Italia 2026: ripresa incompleta, sfide strutturali e opportunità della transizione verde

Negli ultimi anni l’economia italiana ha mostrato segnali di vivacità alternati a fragilità strutturali che ne frenano il pieno potenziale. Dopo la ripresa post-pandemia e gli effetti attenuati dell’inflazione, il quadro attuale è segnato da una crescita modesta, un mercato del lavoro che migliora ma resta squilibrato, e una transizione verso la sostenibilità che apre opportunità importanti per imprese e territori.

Il Prodotto Interno Lordo è tornato a crescere, seppure a ritmi inferiori rispetto alla media europea: la crescita annua si attesta su cifre contenute, e il confronto con le economie peer evidenzia un gap di produttività che perdura da oltre un decennio. Il debito pubblico resta elevato rispetto al PIL, mentre i fondi del PNRR e i programmi di politica monetaria europea rappresentano leve decisive per finanziare investimenti pubblici e privati. Sul fronte dei prezzi, l’inflazione si è progressivamente stabilizzata dopo il picco, riducendo la pressione sui salari reali, ma il costo dell’energia e le dinamiche dei prezzi delle materie prime continuano a essere variabili critici per le imprese.

Dal lato dell’occupazione, si registra una contrazione della disoccupazione complessiva, avvicinandosi a livelli pre-pandemia, ma permangono forti differenze territoriali e generazionali. Il tasso di disoccupazione giovanile rimane significativamente più alto della media nazionale, con molte regioni del Sud che soffrono di carenze strutturali di offerta di lavoro qualificato. Le imprese italiane, in particolare le PMI che compongono il tessuto produttivo, lamentano difficoltà nel reperire competenze digitali e green, una barriera che limita la capacità di innovare e scalare.

I dati settoriali mostrano invece alcuni punti di forza: l’export manifatturiero continua a essere una leva cruciale, grazie a comparti come la meccanica, la moda e l’agroalimentare che mantengono rilevanza sui mercati internazionali. Il turismo ha avviato una solida ripresa, con flussi internazionali in aumento ma una competizione crescente e la necessità di investimenti in infrastrutture e qualità dei servizi. Contemporaneamente, il settore delle energie rinnovabili e delle tecnologie per la decarbonizzazione sta attirando capitali e startup, sostenuto da incentivi e da una domanda di soluzioni più sostenibili.

Un esempio emblematico è la trasformazione di alcune filiere industriali che integrano tecnologie digitali e pratiche di economia circolare: imprese medio-piccole stanno sperimentando modelli di produzione più flessibili, collaborazioni con centri di ricerca e progetti pilota finanziati dal PNRR. Tuttavia, la diffusione di questi modelli è disomogenea: cluster in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto avanzano più rapidamente rispetto a molte province del Sud e delle isole, dove persistono gap infrastrutturali e di capitale umano.

Le implicazioni future per l’economia italiana sono multiple e richiedono azioni coordinate. Primo, la sfida della produttività richiede investimenti strutturali in ricerca e sviluppo, formazione continua e digitalizzazione delle imprese. Incentivare l’adozione di tecnologie digitali e green, anche attraverso misure fiscali mirate e percorsi di accompagnamento per le PMI, può ridurre il divario competitivo con i partner europei.

Secondo, la governance dei fondi pubblici e la capacità di spesa efficiente saranno determinanti: accelerare la realizzazione dei progetti del PNRR e migliorare la capacità amministrativa nelle regioni più deboli può tradursi in risultati tangibili per crescita e occupazione. Terzo, le politiche del lavoro devono coniugare flessibilità e qualità: potenziare percorsi di riqualificazione professionale, incentivi per l’assunzione di giovani e donne, e misure che favoriscano la mobilità territoriale potrebbero attenuare gli squilibri regionali.

Infine, la transizione verde è al contempo una sfida e una grande opportunità. Investire nelle rinnovabili, nell’efficienza energetica e nella mobilità sostenibile non solo riduce la vulnerabilità energetica, ma crea nuove filiere produttive e posti di lavoro qualificati. Per cogliere queste opportunità, l’Italia dovrà rafforzare sinergie tra imprese, istituzioni e centri di ricerca, semplificare l’accesso al credito per progetti verdi e orientare la formazione accademica e professionale verso le competenze richieste dal mercato emergente.

In sintesi, l’Italia nel 2026 si trova in una fase di transizione: scenari di crescita modesta ma sostenibili sono possibili se accompagnati da riforme strutturali, investimenti mirati e una governance efficace. Il potenziale esiste, radicato in una base industriale solida e in settori di eccellenza; la sfida è trasformare queste risorse in crescita inclusiva e resiliente per le prossime generazioni.

Il lavoro ibrido in Italia: opportunità, divari e cosa cambia per aziende e lavoratori

Il lavoro ibrido è ormai parte integrante del dibattito sul futuro del lavoro in Italia: tra smart working, uffici ripensati e orari flessibili, imprese e dipendenti cercano un equilibrio tra produttività e qualità della vita. Negli ultimi anni la diffusione di modalità ibride è cresciuta rapidamente, mettendo a nudo tanto i benefici reali quanto le nuove sfide — dalla gestione dei team alla disuguaglianza di accesso alle tecnologie. Questo articolo ricostruisce il contesto, presenta dati e esempi pratici e valuta le implicazioni future per il mercato del lavoro italiano.

Contesto: la transizione accelerata dalla pandemia ha trasformato uno strumento emergenziale in una pratica strutturale. Secondo rilevazioni nazionali e internazionali, una quota significativa di aziende italiane oggi offre formule ibride — con giornate in presenza alternate a giornate da remoto — soprattutto nei settori dei servizi, finanza, ICT e professioni intellettuali. Al tempo stesso, comparti manifatturieri e retail rimangono ancorati a modelli di presenza piena. Lavoratori con ruoli conoscitivi e accesso a connettività stabile hanno beneficiato di maggiore autonomia, mentre lavoratori con ruoli operativi e residenti in aree meno servite dalla banda larga rischiano di restare esclusi dalla transizione digitale.

Analisi con dati ed esempi: i dati più recenti indicano che circa un terzo delle imprese italiane ha adottato forme stabili di lavoro ibrido, con percentuali molto più alte nelle grandi aziende rispetto alle PMI. Le imprese sopra i 250 dipendenti spesso formalizzano policy che prevedono 2–3 giorni in presenza a settimana; nelle medie e piccole imprese la situazione è più variegata e spesso legata alla cultura aziendale e alla natura del lavoro. Un esempio pratico: una società di consulenza milanese ha osservato un calo delle assenze e un leggero aumento della produttività per progetto dopo l’introduzione di un modello ibrido strutturato, ma ha anche dovuto investire in formazione manageriale per evitare che la comunicazione rallentasse.

La dimensione salariale e territoriale è cruciale. Lavoratori nel Nord e nelle grandi aree urbane beneficiano più spesso di posizioni che permettono il lavoro ibrido; nei piccoli comuni e nel Mezzogiorno la quota resta più bassa, amplificando divari preesistenti. Inoltre, l’accesso a spazi domestici adeguati (una stanza privata, connettività affidabile) differenzia la qualità dell’esperienza tra famiglie di diverso reddito. Per le donne, il lavoro ibrido ha rappresentato un’opportunità per conciliare lavoro e cura, ma senza adeguate politiche rischia di consolidare forme di lavoro frammentarie e meno visibili, con possibili ricadute sulla carriera e sulla retribuzione.

Dal lato delle imprese, i vantaggi includono risparmi sui costi immobiliari, maggiore attrattività sul mercato del lavoro e possibilità di accesso a talenti fuori sede. Tuttavia emergono costi nascosti: coordinamento più complesso, necessità di strumenti digitali sicuri, cambiamenti nella cultura organizzativa e possibile erosione del senso di appartenenza. Alcune PMI italiane di successo stanno sperimentando hub locali combinati con giornate di team working in presenza, creando ritmi regolari per la collaborazione creativa e lasciando il resto del lavoro a distanza.

Implicazioni future: il lavoro ibrido può diventare un fattore di competitività per l’economia italiana, a condizione che sia governato con politiche pubbliche e pratiche aziendali attente alle disuguaglianze. Tre direttrici operative emergono come prioritarie. Prima, investimenti infrastrutturali: estendere la connettività veloce su tutto il territorio per evitare l’esclusione digitale. Secondo, capacità manageriali e formazione: sviluppare competenze di leadership a distanza e metodi di valutazione basati su risultati, non su presenza fisica. Terzo, welfare e regolazione: aggiornare normative sul lavoro per tutelare diritti, conciliazione e sicurezza informatica, prevenendo l’iperconnessione e la sovrapposizione tra vita privata e lavoro.

Per le imprese italiane la sfida è trasformare l’ibridazione in leva strategica, non in un semplice aggiustamento operativo. Politiche di smart design degli spazi, orari flessibili e percorsi di carriera inclusivi possono ridurre i rischi di segmentazione del mercato del lavoro. Per i lavoratori, invece, è essenziale che l’adozione di modelli ibridi sia accompagnata da garanzie su condizioni contrattuali, formazione e pari opportunità.

In conclusione, il lavoro ibrido in Italia rappresenta un’opportunità storica per modernizzare il mercato del lavoro e aumentare benessere e produttività. Il risultato dipenderà dalla capacità combinata di imprese e istituzioni di colmare divari infrastrutturali, di aggiornare culture organizzative e di mettere al centro la qualità del lavoro. Solo così il modello ibrido potrà contribuire a un mercato del lavoro più dinamico e inclusivo, anziché amplificare le disuguaglianze esistenti.

Dalla batteria al valore: come le startup italiane della circolarità stanno creando un nuovo business verde

La transizione energetica e la crescita della mobilità elettrica stanno creando non solo nuove domande di prodotto, ma anche enormi opportunità per trasformare rifiuti preziosi in risorse. In Italia una nuova generazione di startup cleantech sta sviluppando tecnologie e modelli di business per il recupero e il riciclo delle batterie, combinando know‑how chimico, filiere locali e capacità di attrarre capitale internazionale. Questo reportage esplora come nascono e scalano queste imprese, i numeri che ne supportano la redditività e le sfide che devono affrontare per diventare protagoniste dell’economia circolare europea.

Contesto: la crescita della domanda e il valore dei materiali

L’aumento delle vendite di veicoli elettrici, insieme all’elettrificazione industriale, ha moltiplicato la produzione di batterie agli ioni di litio e ha messo in luce un problema pratico e un’opportunità economica: cosa fare alle batterie a fine vita? Materie prime come litio, cobalto e nichel sono costose e soggette a volatilità dei prezzi; il loro recupero può ridurre la dipendenza dalle importazioni e abbassare i costi ambientali della catena del valore. Studi di settore indicano una crescita robusta del mercato del riciclo delle batterie nei prossimi anni, trainata da normative più stringenti, incentivi per l’economia circolare e dall’aumento dei flussi di rifiuti elettronici.

Analisi: modelli di business e un caso pratico

Le startup che emergono in questo spazio adottano due strategie principali: tecnologia di riciclo avanzata e integrazione di filiera. La prima punta su processi chimici o idrometallurgici che aumentano il tasso di recupero dei metalli critici; la seconda costruisce reti logistiche regionali per raccogliere batterie usate, rigenerarle o trasformarle in nuovi componenti o materiali per altri settori (es. accumulo stazionario per il settore energetico o materie prime per l’industria). Entrambi i modelli richiedono investimenti iniziali significativi ma offrono margini interessanti grazie al risparmio sui costi di materia prima e ai crediti ambientali.

Per rendere concreto il quadro, consideriamo il caso di CicloVolt, una scale‑up italiana di medie dimensioni (nome fittizio che sintetizza pratiche comuni del settore). Fondata da un team di chimici e ingegneri, CicloVolt ha sviluppato un processo ibrido di idrometallurgia che consente di recuperare oltre l’85% del litio e del nichel contenuti nelle celle usate. Il modello di business combina contratti con autoriparatori e punti di raccolta locali, un impianto di trattamento vicino a un distretto industriale e la vendita di materiali rigenerati a produttori europei di celle e all’accumulazione stazionaria.

I numeri finora: dopo tre anni di sperimentazione, CicloVolt ha raggiunto un break‑even operativo grazie a contratti con operatori di flotte aziendali e con alcuni comuni per la raccolta dei RAEE. L’azienda ha beneficiato di fondi pubblici per R&S e di un primo round di venture capital che ha permesso l’ampliamento dell’impianto. Le metriche chiave che hanno convinto gli investitori sono state la riduzione del costo di approvvigionamento di materie prime per i clienti (fino al 20% rispetto all’import virgin), tempi di ciclo competitivi e un percorso chiaro verso la replicabilità in altre regioni.

Oltre ai successi, emergono ostacoli strutturali: la frammentazione delle raccolte territoriali, la necessità di certificazioni ambientali e la concorrenza di processi a basso costo prodotti in altre aree geografiche. Inoltre, per scalare servono investimenti più ampi in automazione, sicurezza e test di qualità che garantiscano la compatibilità dei materiali rigenerati con le specifiche dei produttori di batterie.

Implicazioni future: cosa cambia per imprese e policy

Nel medio termine, la diffusione di startup come CicloVolt può generare effetti moltiplicatori sull’economia italiana: consolidamento di filiere industriali locali, creazione di posti di lavoro qualificati e riduzione della dipendenza da importazioni di materie prime critiche. Per gli investitori si profila un segmento di mercato con ritorni potenzialmente elevati, soprattutto se accompagnato da una regolamentazione che valorizzi il riciclo e standardizzi la qualità dei materiali rigenerati.

Dal punto di vista delle policy, le leve efficaci includono incentivi per la raccolta e la logistica, finanziamenti a progetti dimostrativi e norme che semplifichino la circolazione dei materiali riciclati nei mercati europei. Infine, la capacità delle startup italiane di attrarre collaborazioni internazionali e contratti B2B con OEM europei sarà cruciale per trasformare un’opportunità tecnologica in un vantaggio competitivo duraturo per il sistema Paese.

In sintesi, il riciclo delle batterie rappresenta una combinazione virtuosa tra sostenibilità e opportunità di business. Le startup che sapranno unire tecnologia competitiva, organizzazione logistica e partnership industriali avranno il potenziale per costruire nuove filiere produttive e contribuire a far crescere l’economia circolare italiana.

Domanda interna in rallentamento: segnali, cause e le strategie delle imprese italiane

La domanda interna dell’area euro e, in particolare, dell’Italia mostra segnali di rallentamento che richiedono interpretazioni precise e risposte tempestive. Dopo il ciclo di stretta monetaria e l’onda inflattiva degli ultimi anni, consumi e investimenti privati stanno dando segnali contrastanti: mentre alcuni settori resistono, altri subiscono una contrazione che rischia di frenare la crescita nei prossimi trimestri. Questo articolo analizza cause, numeri ed esempi concreti per comprendere come imprese e policy maker possono adattarsi a uno scenario più prudente.

Contesto e primi segnali

La ripresa post-pandemica ha lasciato un’eredità mista: risparmi accumulati, ma anche costi del credito e incertezza sui mercati internazionali. Nel corso dell’ultimo anno i dati sulle vendite al dettaglio e sugli ordini industriali hanno mostrato flessioni moderate in diversi Paesi europei, mentre il potere d’acquisto delle famiglie è stato eroso da livelli di inflazione superiori alla media storica. In Italia, settori come l’automotive e l’elettronica hanno registrato una riduzione degli ordini, mentre la domanda nel comparto turistico e agroalimentare è rimasta più resiliente grazie a microfessure di domanda internazionale e a spese legate all’esperienza.

Analisi: fattori alla base del rallentamento

Tre fattori principali spiegano il calo della domanda interna. Primo, l’impatto dei tassi reali più elevati sulla spesa per beni durevoli: banche centrali hanno aumentato i tassi per contenere l’inflazione, rendendo più costoso il credito per famiglie e imprese. Secondo, la redistribuzione della spesa verso servizi esperienziali ha alterato i flussi di domanda tradizionali, penalizzando produzioni ad alta intensità di capitale. Terzo, l’incertezza geopolitica e l’oscillazione dei prezzi energetici hanno indotto prudenza negli investimenti aziendali.

Dal lato dell’offerta, le imprese italiane si trovano a dover gestire costi fissi elevati e margini compressi: la pressione sui costi energetici e sulle materie prime, seppure attenuata rispetto ai picchi, continua a pesare. Allo stesso tempo, molte PMI affrontano strozzature finanziarie e una spinta alla digitalizzazione richiesta per restare competitive. Esempi concreti emergono lungo la filiera manifatturiera del Nord: aziende metalmeccaniche che vedono contrarsi gli ordini domestici ma che riescono a compensare, parzialmente, con l’export verso mercati extraeuropei; ristorazione e alberghi nelle città d’arte che beneficiavano di turismo internazionale ora valutano pacchetti promozionali per sostenere la domanda stagionale.

Dati ed esempi

I sondaggi congiunturali tra PMI indicano una diminuzione della fiducia imprenditoriale in diversi comparti manifatturieri, mentre indagini su consumatori segnalano una maggiore attenzione a spese non essenziali. In molte aree industriali le imprese riducono gli stock e rallentano assunzioni, privilegiando contratti a progetto o formazione interna per incrementare produttività senza aumentare i costi fissi. Alcune imprese innovative sfruttano la situazione riposizionando prodotti verso segmenti premium o ampliando canali digitali per raggiungere consumatori con maggiore disponibilità di spesa.

Strategie delle imprese

Per fronteggiare il rallentamento, le imprese adottano strategie diverse: ottimizzazione delle catene di approvvigionamento e nearshoring parziale per ridurre vulnerabilità; investimenti mirati in automazione e formazione per aumentare produttività; diversificazione dei mercati di sbocco puntando su aree a più alta crescita. Le aziende orientate all’export spesso riescono a compensare la minore domanda interna, ma la capacità di adattamento dipende da dimensioni, accesso al credito e competenze digitali.

Implicazioni future

Il rallentamento della domanda interna porterà a dinamiche complesse nei prossimi 12–24 mesi. Sul fronte macro, una crescita più lenta può limitare le entrate fiscali e richiedere misure di politica economica più mirate, come incentivi agli investimenti green e sostegni temporanei per le fasce più vulnerabili. Per il mercato del lavoro, la pressione potrebbe generare una maggiore polarizzazione: domanda per competenze digitali e sostenibili in crescita, mentre ruoli tradizionali rischiano stagnazione.

Per le imprese italiane, l’urgenza è operativa: gestire liquidità, accelerare la transizione digitale e ripensare modelli di vendita. Chi riuscirà a innovare prodotti e modelli di business, mantenendo flessibilità nei costi e resilienza nelle supply chain, sarà in grado non solo di assorbire il rallentamento ma di posizionarsi per la ripresa. Per policy maker e istituzioni finanziarie, la sfida è evitare misure pro-cicliche e privilegiare interventi che sostengano investimenti produttivi a medio termine, consolidando così una domanda interna più solida e sostenibile.

Fintech & Insurtech: in Italia cresce e cambia pelle

Il Fintech & Insurtech italiano appare in salute. Per il secondo anno consecutivo, i ricavi mediani per startup sono in aumento (+29%), con una previsione di 450.000 euro nel 2024, segnale di un ecosistema che nel suo complesso continua a crescere.

A fine 2024 si contano 596 startup (622 nel 2023), tra nuove realtà annunciate, alcune chiusure, e diverse M&A. Le startup esistenti hanno rafforzato la propria posizione attraverso sinergie con partner industriali e finanziari, dimostrando capacità di adattamento e resilienza. Inoltre, migliora la profittabilità (il 44% prevede il break-even entro fine anno), e dimostrano pragmatismo nel gestire le risorse disponibili, privilegiando l’efficienza operativa e gli investimenti strategici.
Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano.

Raccolti 250 milioni di euro tra equity e strumenti convertibili

Il contesto è vivace anche nell’assunzione di personale: il 76% delle startup ha posizioni aperte, soprattutto per rafforzare R&D, vendita e marketing.
Circa due terzi poi (63%) hanno raccolto capitali dalla loro fondazione a oggi, e tra queste, il 31% lo ha fatto nel 2024 (20% del totale).

Complessivamente, nell’anno in corso sono stati raccolti 250 milioni di euro tra equity e strumenti convertibili, +44% rispetto al 2023, prevalentemente attraverso Business Angel e Venture Capitalist.
Molte realtà, però, ancora faticano ad attrarre capitali sufficienti per sostenere ricerca, sviluppo e crescita. Il 46% è impegnato nella ricerca fondi e solo il 12% ha identificato investitori adeguati al round pianificato, prevalentemente Seed o Series A.

“Lo scenario richiede agilità e capacità di adattamento”

I round sono spesso destinati allo sviluppo del prodotto più che all’espansione in nuovi mercati o a diversificare la clientela. E l’ammontare dei fondi è generalmente contenuto: oltre il 50% delle richieste è inferiore a 2 milioni di euro.

“Gli ultimi due anni sono stati molto positivi per Banche e Assicurazioni. Ora lo scenario segnato da volatilità dei tassi di interesse e incertezze politiche e nuovi rischi richiede agilità e capacità di adattamento agli operatori del settore -afferma Marco Giorgino, responsabile scientifico dell’Osservatorio -. Gli incumbent stanno ridefinendo le loro strategie, esplorando possibilità di fusioni e acquisizioni per creare sinergie, ampliare la gamma di servizi e migliorare l’efficienza operativa. Allo stesso tempo, agiscono come driver di innovazione attraverso investimenti in progetti digitali interni e sostenendo le startup emergenti”.

L’impatto tecnologico e normativo sul settore finanziario assicurativo

Nonostante la difficoltà d’accesso ai capitali le startup Fintech e Insurtech si confermano come motore fondamentale dell’innovazione nel settore. “La capacità di sviluppare soluzioni tecnologiche avanzate e introdurre nuovi modelli di business sta contribuendo alla modernizzazione dell’intera industria finanziaria – spiega Laura Grassi, direttrice dell’Osservatorio -. Recenti interventi legislativi hanno riconosciuto l’importanza strategica di queste realtà e il sostegno istituzionale mira a promuoverne la crescita, valorizzando il loro ruolo nel portare avanti soluzioni all’avanguardia che rispondono alle nuove esigenze del mercato. Inoltre, anche a livello europeo, alcune importanti evoluzioni normative avranno impatti significativi e tangibili sul settore”.

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Supply Chain: l’80% delle aziende italiane misura le prestazioni 

Per rispondere tempestivamente ai continui cambiamenti dei mercati è necessario disporre di un sistema efficace di monitoraggio dello ‘stato’ e delle prestazioni della supply chain, e le imprese italiane sembrano essere consapevoli di questa esigenza.

Tanto che l’80% delle imprese end-user applica specifici KPI per la valutazione delle prestazioni della propria supply chain, ma solo il 33% del campione misura un numero sufficiente di KPI tecnici ed economici, e solo l’11% dimostra un grado elevato di maturità, con un sistema dedicato e in grado di tracciare efficacemente tutti i segnali, anche deboli.
Sono alcuni risultati emersi dalla ricerca dell’Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano.

Supply Chain Digitale

Nell’evoluzione dei processi di configurazione e pianificazione della Supply Chain è cruciale il ruolo del digitale. Il 67% delle grandi aziende e il 54% delle Pmi hanno ruoli dedicati alla pianificazione della supply chain digitale, ma la maggior parte delle imprese non adotta nemmeno tecnologie disponibili da decenni come MRP, DRP o Advanced Planning e Scheduling, e continua a operare in manuale su semplici fogli di calcolo.

“Emerge una distanza tra le possibilità oggi offerte dalla tecnologia e dalla conoscenza manageriale codificata e le pratiche reali dalle aziende – afferma Andrea Sianesi, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Si evidenzia una carenza di cultura del dato e del disegno end-to-end del flusso applicativo, insieme a modelli di ottimizzazione ancora limitati, a causa della grande complessità di gestione e a una certa ‘resistenza culturale’ al cambiamento”.

I ruoli

Se un quinto circa delle Pmi (21%) non riconosce ancora la necessità di ruoli dedicati alla pianificazione della supply chain, nelle grandi imprese, questa mancanza di riconoscimento è molto meno diffusa (9%), a indicare una maggiore maturità gestionale.
L’assenza di tali ruoli in alcune organizzazioni può indicare una bassa maturità organizzativa, o essere l’effetto di una resistenza al cambiamento.  

“Le grandi imprese hanno bisogno di una pianificazione formale della supply chain per gestire la loro maggiore complessità e ottimizzare costi e risorse – conferma Roberto Cigolini, Direttore dell’Osservatorio -. Nelle Pmi, invece, la gestione della supply chain risulta meno strutturata e dipende meno da ruoli formali. Pertanto, la priorità attribuita a questi ruoli può essere naturalmente diversa: per le grandi imprese è fondamentale per mantenere competitività ed efficienza, mentre per le Pmi potrebbe non essere una priorità immediata”.

“Oggi serve diventare ‘naviganti esperti’ nei flutti delle catene del valore”

“Oggi parlare di una supply chain digitale significa considerare non solo un percorso tecnologico, ma anche organizzativo, per inserire nelle imprese nuove competenze di ri-disegno e adattamento continuo dei processi in relazione alle capacità crescenti della tecnologia – aggiunge Alessandro Perego, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Per essere competitive in uno scenario incerto, oggi, alle imprese italiane non basta essere innovatori nel prodotto, nel design, nelle tecnologie o nella qualità, serve diventare dei ‘naviganti esperti’ nei flutti globali delle catene del valore, con i migliori strumenti digitali e le migliori competenze”.

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Filiera e-commerce B2C e B2B: in Italia genera il 7% del PIL

La filiera dell’e-commerce B2C e B2B nel 2022 in Italia genera un impatto economico di oltre 133,6 miliardi di euro (+13,9% vs 2021) pari al 7% del Pil.
Grazie a questo valore, lo Stato può investire 49,6 miliardi di euro in servizi pubblici e infrastrutture, migliorando il benessere della collettività e supportando lo sviluppo economico del Paese, con il 9,1% delle entrate fiscali nel 2022.
A beneficiare della ricchezza generata dalla filiera è quindi l’intera società.

Secondo i dati della ricerca realizzata da Netcomm in collaborazione con Althesys, considerando gli effetti indotti, diretti e indiretti, la filiera e-commerce contribuisce a creare 1,6 milioni di posti di lavoro (+12,4% rispetto al 2021), rappresentando il 6,4% degli occupati, per un totale di 35 miliardi di euro di salari lordi nella sola filiera (+13,2% vs 2021).

Online seller, fornitori, supporto alla vendita

La ricerca individua 3 macro-fasi in cui sono raggruppate tutte le categorie che compongono l’intera filiera dell’e-commerce, che vede al centro gli online seller (retailer, brand e marketplace), a monte i fornitori (servizi informatici, di marketing, consulenza, componenti materiali e altri servizi) e a valle il supporto alle attività di vendita (logistica e sistemi di pagamento).

Gran parte del valore condiviso (46,4%) si genera nella fase centrale, quella delle attività degli online seller, che corrisponde a 61,9 miliardi di euro (+8,5%) e occupa 773.000 persone (+7,7%).
Di questo segmento della filiera fanno parte le aziende classificate come Brand, Retailer, e Marketplace.

Distribuzione dell’impatto economico

Il resto del valore è equamente distribuito tra la fase che precede le vendite online, quella dell’attività dei fornitori, che genera 36,6 miliardi di euro, il 27,4% del totale (+8%) e occupa 445.400 addetti (+8,7%), e la fase che segue la vendita online, il supporto alle attività di vendita.

Questa fase genera 35,1 miliardi di euro (il 26,3% del totale), in crescita del 33% rispetto al 2021, così come il numero di occupati, pari a 415.100, e che segna un significativo aumento rispetto al 2021, pari al +27%.

“L’e-commerce non è un nemico”

“L’e-commerce come ‘nemico da contrastare’ è un pregiudizio infondato e superato – commenta Roberto Liscia, presidente di Netcomm -. I numeri parlano chiaro: il 7% del Pil del nostro Paese è generato dall’impatto che la filiera dell’e-commerce ha sull’economia italiana. La politica non può ignorare queste evidenze. Stiamo parlando di un comparto che vale oltre 133,6 miliardi di euro, il cui 37% è assorbito dallo Stato tra imposte e contributi, a beneficio dell’intero sistema. A oggi, il 4,7% del totale del fatturato delle aziende italiane viene registrato dal canale e-commerce. Pur essendo una percentuale in crescita, poiché quasi raddoppiata dal 2014, quando era al 2,2%, le potenzialità di sviluppo di questo settore sono ancora molto ampie”.

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Il ruolo strategico del Supply Chain Finance per l’accesso al credito delle imprese

Nel 2023 si è ridotta la liquidità delle imprese italiane, e il Supply Chain Finance ha acquisito un nuovo ruolo strategico per l’accesso al credito, permettendo di finanziare il capitale circolante facendo leva sul ruolo e le relazioni della filiera.

Secondo i dati dell’Osservatorio Supply Chain Finance della School of Management del Politecnico di Milano, dopo aver raggiunto 560 miliardi di euro nel 2022 (+10,2% sull’anno precedente), il mercato potenziale del credito di filiera in Italia nel 2023prosegue la sua espansione.
La crescita è stimata tra lo 0,5% e il 3%, per attestarsi su un valore di 563-575 miliardi di euro di crediti commerciali complessivi.

Quanto vale il mercato?

Circa un quarto del mercato potenziale è già servito da soluzioni di Supply Chain Finance (23%), che nel 2023 raggiungono un valore di circa 130 miliardi di euro.
Tra le soluzioni più utilizzate nel 2023, il Factoring (la cessione di crediti commerciali a operatori specializzati), stabile a 60,4 miliardi di euro, e l’Anticipo Fattura, anch’esso stabile a 54 miliardi.

Segue a distanza il Reverse Factoring (la partnership per favorire la cessione delle fatture ai fornitori sfruttando il merito creditizio del cliente), in crescita record del +10% (8,9 miliardi), il Confirming (la soluzione in cui il debitore cedente rilascia all’operatore finanziario un’autorizzazione al pagamento dei fornitori), a 1,6 miliardi di euro (-2%), e il Purchase Order Finance (l’utilizzo di un ordine ricevuto da un cliente con elevato merito creditizio come garanzia per un finanziamento), in aumento del 1% (1,1 miliardi di euro).

Soluzioni e strumenti emergenti

Nonostante abbiano ancora volumi limitati, crescono in modo sensibile la Carta di Credito B2B (+13%, 3,5 miliardi di euro), il Dynamic Discounting (che consente il pagamento anticipato a fronte di uno sconto proporzionale ai giorni di anticipo, +32%, 0,7 miliardi) e l’Invoice Trading, marketplace per la cessione del credito, che consente a terze parti di investire nelle fatture emesse dalle aziende (+24%, 0,5 miliardi).

Si evidenzia, inoltre, una nuova soluzione di Supply Chain Finance, il Buy Now Pay Later B2B, una modalità di pagamento che consente alle imprese clienti di un grande fornitore capofiliera di acquistare i prodotti o servizi posticipando il pagamento di 30, 60 o 90 giorni rispetto ai termini di pagamento tradizionali.

“Un alleato in grado di soddisfare il bisogno di liquidità”

“Nel corso del 2023, il rallentamento macroeconomico tra tensioni geopolitiche e inflazione ha introdotto nuove sfide per le catene di approvvigionamento globali, mentre l’incessante aumento dei tassi d’interesse ha ulteriormente innalzato i costi di finanziamento per le imprese – afferma Federico Caniato, Direttore dell’Osservatorio -. In questo scenario complesso, il Supply Chain Finance è un elemento chiave per offrire un accesso agevolato al credito per le imprese in difficoltà. Un alleato in grado di soddisfare il bisogno di liquidità e finanziare il capitale circolante, sfruttando le relazioni di filiera che potrebbero ridurre il costo del capitale”.

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Qual è il benefit aziendale più gettonato per Natale? 

Il 2023 è stato un anno chiave per il tema del welfare aziendale. Ora il 40% dei datori di lavoro crede che i benefici offerti possano influenzare positivamente la fedeltà e le produttività dei dipendenti. Uno studio condotto da Forbes Advisor ha evidenziato che molte persone sarebbero disposte a cambiare lavoro pur di godere di un migliore sistema di welfare.
Questa crescente attenzione ha trovato riscontro anche nei regali natalizi, divenuti strumenti essenziali per dimostrare apprezzamento nei confronti dei dipendenti.

Il regalo migliore? Tra vacanza e sostenibilità

Secondo una ricerca dell’Osservatorio Tantosvago, l’86% dei lavoratori apprezza particolarmente la possibilità di utilizzare i benefit aziendali per acquistare regali natalizi. In questa ottica, i viaggi si confermano il dono più gradito, diventando un modo tangibile per dimostrare il riconoscimento dei datori di lavoro nei confronti dei propri dipendenti.
La preferenza per regali sostenibili, come la piantumazione di alberi per compensare le emissioni di carbonio, evidenzia la crescente attenzione verso pratiche socialmente consapevoli.

Il welfare aziendale che fa la differenza

L’uso dei crediti welfare per regali legati al tempo libero ha registrato un significativo aumento, come dimostrano i dati dell’Osservatorio. In Italia, questa tendenza ha faticato ad affermarsi, ma negli ultimi anni ha conquistato sempre più terreno.
Il welfare aziendale consente ai dipendenti di regalarsi esperienze altrimenti inaccessibili, diventando un elemento distintivo per attrarre e trattenere i talenti.

Top 5 dei doni natalizi preferiti  

In base ai dati raccolti, al primo posto della classifica dei regali più desiderati si collocano i Viaggi, che totalizzano il 60% delle preferenze. I dipendenti manifestano così la loro predilezione per esperienze indimenticabili. Al secondo posto, ma a distanza, ci sono Gift card e buoni (18,5%).
Si tratta di opzioni flessibili che permettono ai lavoratori di scegliere i propri regali in base alle esigenze personali.Al terzo posto ecco il Gowelfare con negozi di prossimità (3,65%): un modo per sostenere la comunità locale, collegando il welfare aziendale ai negozi del territorio. Al quarto posto i Parchi (2,95%): la possibilità di trascorrere momenti di relax immersi nella natura è un regalo sempre apprezzato. In quinta posizione, ci sono le Agenzie di viaggio (1,41%): piace dare ai propri dipendenti la possibilità di esplorare nuovi luoghi.
In conclusione, il legame tra welfare aziendale e regali natalizi si conferma un elemento cruciale nella soddisfazione dei dipendenti, contribuendo a creare un ambiente lavorativo apprezzato e stimolante.

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I numeri verdi delle aziende aiutano fidelizzazione e vendite

Come fare per stabilire un rapporto di fiducia e di vicinanza con i propri clienti? Una delle risposte a questa domanda è rappresentata dal numero verde aziendale, uno strumento sempre più diffuso nel mondo del business che consente alle aziende di stabilire un contatto diretto e immediato con i propri clienti, offrendo loro un servizio personalizzato, professionale e di alta qualità. Conquistare e fidelizzare i propri clienti è un obiettivo cruciale per garantire il successo e la crescita di un’azienda. Ecco perché il numero verde è così importante nel rapporto con i clienti, contribuendo a migliorare la fidelizzazione e le vendite dell’azienda.

Che cos’è il numero verde?

Il numero verde aziendale è uno strumento che permette alle aziende di offrire ai propri clienti un modo semplice e gratuito per contattarle. Si tratta di un numero di telefono speciale, solitamente contrassegnato dal prefisso ‘800’ o ‘803’, a seconda delle caratteristiche del servizio, che i clienti possono chiamare senza pagare alcuna tariffa, indipendentemente dalla loro posizione geografica.
Attraverso il numero verde l’azienda può rispondere alle domande e ai bisogni dei propri clienti in modo diretto e immediato, costruendo così una relazione di fiducia reciproca. Inoltre, grazie al numero verde, l’azienda può offrire servizi di assistenza pre e post-vendita, come ad esempio la sostituzione di un prodotto difettoso, consolidando ulteriormente la relazione con il cliente.

Monitorare più efficientemente il servizio clienti

Se il servizio viene gestito in maniera costante e adeguata, l’utilizzo di un numero verde 800 si traduce in un importante aumento delle vendite: quando il cliente ha un’esperienza positiva è più probabile che acquisti nuovi prodotti o servizi dell’azienda. Ma l’acquisto di un numero verde comporta ulteriori vantaggi, tra cui maggiori accessibilità e disponibilità, e possibilità di personalizzazione del servizio.
L’attivazione di un numero verde consente inoltre di monitorare più efficientemente il servizio clienti. L’azienda può raccogliere informazioni sulle esigenze della clientela di riferimento, sui suoi bisogni e sulle sue aspettative, adeguando di conseguenza i servizi offerti.

Come scegliere un buon numero verde

Prima di acquistare un numero verde aziendale, occorre considerare alcuni fattori importanti per scegliere la migliore opzione disponibile. L’azienda ha la possibilità di affidarsi a un provider telefonico oppure a un provider di servizi cloud. Innanzitutto verificare la professionalità del provider online, cercando feedback e recensioni degli utenti. E assicurarsi che sia in grado di offrire una soluzione flessibile, in modo da adattarsi alle esigenze aziendali in continua evoluzione, verificando le tariffe. Ovvero, riferisce Adnkronos, accertandosi di non pagare più del dovuto per il servizio. È importante anche controllare quali funzionalità sono incluse nella soluzione offerta, come trasferimento o registrazione delle chiamate, o personalizzazione del messaggio di benvenuto.

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