, ha scarso peso sull’impatto ambientale complessivo – spiega Serena Moro, Founder di Cikis -. Rispetto al 2020, quando molte aziende citavano come pratica di sostenibilità implementata l’esclusiva sostituzione del packaging con alternative più sostenibili, quest’anno nessuna azienda ha dichiarato di aver implementato esclusivamente questa misura”.

Il rischio è di incorrere nel greenwashing 

“Inoltre, dalla nostra analisi emerge che alcune aziende, circa il 20%, sottovalutano il proprio impegno, mentre altre, il 25%, lo sopravvalutano, rischiando di incorrere nel cosiddetto fenomeno del greenwashing”, continua Moro. Quello ambientale non è tuttavia l’unico aspetto rilevante. In seguito all’emergenza Covid-19 la tutela delle persone e il welfare aziendale sono diventati requisiti sempre più richiesti da parte dei consumatori. E rispetto all’anno scorso le aziende che stanno lavorando su aspetti sociali sono aumentate del 150%. In ogni caso, le aziende che si avvalgono di un esperto esterno per diventare più sostenibili riescono a raggiungere livelli elevati di sostenibilità con maggiore facilità. E a posteriori, percepiscono meno il problema dei costi.

A luglio e agosto battuta d’arresto per le richieste di muti e surroghe

Dopo un primo semestre dell’anno caratterizzato da una crescita delle richieste pari al +20,6%, corrispondente periodo del 2020, nei mesi di luglio e agosto le istruttorie registrate sul sistema di informazioni creditizie gestito da CRIF, relative alla richiesta di muti e surroghe, hanno fatto segnare una secca battuta d’arresto. A luglio si sono infatti attestate a -21,4% e ad agosto a -27,1%, tornando sostanzialmente sui volumi che si registravano nel 2019, ovvero prima dell’esplosione della pandemia. La flessione registrata negli ultimi due mesi va però letta come un rimbalzo tecnico, considerando che nei mesi estivi del 2020 si erano concentrati volumi di richieste elevati, accumulati durante il primo lockdown.

Richiedenti under 35, l’unico segmento in crescita

La dinamica è parzialmente attenuata dalla vivacità degli under 35, che stimolati dalle agevolazioni statali, da tassi prossimi ai minimi storici, e un costo delle abitazioni ancora appetibile, risultano l’unico segmento in crescita. Nel complesso la fascia di età al di sotto dei 35 anni è l’unica ad aver fatto registrare volumi di richieste in crescita nei primi 8 mesi del 2021, risultando fondamentale per la tenuta dell’intero comparto. Osservando la distribuzione delle istruttorie di mutuo in base all’età del richiedente, l’ultimo aggiornamento del Barometro CRIF evidenzia come in questa prima parte dell’anno la fascia compresa tra i 35 e i 44 anni risulti maggioritaria, con il 29,5% sul totale delle richieste.

Una domanda sostenuta prevalentemente dai nuovi mutui d’acquisto

“Rispetto al recente passato va però sottolineato come in questa fase la domanda sia prevalentemente sostenuta dai nuovi mutui d’acquisto – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -, a conferma della centralità della casa nei progetti di investimento degli italiani, mentre le surroghe continuano a ridurre il proprio peso a causa della progressiva contrazione della platea di mutuatari per i quali la rottamazione del vecchio finanziamento risulta ancora conveniente. Al netto dell’andamento degli ultimi due mesi, che scontano il confronto con un corrispondente periodo fortemente condizionato dalla prima ondata pandemica, nel complesso il numero di richieste di mutui e surroghe risulta sostanzialmente allineato ai volumi del 2019”.

Crescono importo medio richiesto e piani di rimborso tra 25 e 30 anni 

Al contempo, continua la crescita dell’importo medio richiesto, che dopo aver toccato il record assoluto degli ultimi 15 anni a luglio (141.422 euro), ad agosto si attesta a 137.945 euro.  Anche in questo caso il dato è condizionato sia dalla propensione degli italiani a richiedere un importo più elevato, grazie a un costo del denaro contenuto, sia per la minore incidenza dei mutui di sostituzione, che per natura si caratterizzano per un importo più basso.
Se da un lato gli italiani mostrano di privilegiare mutui per un importo compreso tra i 100.000 e i 150.000 euro, con il 29,8% del totale, al contempo si consolida l’orientamento verso piani di rimborso sempre più lunghi. La classe maggiormente richiesta risulta essere quella tra i 25 e i 30 anni (26,8%), l’unica ad avere visto crescere il proprio peso rispetto al 2020. 

Tecnologia di consumo, primo semestre 2021 con crescita a doppia cifra per tutti i settori

Il trend va avanti da diversi mesi, in alcuni casi spinto addirittura dalla pandemia, e soprattutto non accenna a rallentare: gli italiani sono dei veri e propri fan della Tecnologia di consumo. L’appeal di telefoni, device vari, elettrodomestici e gadget tecnologici per la casa è infatti in costante aumento, tanto che il valore complessivo del mercato interno nel primo semestre del 2021 è aumentato del +21,3% rispetto allo stesso periodo del 2020. Lo rivela l’ultima indagine di GfK Market Intelligence. La crescita delle vendite nei primi sei mesi di quest’anno è stata trainata in particolar modo dai negozi tradizionali (+75,5%) più che dai canali online (+24,5%). La spiegazione di queste proporzioni arriva direttamente dal report: “Questo incremento maggiore su base annua è ovviamente legato alle chiusure dei negozi durante il primo lockdown della primavera 2020, che aveva portato ad un rallentamento delle vendite nei negozi fisici e ad una crescita del ricorso all’e-commerce da parte degli italiani” precisa l’analisi.

Chi sale…

In generale sono in crescita tutti i comparti, con performance particolarmente positive per l’Elettronica di consumo, il Grande Elettrodomestico e la Telefonia. Dopo mesi di crescita sostenuta, rallentano le vendite di prodotti IT Office e di Piccoli Elettrodomestici, che nel mese di giugno registrano segni negativi. Il settore che cresce di più è quello dell’Home Comfort (+52,1%), per ragioni legate alle condizioni atmosferiche di questi primi sei mesi del 2021, con un forte incremento delle vendite di condizionatori e ventilatori negli ultimi mesi di rilevazione. In forte crescita anche la Fotografia (+45,9%), ovviamente grazie alla ripresa delle attività outdoor. Per quanto concerne l’Elettronica di consumo, è stato un semestre d’oro per la vendita di Televisori (+31,2%), per effetto di grandi eventi sportivi ma anche dell’annunciato switch-off che ha convinto molti italiani ad acquistare un nuovo televisore, e di Grandi Elettrodomestici (+27,8%). Crescita a doppia cifra anche per il comparto della Telefonia (+21,1%), il più importante per giro d’affari del mercato italiano della Tecnologia di Consumo.

…e chi scende

I due settori che segnano il passo, pur rimanendo in territorio positivo, sono quelli del Piccolo Elettrodomestico (+16,3%) e del settore IT Office (+13,2%). Bisogna però ricordare che questi due comparti sono quelli che hanno visto gli incrementi maggiori nel corso del 2020 e ora rientrano nella normalità del mercato. Andando a vedere i dati più recenti, riferiti a giugno 2021, il mercato della Tecnologia di consumo risulta complessivamente in crescita del +6,2% rispetto allo stesso mese del 2020.