Imprese: crescono i fatturati, ma peggiorano marginalità e rischio creditizio

Secondo alcune evidenze emerse dall’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio CRIF Pulse, la dinamica inflazionistica continuerà a spingere verso l’alto i fatturati delle imprese italiane anche nel 2022, previsti al +9% sia rispetto al 2021 sia al 2019.La ripresa economica registrata nel 2021 ha infatti consentito un importante recupero del fatturato e dei margini delle aziende italiane, seppur con grosse differenze tra i diversi settori. Tuttavia, l’attuale contesto caratterizzato da molteplici tensioni e fattori di incertezza, comporta una revisione al ribasso delle prospettive 2022 sul fronte della marginalità operativa. È prevista infatti in calo sia rispetto al 2021 (-40 bps) sia rispetto al 2019 (-50 bps), prima che la diffusione della pandemia arrivasse a condizionare in modo tanto pesante l’economia globale.

Più rischio per Turismo, Tempo Libero, Costruzioni, Immobiliare e Agricoltura 

Nel primo semestre 2022 le imprese italiane hanno iniziato a risentire in modo evidente dei fattori di tensione e di incertezza, tanto che oltre il 40% delle imprese si caratterizza per un livello di rischio creditizio prospettico medio-alto. A livello settoriale, risultano maggiormente esposti Turismo, Tempo Libero, Costruzioni e Immobiliare, i comparti che dall’inizio della pandemia avevano subito gli effetti più significativi, e l’Agricoltura, a causa dell’emergenza idrica e del caro energia. Le previsioni per il 2022 vedono da un lato la crescita del fatturato legata alla spinta inflazionistica e dall’altro la riduzione dei margini operativi derivante dall’incremento dei costi energetici e delle materie prime.

Pressione sui margini operativi e fabbisogno di capitale

“A livello di impatto finanziario, l’equilibrio fonti-impieghi delle aziende italiane resta delicato – spiega Simone Mirani, General Manager di CRIF Ratings -. La pressione sui margini operativi e il fabbisogno di capitale circolante saranno difficilmente compensabili nel breve termine in termini di capacità di generazione di cassa. Tuttavia, le aziende che hanno effettuato un’adeguata provvista finanziaria nel biennio 2020-2021, anche grazie agli strumenti messi in campo dal governo italiano per contenere la crisi causata dalla pandemia, dispongono di un vitale polmone di liquidità”.

L’impatto dei tassi d’interesse sul tasso di default

“Da tenere presente, però, che il venir meno delle moratorie e la conseguente ripresa dei piani di rimborso del debito finanziario, unitamente all’impatto dell’impennata dei costi dell’energia e di alcune materie prime, potranno accentuare le tensioni sul fronte della liquidità, specie nei settori ad alta intensità di capitale circolante e in quelli energivori – aggiunge Simone Mirani -. Il progressivo incremento dei tassi d’interesse nell’attuale contesto potrà inoltre contribuire, specie per le aziende con elevati livelli di indebitamento, ad accrescere ulteriormente il rischio di credito nel medio termine, e il conseguente tasso di default nel biennio 2023-2024”.

WhatsApp è più amata dagli italiani: 35 milioni di utenti la usano per chattare

Secondo l’analisi dell’esperto di social media Vincenzo Cosenza, basata sulle rilevazioni di Audiweb powered by Nielsen, è WhatsApp in assoluto l’app di messaggistica preferita dagli utenti italiani, tanto che a giugno ha toccato un picco di circa 35 milioni di utilizzatori. Dopo WhatsApp, al secondo posto si piazza Messenger, sempre del gruppo Meta, seguita da Telegram. Ma si sta facendo avanti Discord, un’app nata inizialmente per il mondo dei giochi. Di fatto WhatsApp, che di recente ha aggiunto funzionalità di privacy, in media nei primi mesi di quest’anno è stata usata per 10 ore e 50 minuti a persona al mese, con una punta di 11 ore e 29 minuti a gennaio. Rispetto ai corrispondenti mesi del 2021, rileva Vincenzo Cosenza, WhatsApp registra un calo ‘irrisorio’ di utilizzo, pari all’1,4%, mentre guardando più indietro nel tempo si può apprezzare la sua crescita: nel 2019 la media di utenti era infatti pari a 31,8 milioni.

Messenger perde il 21% di utenti, Telegram ne conquista 15,5 milioni ma sono il 7% in meno

Quanto a Messenger, sono stati circa 17,3 milioni gli utilizzatori medi nel primo scorcio del 2022. Ma il calo rispetto all’anno precedente, a differenza di WhatsApp, è stato del 21%, ovvero pari a 4,5 milioni di persone in meno. Segno, questo, “di una difficoltà dell’app di Zuckerberg di trovare una sua collocazione rispetto alla sorella acquisita WhatsApp”, spiega Vincenzo Cosenza.

Telegram invece conquista 15,5 milioni di italiani, ma nonostante la crescita “si nota un calo del 7% rispetto ai primi sei mesi del 2021”, aggiunge l’esperto. Il tempo di utilizzo medio di Telegram rimane però elevato: in media nel 2022 le persone usano la chat per 2 ore e 9 minuti al mese, il 16% in più rispetto all’anno precedente.

Per Discord 1,9 milioni di utenti, +29% rispetto al 2021

Quanto a Discord, gli italiani che l’hanno usata nel 2022 sono stati 1,9 milioni, in crescita del 29% rispetto all’anno precedente. Il tempo medio trascorso in questo caso è di circa 1 ora e 20 minuti a persona al mese. Tutte le altre chat di nicchia, si legge nell’analisi, hanno subìto un calo consistente rispetto all’anno della pandemia. Skype, ad esempio, rimane con uno zoccolo duro di 3,1 milioni di utenti mensili, ma scende del -14% rispetto al 2021, con un tempo d’utilizzo di 27 minuti pari a -40%.

Le perfomance delle “altre”: Google Chats, Google Meet, Kik e Signal

L’analisi prosegue con i ‘risultati’ ottenuti da Google Hangouts, ora diventata Google Chats, e Google Meet, che insieme raggiungono 1,8 milioni di persone, in calo del -52%. Un’app che resiste sul mercato dal 2010 è però Kik, che nel nostro paese è ancora usata da 1,1 milioni di utenti, ma anch’essa in calo del -16%. Seguono l’app più attenta alla sicurezza, Signal, con poco più di 500.000 utenti (-48%) e un tempo di utilizzo medio mensile di circa 1 ora.

Come migliorare le tecniche osteopatiche

Le tecniche osteopatiche sono l’insieme di tutte quelle manipolazioni che l’osteopata effettua nel corso della seduta sul corpo del paziente.

Dalla qualità e dall’efficacia di queste tecniche dipende gran parte del risultato finale e dunque della percezione di benessere da parte della persona che riceve tali trattamenti.

Per questo motivo è importante che l’osteopata che effettua tali trattamenti sia perfettamente sicuro di applicare bene ogni tipo di metodologia e soprattutto che conosca un gran numero di tecniche osteopatiche, anche in relazione alla tipologia di paziente che ci si trova davanti.

Certamente infatti, le tecniche da adoperare su un paziente adulto e sano sono differenti da quelle di cui potrebbe avere bisogno una persona anziana, una donna in gravidanza o un bambino.

Per questo motivo è ideale che ciascun professionista conosca e sappia ben mettere in pratica una moltitudine di tipologie di manipolazioni, così da avere a disposizione un ampio ventaglio di risorse tra le quali poter scegliere di volta in volta.

Come migliorare le tecniche di manipolazione osteopatica?

Uno degli errori che più frequentemente si commette, a prescindere dalla tipologia di professione che si esercita, è quello di credere di far sempre le cose bene e di non avere bisogno di alcun tipo di input dall’esterno.

Bisogna invece prendere coscienza del fatto che delle volte è possibile individuare in sé dei punti deboli o determinati aspetti da rivedere che, una volta risolti, consentono di aumentare la qualità delle proprie prestazioni e di dare al paziente certamente qualcosa in più.

In particolar modo, l’osteopata che decide di migliorare le proprie tecniche di manipolazione può seguire uno specifico corso terapia manuale con il preciso scopo di migliorare le proprie conoscenze o trovare interessanti spunti di applicazione.

Lavorare su sé stessi è infatti l’investimento migliore che si possa fare se l’obiettivo è quello di migliorarsi e diventare un professionista sempre più completo e valido, realmente in grado di risolvere ogni problema manifestato dai pazienti.

Qual è il rischio del non aggiornarsi?

Un professionista che non si aggiorna e lavora sempre alla stessa maniera tende fondamentalmente ad essere esposto a due differenti tipi di rischio.

Il primo è sicuramente quello della scarsa efficacia delle proprie manipolazioni se queste non sono eseguite in maniera impeccabile.

Delle volte è infatti possibile che, con il trascorrere del tempo, le tecniche di manipolazione non vengano più effettuate in modo preciso ed efficace, con l’evidente rischio che il paziente non vada poi ad avvertire alcun tipo di beneficio.

In altri casi, capita invece che un professionista vada ad acquisire sin dall’inizio della sua carriera soltanto un paio di tecniche di manipolazione, ignorando invece la presenza di tante altre che potrebbero rivelarsi molto efficaci nel consentire di risolvere situazioni specifiche.

In entrambi i casi dunque, appare evidente che una formazione di qualità e costante nel tempo possa rappresentare certamente un’arma preziosa a disposizione di quanti svolgono la professione di osteopata, ma non solo.

È importante infatti sottolineare che ciò non vale esclusivamente per gli osteopati, ma anche per coloro i quali si occupano di massoterapia, fisioterapia e più in generale tutti coloro i quali effettuano delle manipolazioni sul corpo del paziente al fine di risolvere di problemi che interessano il sistema muscolo-scheletrico.

Conclusione

Come in tutte le professioni, aggiornarsi e migliorare la propria conoscenza della materia è fondamentale se si desidera offrire un servizio di livello superiore.

Ciò è vero anche per quel che riguarda le tecniche osteopatiche, ed oggi esistono certamente le soluzioni che consentono a ciascun professionista di correggere eventuali errori e di imparare tecniche nuove e maggiormente efficaci.

Credito specializzato: nei primi tre mesi 2022 supera i livelli pre-pandemia

Nonostante le incertezze generate dal contesto geopolitico e le tensioni macro-economiche nei primi tre mesi del 2022 il credito specializzato ha superato i livelli pre-pandemia. A un confronto con lo stesso periodo del 2019, la nuova produzione evidenzia infatti una variazione positiva del +7,7%. I diversi comparti, tuttavia, mostrano trend differenti. A fronte di una decisa crescita del valore dello stipulato nel mercato del leasing, la crescita del turnover è più contenuta per il factoring e le erogazioni di credito alle famiglie. È quanto emerge dalla 15esima analisi annuale dei dati aggregati relativi al credito specializzato effettuata dalle associazioni di categoria Assifact, Assilea e Assofin.

La crescita è più marcata per il leasing: +25,6%  

Nel contesto di ripresa che ha caratterizzato il Paese nel 2021, con il Pil annuale che ha segnato un +6,6%, l’attività degli associati delle tre associazioni di categoria Assifact, Assilea e Assofin è risultata pari a 365,4 miliardi di euro in termini di volume, segnando un aumento dell’11,9% rispetto al 2020 e incrementando la sua quota sul Pil del 20,6% (era il 19,8% nel 2020). La crescita è più marcata per il leasing (+25,6%), ma anche il credito alle famiglie (+13,4%) e il factoring (+10,0%) evidenziano incrementi a doppia cifra. I crediti in essere complessivi a fine 2021 si attestano a circa 503,3 miliardi di euro, e tornano così in territorio appena positivo (+0,4%), dopo il calo del 2020.

Il 67,8% dei flussi totali di credito proviene dagli operatori specializzati

Nel 2021 in ciascun settore si riscontra, tuttavia, un trend differente, che risulta in miglioramento per il factoring (+5,5%) e per il credito alle famiglie (+1.3%), mentre il leasing ha chiuso l’anno con una riduzione dell’8,3% dello stock. Nonostante il 67,8% dei flussi totali di credito provenga dagli operatori specializzati e il 32,2% dalle banche generaliste, il 59,8% del totale outstanding è detenuto dalle banche generaliste, quota sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente.

Nel 2021 finanziati l’8,1% degli investimenti delle imprese

“Il credito specializzato – si legge nell’analisi – conferma il suo ruolo di particolare importanza nell’ambito dell’economia italiana, cruciale anche per la ripresa del Paese, assicurando, attraverso i diversi comparti che lo compongono, strumenti flessibili a supporto delle esigenze di imprese e famiglie”.
La nuova produzione di credito specializzato nel 2021 rappresenta il 26,8% degli impieghi totali di banche e intermediari finanziari, quota significativa e sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Attraverso le forme di credito specializzato sono stati finanziati l’8,1% degli investimenti delle imprese e l’8,5% della spesa delle famiglie, quote entrambe in crescita rispetto all’anno precedente.

Gen Z: tra hobby e amici meglio passare il tempo in compagnia

Gli adolescenti italiani sono i più ‘socievoli’ d’Europa. L’Italia infatti è il primo Paese europeo per percentuale di adolescenti che amano passare il tempo libero in compagnia dei propri amici, con 11 punti in più (67%) della media europea (56%). Forse perché gli studenti italiani hanno sofferto maggiormente per la mancanza di interazioni sociali durante la pandemia (70%), rispetto ai coetanei degli altri Paesi (60%), in particolare, le ragazze (74%) più dei ragazzi (68%), e gli studenti tra 16-18 anni (76%). È quanto emerge dall’indagine sull’istruzione condotta dalla piattaforma di e-learning GoStudent in collaborazione con Kantar Market Research.

Videogames, Netflix, YouTube o la TV?

Un Gen Z italiano su 2 ama trascorrere il proprio tempo libero anche giocando ai videogames (50%) e ascoltando musica (48%). E anche in questo caso, gli adolescenti italiani (79%) sono più appassionati di videogames rispetto ai coetanei stranieri (72%). Netflix, televisione e YouTube riscuotono invece meno successo tra gli adolescenti italiani rispetto ai ragazzi delle altre nazioni. In Italia, guardare video su YouTube (47%) e intrattenersi con Netflix o la televisione (45%) sono rispettivamente al quarto e al quinto posto della classifica delle attività predilette.

I giovani italiani sono i più sportivi 

All’Italia va anche il primato per numero di giovani che inseriscono lo sport tra gli hobby prediletti: il 45% dei Gen Z italiani trascorre il tempo libero facendo attività sportiva contro il 39% della media europea. I ragazzi (56%) sono inoltre più sportivi delle ragazze (33%), e gli adolescenti tra 16-18 anni più sportivi (47%) rispetto ai 10-12enni (45%) e i 13-15enni (43%). Ma l’Italia (34%) è sul podio anche per le attività all’aria aperta. Le attività outdoor sono più popolari tra i ragazzi (37%) che tra le ragazze (30%), e i pre-adolescenti di 10-12 anni sono quelli che più amano trascorrere il proprio tempo libero all’aria aperta (42%). Andare in bicicletta invece ha riscosso solo il 21% di preferenze in Italia, un dato comunque più alto rispetto al resto d’Europa (18%).

Social network? No grazie

Diversamente da quanto si possa pensare, riporta Adnkronos, passare il tempo sui social non è tra gli hobby prediletti della Gen Z, né in Italia né nel resto d’Europa. Con il 32% delle preferenze, i social network sono solo all’ottavo posto della classifica, un dato comunque più basso rispetto al resto d’Europa (36%). Inoltre, nonostante i ragazzi italiani che amano la lettura siano oltre il 28%, più rispetto ai coetanei europei (26%), leggere non sembra rientrare tra le attività predilette dei Gen Z nostrani: nella classifica degli hobby la lettura è solo in nona posizione. C’è poi un 10% che predilige dedicarsi ad attività artistiche, come dipingere o disegnare, mentre suonare uno strumento e ballare hanno riscosso rispettivamente il 10% e il 9% delle preferenze tra gli adolescenti italiani di ambo i sessi.

Frodi creditizie: salgono i casi, ma calano gli importi medi frodati

Secondo gli ultimi dati registrati dall’Osservatorio sulle Frodi Creditizie e i furti di identità realizzato da CRIF-MisterCredit, nel 2021 i casi rilevati in Italia sono oltre 28.600, +31,1% rispetto al 2020: un aumento dovuto al continuo sviluppo degli acquisti online, che ha contribuito alla crescita dei casi perpetrati sui canali virtuali, dove le verifiche possono essere meno efficaci. Complessivamente, il danno stimato raggiunge 124,6 milioni di euro, stabile rispetto al 2020, poiché al numero maggiore di casi corrisponde una diminuzione dell’importo medio frodato (4.350 euro, -23,3%). Il numero di casi rilevati si è concentrato infatti su importi inferiori a 1.500 euro (+52%), a dimostrazione di come le organizzazioni criminali ormai non disdegnino le operazioni fraudolente su beni di importo più contenuto.

Aumentano beni e servizi “frodati”

Si registra, inoltre, un aumento dei casi di frode con importi compresi tra 5.000-10.000 euro (+45,7%), e quelli con valore superiore ai 10.000 euro (+13,9%). Risultano in calo solamente i casi di importo compreso tra 1.500-3.000 euro (-28,9%) e tra 3.000-5.000 euro (-10,1%). Tra le forme di credito in cui si registra il maggior numero di casi fraudolenti, i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi (auto, moto, articoli di arredamento, elettronica, elettrodomestici), che nonostante rappresentino la tipologia più colpita (34,4%), segnano una flessione del -30% circa. Al contrario, aumentano le frodi sui prestiti personali (+56,6%,  22,5%), mentre quelle sulle carte di credito crescono del + 59,7%.
Nel 2021 iniziano poi a emergere anche casi di frode sulla rateizzazione di acquisti e-commerce (le formule ‘Buy now, pay later’), anche se ricoprono una fetta residuale (0,2%).

Il profilo delle vittime

La maggioranza delle vittime è rappresentata da uomini (63,5%), e si conferma come fascia di età più colpita quella degli under 30 (+8,0%), mentre diminuiscono gli over 60 anni (-6,9%). La fascia compresa tra 41-50 anni segue i più giovani come segmento maggiormente colpito dal fenomeno (22,5%). Per quanto riguarda le regioni in cui sono state rilevate le frodi, la ripartizione dei casi mostra una maggiore incidenza in Campania (16,7%) Sicilia, Lombardia e Puglia, seguite da Lazio e Calabria.

Come vengono perpetrate e quando vengono scoperte?

Analizzando gli alert sui documenti identificativi emersi dalle interrogazioni fatte ai servizi prevenzione frodi gestiti da CRIF, e dai dati SCIPAFI delle banche, si conferma l’utilizzo preponderante della carta di identità come documento identificativo (80,7%), seguito dalla patente (17,7%). In particolare, l’1,9% dei documenti presentati in fase di identificazione anagrafica è una carta di identità contraffatta, oppure valida ma non riconducibile al soggetto. Per le patenti nel 4,1% dei casi si tratta di patenti inesistenti o non appartenenti al soggetto. In controtendenza rispetto al 2020, i tempi di scoperta delle frodi si stanno accorciando: il 42,4% dei casi viene scoperto entro i primi sei mesi (36,3% nel 2020), e al contempo, diminuiscono i casi scoperti dopo oltre 3 anni (-11,3%).

Come si realizza il curriculum perfetto?

Quando si cerca una nuova occupazione, il primo passo da fare è senza dubbio redigere un curriculum non solo efficace, ma anche corretto e bello esteticamente, magari aiutandosi con siti professionali come cvmaker.it. Il cv, d’altronde, è il proprio biglietto da visita quando ci si candida per un posto di lavoro o ci si presenta alle aziende.  Proprio per tale motivo, si deve sfruttare un modello vincente. I datori di lavoro infatti individuano il possibile candidato ideale proprio dopo aver svolto una prima fase selettiva basata sulla lettura dei cv. Far risaltare il documento in oggetto quindi significa cercare di fare la differenza, rispetto agli altri candidati. Per riuscirci, è opportuno considerare una serie di elementi. Il primo è proprio il fatto di puntare su un modello professionale da compilare, in modo che non si rischierà di dimenticare di indicare aspetti importanti circa i propri dati o la propria esperienza e in più si eviterà di dilungarsi in spiegazioni troppo lunghe. L’ideale sarebbe essere brevi e concisi, schematici, inserendo prima le informazioni sui ruoli lavorativi ricoperti recentemente e poi quelli precedenti. Sarà quindi più corretto procedere seguendo un ordine cronologico inverso.

Menzionare anche le soft skills

In seconda battuta, vale la pena ricordare che nel cv non vanno indicate solo le hard skills, ovvero le abilità che sono state acquisite tramite il percorso formativo scolastico-universitario e/o postuniversitario o lavorativo, ma anche le soft skills. Queste ultime corrispondono a tutte quelle capacità che dipendono dalle caratteristiche personali e che la persona ha sviluppato con il passare degli anni, raggiungendo un certo livello di esperienza e maturità. Si tratta di competenze relazionali, come la leadership, ma anche il fatto di saper affrontare situazioni stressanti, il problem solving, il fatto di saper lavorare all’interno di un team, essere positivi, ma anche saper perseguire gli obiettivi che vengono prefissati, e così via. Tutti questi aspetti, se sono presenti nella personalità del candidato, dovrebbero essere indiati nel CV, per farlo risaltare. Oltre a questo però vi sono anche altri suggerimenti per cercare di superare la concorrenza e di stupire il recruiter.

La lettera di presentazione

Se poi si vuole cercare di avere ancora più possibilità circa il fatto di riuscire a far risaltare il proprio curriculum agli occhi del datore di lavoro, allora è possibile anche accompagnarlo con una buona lettera di presentazione, che non dovrà essere una spiegazione né una ripetizione di quello che si è specificato nel curriculum vitae, bensì un modo di presentarsi che riassuma le esperienze fondamentali e che spieghi perché si è scelto di candidarsi per quella posizione.

Effetto pandemia sulle startup italiane: fatturati a meno di 100.000 euro

Secondo lo studio condotto da InnovUp, dal titolo L’identikit delle startup italiane dopo il Covid-19, l’81,4% delle startup si colloca tra la fase di pre-seed e post-seed, e il 70,9% dichiara di aver raccolto meno di 100.000 euro. Rispetto a 5 anni fa, il 2021 ha evidenziato un calo dei fatturati medi delle startup italiane, e uno spostamento dal B2B al B2C. Ma per la maggior parte delle nuove realtà imprenditoriali il 2022 sarà l’anno della ripresa, al netto delle persistenti difficoltà nell’accesso al credito. Le maggiori difficoltà riscontrate sono la mancanza di reale interesse degli investitori e la difficoltà nel finalizzare il closing, che portano il 41,8% del campione a dichiarare la mancanza di liquidità come principale punto di debolezza.

Tra il 2020 e il 2021 aumenta il valore dei round

Analizzando i dati raccolti dall’Associazione Startup Turismo sul periodo 2020-2021, come conseguenza della pandemia emerge il brusco arresto della natalità, a cui è seguita l’inversione di rotta del 2021, con il calo della mortalità fisiologica. In questo scenario, si è verificata una crescita del fatturato medio del 38% (da 235.000 a 350.000 euro), complice anche un maggior tasso di mortalità nel 2020. Tra il 2020 e il 2021 è aumentato del 7% anche il valore dei round, un dato trainato da alcuni finanziamenti di ammontare sopra la media. In controtendenza al periodo sfavorevole, si rileva anche un aumento dell’organico: le imprese emergenti restano ancora piccole, ma fanno registrare un aumento del 7% delle assunzioni.

Crescita del personale, ma difficoltà ad accedere al credito

Per InnovUp, il 54,1% delle startup nei prossimi mesi è intenzionata ad assumere un numero considerevole di risorse umane, mentre il 40,4% manterrà invariato il numero di dipendenti, e il 5,7% prevede una razionalizzazione dell’organico. La crescita di personale, sebbene tendenziale, si registra maggiormente nelle realtà con un fatturato da 500.000 euro in su. La criticità maggiore riguarda comunque ancora l’accesso al credito. L’aspetto più complesso si riscontra nell’incontro di investitori realmente interessanti (60,2%), seguito dalla fatica a finalizzare l’investimento (30,5%), concordare la valutazione della startup o la percentuale di partecipazione del capitale del nuovo investitore (25,6%), e concordare sulla governance societaria all’ingresso del nuovo socio (13,4%).

Prospettive ottimiste per il 2022

La pandemia ha modificato anche le tempistiche di sviluppo e di immissione di nuovi prodotti e servizi sul mercato, probabilmente spostando le attività su ricerca e sviluppo. Di fatto, il 68,1% è ottimista verso la possibilità di chiudere in crescita di fatturato di almeno +5%, e il 18% si aspetta addirittura un +50% nel prossimo bilancio. Dalla survey La Camera di Commercio per le Startup, condotta dalla Camera di commercio di Milano, Monza, Brianza e Lodi e focalizzata sulle startup residenti nella zona di competenza, emerge come nonostante le difficoltà le startup siano riuscite a innescare cambiamenti positivi, in particolare, per le modalità di svolgimento del lavoro (53%), mentre il 39% ha riscontrato un impatto positivo dalla spinta all’innovazione tecnologica.

Il lavoro del futuro è da remoto: flessibilità e assunzioni in tutto il mondo 

Spinto fortemente dalla pandemia il remote work, ovvero il lavoro da remoto, sta ridisegnando in maniera decisa il mercato del lavoro, perché consente di assumere il miglior candidato senza dover tener conto del posto in cui vive, creare un team di talenti e garantire, allo stesso tempo, la massima flessibilità. A spiegare questi importanti cambiamenti nel mondo del lavoro e nelle nuove esigenze di aziende e lavoratori è Elisa Rossi, vice president Marketing & Growth di Remote, startup americana nata nel 2019 per semplificare e agevolare l’assunzione di dipendenti internazionali da parte delle aziende di tutto il mondo.

Assumere il miglior candidato a livello globale

“Il mondo del lavoro – spiega Elisa Rossi – è in evoluzione da molti anni e la pandemia ha notevolmente accelerato tale processo”. Ma l’aspetto più importante che si è verificato in questi anni, continua Elisa Rossi, è “la trasformazione del lavoro a distanza da vantaggio occasionale a necessità aziendale”.
Tante aziende oggi, conferma la VP Marketing & Growth di Remote, “stanno scoprendo che questo nuovo modo di lavorare ha vantaggi incredibili”. L’azienda non è più limitata alla ricerca di candidati in un’area geografica specifica, ma può effettivamente assumere il miglior candidato in qualunque parte del mondo, e dal lato lavoratore è possibile sperimentare un migliore equilibrio tra lavoro e vita personale.

Maggiore efficienza per l’azienda e più libertà per il lavoratore

La trasformazione del lavoro ha già avuto inizio, ma adesso bisogna cambiare mentalità. Per un’azienda questo significa reinventare il modo in cui i membri dell’organizzazione comunicano, collaborano e prendono decisioni, in modo da sfruttare al meglio i vantaggi del lavoro da remoto.
“Questa evoluzione – prosegue Rossi – è necessaria affinché l’azienda raggiunga una maggiore efficienza e il lavoratore provi un senso di responsabilizzazione e libertà: entrambi vantaggi chiave del lavoro a distanza”.
Man mano che il lavoro fully remote diventerà sempre più comune, “le aziende devono anche ripensare le funzioni principali delle risorse umane come assunzioni, benefit, buste paga e conformità – aggiunge Rossi -. Ciò diventa ancora più rilevante se vogliono assumere i talenti all’estero”.

Un’infrastruttura per il remote work

“Remote ha creato un’infrastruttura in tutto il mondo che permette a qualsiasi azienda di assumere lavoratori, indipendentemente da dove vivano, pagare i salari in valuta locale, fornire loro i benefit che si aspettano e non doversi preoccupare di tasse e normative – sottolinea Rossi, come riporta Adnkronos -. I nostri fondatori hanno lanciato Remote nel 2019. Persino prima della pandemia, hanno compreso che le aziende si stavano evolvendo lontano dagli uffici statici e avevano bisogno di strumenti migliori per assumere e pagare le persone che vivono in altri paesi. La risposta del mercato da allora è stata incredibile. Tutto ciò ha accelerato la crescita di Remote, da 70 dipendenti a gennaio 2021 a oltre 900 oggi, e l’Italia è per noi un mercato in rapida crescita”.

Ecco perchè l’Italia deve puntare sulle rinnovabili e il fotovoltaico

L’Italia ha tutte le carte in regola per poter investire sulle energie rinnovabili e sul fotovoltaico per potersi affrancare dal punto di vista energetico. D’altronde, le ultime notizie conseguenti alla difficile situazione in Ucraina e Russia parlano chiaro: l’approvvigionamento di gas ed energia è sempre più difficile e soprattutto costoso, con pesanti ricadute per i budget delle famiglie italiane. Insomma, l’adozione di nuove forme di energia è diventata veramente una necessità. Ma le criticità nel nostro Paese, purtroppo, non mancano. 

Troppi progetti in stallo

Quello che emerge rispetto allo stato dei progetti di fotovoltaico nel nostro paese non è incoraggiante. Dati alla mano, ogni anno 9 progetti di impianti su 10 risultano bloccati dagli iter autorizzativi. In un momento che vede l’approvvigionamento di energia come una priorità fondamentale per il Paese è doveroso prendere coscienza di come lo sblocco degli iter consentirebbe all’Italia di autoprodurre energia preziosa. 
I dati forniti dall’Alleanza per il Fotovoltaico non lasciano dubbi sulla questione: ammonta a circa 40 GW la produzione di energia da fotovoltaico attualmente bloccata dagli iter autorizzativi. In termini monetari si parla di 35 miliardi di euro di investimenti privati, pronti per partire, bloccati dalla burocrazia.A farsi portavoce di queste criticità è Greenergy, azienda di Castellaneta (Taranto) leader nel settore delle energie rinnovabili ed EPC Contractor che da 16 anni si impegna a fornire soluzioni per efficientare aziende e abitazioni. Sin dalla sua nascita, riferisce Adnkronos, l’azienda ha sviluppato progetti di fotovoltaico contribuendo a rendere energeticamente efficienti grandi aziende, importanti enti e tantissime abitazioni.

Le potenzialità del territorio italiano

Il territorio italiano offre opportunità uniche per lo sviluppo di progetti di fotovoltaico, troppo spesso bloccati, incompiuti o fermati in partenza a causa di tempi e processi di approvazione troppo lunghi. Oggi più che mai è necessario essere consapevoli che non possiamo più permetterci di perdere tempo sulle rinnovabili. Per far sì che questo avvenga è necessario che l’efficienza energetica diventi un obiettivo per le imprese. Per le aziende, il fotovoltaico può essere oggi il principale volano per lo sviluppo grazie all’accrescimento di valore e, aspetto fondamentale, il notevole risparmio in costi per l’energia: un elemento cruciale contro cui le imprese italiane lottano ormai da quasi un anno. Efficientare un’azienda porta vantaggi anche meno concreti ma non meno importanti come quelli valoriali. Un’azienda energeticamente efficiente oggi è più competitiva perché attenta e consapevole del proprio ruolo e delle responsabilità nei confronti dell’ambiente.

Accompagnare gli stakeholders per raggiungere l’indipendenza energetica

I soggetti in grado di accompagnare aziende e investitori in questi percorsi sono tanti. Tuttavia, sono poche le aziende di energie rinnovabili in grado di sostenere gli stakeholder lungo i numerosi e, nella maggior parte dei casi, lunghi passaggi che portano alla realizzazione di un impianto. I processi coinvolgono numerosi attori istituzionali, numerose norme da analizzare, per non parlare dello studio che costituisce il progetto di efficienza energetica. Rappresenterebbe un vantaggio per chi vuole approcciare il mondo delle rinnovabili poter interfacciassi con un unico interlocutore in grado di gestire questa complessa rete di rapporti. L’indipendenza energetica e l’adozione di risorse rinnovabili non sono, dunque, impossibili o irrealizzabili. Anzi, diventa indispensabile se davvero ci sarà la volontà di raggiungere gli obiettivi per il clima fissati per il 2030 e per il 2050. L’Italia ha le potenzialità e le risorse per sviluppare sull’intero territorio soluzioni in grado di provvedere all’autoproduzione energetica. È importante che cittadini, imprese e investitori prendano consapevolezza di come le energie rinnovabili come il fotovoltaico possano rappresentare una svolta in campo energetico.