Italiani preoccupati per il caro bollette energetiche. Ma non solo

Nell’ultimo periodo stiamo assistendo a un rincaro generalizzato dei prezzi, ma a preoccupare maggiormente gli italiani è l’aumento delle bollette della luce. Secondo l’ultimo sondaggio condotto nell’ambito dell’Osservatorio Legacoop e realizzato da Ipsos, lo è il 93% dei nostri connazionali. Ma oltre alle bollette della luce, destano preoccupazione anche l’aumento delle bollette del gas, delle materie prime, dei beni di consumo, dei prodotti alimentari e l’inflazione in generale. Di conseguenza, gli italiani prevedono di ridurre i propri consumi, non soltanto di elettricità, gas e carburanti, ma anche di abbigliamento, scarpe, cosmetici e prodotti alimentari.
Circa un italiano su 2, inoltre, ipotizza scenari futuri negativi per la situazione economica e i livelli di risparmio della propria famiglia.

Rincari più forti per gas, energia elettrica, benzina e gasolio

A preoccupare gli italiani è però anche l’aumento dei prezzi delle materie prime (92%), delle bollette del gas (91%), dei beni di consumo (90%) e dei prodotti alimentari (88%). Inoltre, l’87% degli intervistati afferma di essere preoccupato per l’inflazione in generale. I settori e i prodotti dove gli italiani hanno riscontrato i maggiori rincari sono gas, energia elettrica, benzina e gasolio (96%), seguiti dai prodotti di genere alimentare, frutta e verdura (91%), pane e pasta (86%), carne (84%), pesce (82%) e formaggi (78%). A percepire maggiormente gli aumenti di prezzo è il ceto popolare, soprattutto per quanto riguarda i prodotti alimentari

Ridurre, tagliare o rinunciare ai consumi

La conseguenza diretta dei rincari è data dalla previsione di dover ridurre, o tagliare in modo consistente, fino alla rinuncia, i propri consumi. Una tendenza molto più diffusa tra i giovani (18-30 anni), i residenti nel Sud Italia e le classi sociali più basse.
Anche in questo caso, luce e gas si posizionano al primo posto della classifica, con il 79% degli intervistati che prevede di ridurne il consumo, di cui il 4% prevede la rinuncia a consumare. Dopo luce e gas, con il 71% di riduzioni complessive si posizionano l’abbigliamento (39% limitate, 23% consistenti, 9% la rinuncia), la benzina e il gasolio (per il 44% limitate, per il 23% consistenti, per il 4% la rinuncia). A seguire, le scarpe, con riduzioni dei consumi del 68%, i cosmetici con riduzioni del 67%, e la carne, con riduzioni del 61%. 

Uno scenario negativo per la situazione economica delle famiglie

Ma il tema dei rincari influenza anche le aspettative per il futuro. Il 53% degli intervistati, di cui il 79% nel ceto popolare, il 65% nel ceto medio-basso, il 57% tra gli over 50, prevede uno scenario negativo in merito alla situazione economica per la propria famiglia. E il 53% degli intervistati (77% nel ceto popolare, 65% nel ceto medio-basso, 59% tra gli over 50) esprime un giudizio analogo sotto il profilo della capacità di risparmio.

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Lombardia, momento positivo per il comparto dell’edilizia

Momento positivo per il comparto edilizia della Lombardia nel terzo trimestre 2021: a confermarlo ci sono i dati recentemente rilevati da Unioncamere Lombardia.  Nel periodo in esame, infatti, la crescita del volume d’affari per le imprese lombarde di edilizia e costruzioni è prossima al 4% trimestrale, con una variazione su base annua a due cifre (+16,9%). Questa elevata velocità di marcia si mantiene vicina ai due scorsi trimestri (che avevano sfiorato il +5%) e ha pochi precedenti nella serie storica. Con questo ulteriore aumento l’indice del volume d’affari di Unioncamere Lombardia supera quindi quota 105, un livello che non si vedeva da 12 anni a questa parte.

Il ruolo della crescita dei prezzi

Tra le ragioni che hanno portato a questo aumento crescente del volume d’affari c’è sicuramente il ruolo rivestito dall’accelerazione dei prezzi, che mettono a segno un incremento congiunturale del +5,7%. Il surriscaldamento dei listini è indice della necessità delle imprese di compensare i rincari registrati dagli input produttivi, ormai su livelli record e ben al di sopra della possibilità delle imprese di “trasferirli” a valle. Segnali incoraggianti giungono anche dal fronte occupazionale, dove si registra il terzo incremento congiunturale consecutivo del numero di addetti (+0,6%).

Quali sono le aspettative degli imprenditori?

Le aspettative degli imprenditori per il prossimo trimestre rimangono orientate in senso ampiamente positivo: per volume d’affari e occupazione i saldi tra previsioni di crescita e diminuzione si confermano su valori storicamente molto elevati, anche se in fase di stabilizzazione dopo la forte crescita dei trimestri passati.
“Si conferma una fase positiva ed espansiva per l’intero settore, legata a fattori di sostegno non contingenti che dovrebbero proseguire anche nei prossimi mesi – ha dichiarato il Presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio – È necessario sfruttare questa congiuntura per affrontare i problemi che si profilano già all’orizzonte, sia per i rincari e la stessa disponibilità di materie prime e materiali che per formare e preparare adeguatamente le nuove leve di manodopera”

Spinta sul green

Un altro aspetto che emerge dall’indagine trimestrale di Unioncamere Lombardia il tema della transizione ecologica. Infatti un quarto delle imprese edili del campione (26%) abbia già realizzato interventi green. La dimensione si conferma una variabile fondamentale: sopra i 50 addetti le imprese impegnate in interventi di sostenibilità ambientale sono più della metà. Le azioni principali in quest’ambito hanno riguardato l’acquisto di mezzi elettrici o ibridi (39%) e di macchinari più efficienti dal punto di vista energetico (35%), oltre all’installazione di impianti per la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile (31%) e all’isolamento termico degli edifici (24%). Spostando l’orizzonte temporale ai prossimi anni, la platea di imprese che intende investire in tecnologie green si allarga al 38%.

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Assegno unico familiare figli 2022: a chi spetta e come richiederlo

È arrivato l’assegno unico 2022 per le famiglie con figli. Dal 1° gennaio 2022 è possibile infatti fare domanda all’Inps per richiedere il beneficio economico mensile destinato ai nuclei familiari.
L’assegno riguarda tutte le categorie di lavoratori (dipendenti, autonomi, pensionati, disoccupati e inoccupati), decorre dal settimo mese di gravidanza ed è riconosciuto ai nuclei familiari per ogni figlio minorenne a carico. L’assegno però è anche riconosciuto a ciascun figlio maggiorenne a carico fino al compimento dei 21 anni di età se in presenza di alcune condizioni: che frequenti un corso di formazione scolastica o professionale, o svolga un’attività lavorativa con reddito complessivo inferiore a 8.000 euro, o sia registrato come disoccupato e in cerca di un lavoro, o svolga il servizio civile universale.

Fino a 15.000 euro di Isee è pari a 175 euro per il primo e secondo figlio

Per circa la metà delle famiglie italiane (fino a 15.000 euro di Isee) è pari a 175 euro mensili per il primo e secondo figlio, e 260 dal terzo in poi. Sono previste maggiorazioni per ciascun figlio minorenne con disabilità, per ciascun figlio maggiorenne con disabilità fino al ventunesimo anno di età, per le madri di età inferiore a 21 anni, per i nuclei familiari con quattro o più figli, e per i nuclei con secondo percettore di reddito. L’assegno è riconosciuto senza limiti di età per ciascun figlio con disabilità. Per i figli disabili tra 18 e 21 anni, la maggiorazione prevista è stata incrementata da 50 euro mensili a 80.

La domanda si può compilare online

Il beneficio ha durata annuale, da marzo a febbraio dell’anno successivo, e può essere chiesto a partire dal 1° gennaio compilando online la domanda sul sito dell’Inps mediante credenziali Spid, carta di identità elettronica, carta dei servizi, o recandosi presso un istituto di patronato o contattando il contact center Inps. Per tutte le domande presentate entro il 30 giugno è previsto il riconoscimento delle mensilità arretrate spettanti a decorrere da marzo, primo mese di erogazione della prestazione.

Come richiedere l’Isee

Per le famiglie che al momento della domanda sono in possesso di Isee in corso di validità, l’assegno verrà corrisposto con importi maggiorati e calcolati in base alla fascia di Isee. Le medesime maggiorazioni saranno comunque riconosciute, con decorrenza retroattiva, anche a coloro che al momento della domanda non siano in possesso dell’indicatore, ma che lo presentino entro il 30 giugno. Si potrà accedere al beneficio, in misura minima, anche in assenza di Isee o con Isee superiore a 40.000 euro. L’Inps ricorda che si può presentare l’Isee presso gli intermediari abilitati a prestare l’assistenza fiscale (Caf), oppure online sul sito internet dell’Inps in modalità ordinaria o precompilata. In tal caso, l’Isee è reso normalmente disponibile entro poche ore dalla richiesta.

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Bollette luce e gas, il mercato libero conviene?

Sappiamo tutti che la fine del mercato tutelato è stata rinviata al 2024, ma chi ha scelto già dal 2021 un fornitore del mercato libero potrebbe aver compiuto una mossa vantaggiosa. Lo afferma una recentissima indagine condotta da Facile.it, che ha messo a confronto i costi che deve affrontare una famiglia italiano tipo nei due casi. 

Fino a 515 euro di risparmio

I risultati sono sorprendenti: chi nel 2021 ha selezionato con attenzione un fornitore luce e gas nel mercato libero ha risparmiato fino a 515 euro, vale a dire il 29% rispetto a chi era sotto regime di tutela.
“Il 2021 è stato un anno estremamente negativo dal puto di vista dei costi energetici” ha detto Silvia Rossi, Bu Director Gas & Power di Facile.it “e sappiamo già che nella prima parte del 2022 le tariffe saranno alte, forse addirittura superiori a quelle attuali. Valutare di passare al mercato libero potrebbe essere una strategia per ridurre almeno in parte il peso della bolletta, soprattutto se si sceglie una tariffa bloccata mettendosi così al riparo da ulteriori aumenti. Per evitare brutte sorprese, però, è fondamentale scegliere con attenzione il fornitore e optare, fra le società che operano nel mercato libero, quelle che offrono un prezzo più conveniente rispetto al tutelato”.

I conti in tasca agli italiani

Per il calcolo delle stime e dei possibili risparmi a seconda del regime scelto, l’indagine ha preso in considerazione una famiglia con consumo di gas naturale pari a 1.400 smc residente a Milano e, per l’energia elettrica, consumo pari a 2.700 kWh con una potenza impegnata di 3 kW. guardando alle migliori offerte del mercato libero disponibili online a gennaio 2021, una famiglia che ha scelto a inizio anno una tariffa con prezzo bloccato per 12 mesi ha speso, tra luce e gas, 1.256 euro, vale a dire il 29% in meno rispetto ad una famiglia servita nel mercato tutelato (1.771 euro). Nello specifico, la bolletta dell’energia elettrica per la famiglia nel mercato libero è stata di 465 euro, vale a dire il 26% in meno rispetto a quella nel tutelato (631 euro). Per quanto riguarda la bolletta del gas nel mercato libero, invece, la spesa è stata di 791 euro, il 31% in meno rispetto a quella del regime di tutela (1.140 euro). Insomma, fare bene i conti – e nel caso individuare il fornitore più adatto alle proprie esigenze – potrebbe rendere le bollette molto più leggere.

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Irpef 2022, tra bonus e sconti quanti soldi in più restano in busta paga?

Con la riforma fiscale dell’Irpef varata dal Governo Draghi, quanti soldi risparmieranno gli italiani in tasse dal 2022, o il peso che verrà tolto da una parte sarà caricato da un’altra? Come ricorda laleggepertutti.it la riforma fiscale prevede quattro aliquote anziché cinque, e garantisce una detrazione di base da 3.100 euro contro gli attuali 1.880 euro. Si alza quindi sopra gli 8.000 euro la soglia della ‘no tax area’: significa quindi che aumenta il numero dei contribuenti più poveri esenti dal pagamento dell’Irpef, e tale limite viene portato a 8.500 euro per i pensionati.

Il bonus continuerà a essere versato a chi ha un reddito inferiore a 15.000 euro

Il nuovo sistema di detrazioni fiscali previsto dal 2022 si ‘mangerà’ però il bonus Renzi da 80 euro, portato dal secondo Governo Conte a 100 euro. In pratica, non si troverà più in busta paga il contributo in soldi, ma i lavoratori ne beneficeranno sotto forma di detrazione fiscale. Non tutti, però. Il bonus ‘in moneta’ continuerà a essere versato a chi ha un reddito inferiore a 15.000 euro, poiché un’Irpef troppo bassa non consentirebbe di utilizzare la detrazione. Ma come si traduce nella pratica tutto questo impianto teorico di bonus e di sconti?

Tra 12mila e 15mila euro il peso Irpef sarà quasi impercettibile

Il ministero dell’Economia prova a spiegare in una tabella che riporta il reale peso dell’Irpef sul reddito imponibile, e che si può sintetizzare in questo modo: chi guadagna tra 12mila e 15mila euro l’anno avrà un peso Irpef quasi impercettibile, circa il 2%. Da 15mila a 20mila euro, il peso Irpef sarà il 9,6%, da 20mila a 26mila euro, il 13%, da 26mila a 29mila euro, il 17,4%, da 29mila a 35mila euro, il 19,9%, da 35mila a 40mila euro, il 22,5%, da 40mila a 50mila euro, il 25%, da 50mila a 55mila euro, il 27,1%, da 55mila a 60mila euro, il 28,2%, e così via, fino ai redditi più alti.

L’aumento del ‘peso’ accelera nella fascia centrale dei redditi

Quelli, ad esempio, tra 90mila e 100mila euro avranno un peso reale dell’Irpef di quasi il 33%, e superano il 40% i redditi che appartengono ai contribuenti più ricchi, con redditi sopra i 300mila euro.
Questa tabella dice che l’aumento del peso dell’Irpef accelera proprio nella fascia centrale dei redditi, quella cioè a cui appartiene la maggior parte dei lavoratori dipendenti. Secondo i ‘calcoli frenetici’ di questi giorni, il risparmio ‘in soldoni’ che si troverà in busta paga sarà questo: fino a 15mila euro sarà di 61 euro, da 15mila a 28mila euro, 150 euro, da 28mila a 50mila euro, 417 euro, da 50mila a 55mila euro, 692 euro, da 55mila a 75mila euro, 468 euro, e oltre 75mila euro, 247 euro.

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Il mercato del lavoro si rimette in moto

Buone notizie per l’economia del Paese e ancora di più per chi è alla ricerca di un’occupazione: il mercato del lavoro in Italia si è rimosso in moto. Nel periodo che va dal primo gennaio 2021 alla fine di ottobre sono stati creati oltre 603.000 posti di lavoro, a fronte dei 105.000 del 2020 e dei 411.000 del 2019. A testimoniarlo sono i dati della sesta Nota congiunta Banca d’Italia-ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. 

Il fenomeno delle dimissioni volontarie

A questa crescita è quindi da attribuire, come rileva la nota, l’incremento del numero di dimissioni volontarie: il mercato si riaccende dopo le difficoltà legate all’emergenza sanitaria e, di conseguenza, le persone danno le dimissioni per passare a un’altra occupazione, sia perchè si trovano condizioni migliori sia perchè percepite men rischiose sotto il profilo sanitario. Nel corso del 2021 – spiegano la Banca d’Italia e il ministero del Lavoro – le dimissioni sono gradualmente aumentate superando, nella seconda metà dell’anno, i livelli registrati nel 2020. Nei primi 10 mesi del 2021 sono state rilevate 777.000 cessazioni volontarie di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, 40.000 in più rispetto a due anni prima. Il 90 per cento dell’incremento complessivo osservato è ascrivibile all’industria (36.000 dimissioni in più); nei servizi la crescita delle dimissioni, più contenuta, si è fortemente indebolita dalla fine dell’estate. L’eterogeneità settoriale si riflette anche in quella geografica: nel 2021 le separazioni volontarie sono aumentate nel Centro Nord; nel Mezzogiorno invece sono rimaste stazionarie. D’altro canto, e anche questo è un dato positivo, il numero di licenziamenti rimane a livelli bassi anche a settembre e ottobre. Nei settori interessati dallo sblocco del 31 ottobre, nei primi 15 giorni di novembre il tasso di licenziamento è rimasto sostanzialmente in linea con quello osservato prima della pandemia.

Crescono i contratti a termine

Per quanto riguarda l’occupazione, sono ancora i contratti a termine a sostenere, negli ultimi 10 mesi, la creazione di posti di lavoro. Nei mesi autunnali “sono tuttavia cresciute lievemente anche le assunzioni a tempo indeterminato, tornate a ottobre sui livelli pre-pandemici”. La dinamica delle posizioni a tempo indeterminato ha sostenuto “la mobilità complessiva del mercato del lavoro, incentivando i passaggi da un impiego permanente a un altro. A questo fenomeno è ascrivibile buona parte della crescita delle dimissioni volontarie di lavoratori a tempo indeterminato osservate dalla primavera”.

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La percezione dei risparmiatori sulla Finanza sostenibile

Nel corso della Settimana SRI, l’evento italiano sulla finanza sostenibile, sono stati presentati i risultati della ricerca Finanza sostenibile in tempo di crisi: la percezione dei risparmiatori, condotta da BVA Doxa per il Forum per la Finanza Sostenibile. E dall’indagine è emerso che circa la metà degli intervistati sta cambiando le proprie abitudini finanziarie, e il 18% ha già sottoscritto prodotti SRI. Nel biennio 2020-2021 è emerso infatti un nuovo scenario di riferimento. Se da un lato sono aumentati coloro che vivono in povertà assoluta, dall’altro una parte significativa degli italiani ha incrementato la quota dei propri risparmi e investimenti rispetto al consueto.

Quasi la metà degli italiani ha modificato le proprie abitudini finanziarie

Se quasi la metà dei risparmiatori ha modificato le proprie abitudini finanziarie i principali cambiamenti riguardano la finalità dell’investimento, orientato ad accantonare somme più elevate per il futuro (40%), l’attenzione crescente alle informazioni su mercati e situazione economica (28%), e la definizione del profilo di rischio e dell’orizzonte temporale degli investimenti (23%). A seguito della pandemia si è inoltre osservato un aumento della digitalizzazione: il 43% dei risparmiatori ha incrementato l’utilizzo dei canali digitali per gestire i propri prodotti di risparmio e investimento. Il digitale non ha sostituito però i riferimenti fisici tradizionali, che rimangono predominanti soprattutto per la sottoscrizione di nuovi prodotti.

Cresce la quota di investimenti SRI

Nel 2021 i risparmiatori che conoscono o hanno almeno sentito parlare di investimenti sostenibili aumentano del 20% rispetto al 2019, arrivando a quota 77%.
Cresce anche la quota di quanti hanno investito in prodotti SRI, o in aziende con precise politiche di sostenibilità sociale e/o ambientale: nel 2021 sono il 18%, contro il 14% del 2019. Per l’82% dei risparmiatori nelle scelte di investimento i temi ESG infatti sono importanti. L’ambiente rimane l’ambito predominante, anche se la pandemia ha contribuito ad aumentare l’attenzione alla sfera sociale. Inoltre, chi già investe in prodotti SRI dichiara di averne constatato la validità sul piano delle performance nell’esperienza diretta. Da quando è iniziata la pandemia il 35% dei sottoscrittori ha incrementato la quota di investimenti sostenibili e il 57% pensa di farlo in futuro.

Integrare sostenibilità ambientale, sociale e di governance nelle strategie aziendali

I risparmiatori notano poi una maggiore prontezza degli operatori finanziari sui temi della sostenibilità. Il 46% degli intervistati dichiara di ricevere dalla propria banca, assicurazione o consulente finanziario, più informazioni sugli investimenti sostenibili rispetto al passato. Il 47% dei risparmiatori, inoltre, percepisce un aumento delle competenze e dell’attenzione a questi temi nel settore finanziario. In ogni caso, il 44% degli intervistati ritiene che integrare maggiormente la sostenibilità ambientale, sociale e di governance tra i criteri che guidano le scelte strategiche delle aziende possa contribuire a una ripresa più rapida. Per il 60% degli intervistati, la situazione legata al Covid-19 sta cambiando l’atteggiamento sulla sostenibilità di cittadini, imprese e istituzioni. Per il 48% l’attenzione aumenterà, mentre per il 12% questa diminuirà.

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Entro il 2025 saranno 2,4 milioni gli occupati ‘green’

Se un anno fa il fabbisogno di lavoratori con competenze green era di 1,6 milioni, a distanza di un anno si assiste al ‘grande balzo’, e la richiesta salirà a 2.375.000 entro il 2025. Si tratta di un dato emerso dal focus Censis Confcooperative dal titolo Sostenibilità, investire oggi per crescere domani. “Le imprese saranno pronte ad assumere, ma in cinque anni il mismatch, cioè la mancanza di occupati con competenze green, sarà di 741mila unità che possono pesare fino al 2,5% del Pil – commenta Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative -. Questo in un momento in cui le imprese stanno aumentando spesa e investimenti in sostenibilità”.

La ‘rivoluzione verde’ deve trovare disponibilità di competenze

Le professioni green con un grado maggiore di difficoltà di reperimento sono i disegnatori industriali, gli idraulici e posatori di tubazioni, i verniciatori artigianali e industriali, gli ingegneri energetici e meccanici, i tecnici della sicurezza sul lavoro. La crescita occupazionale innescata dalla ‘missione 2’, ovvero, la ‘rivoluzione verde’ e la transizione ecologica, deve trovare disponibilità di competenze, in grado di raccogliere la sfida di una crescita green. Questo è uno dei nodi da sciogliere per la riuscita del Pnrr, e che può costituire un punto critico particolarmente rilevante. Sulla base del prodotto interno lordo per occupato, si stima per i prossimi anni una perdita annuale di 10,2 miliardi di euro complessivi, in media il 2,5% del Pil.

Occupazione e ‘missione 2’ 

Su 2,5 milioni di occupati riconducibili oggi a interventi della ‘missione 2’, due milioni (78,6%) sono rappresentati da uomini nella fascia 35-49 anni, prevalentemente nelle regioni del Nord, mentre mezzo milione saranno donne. Quanto alla variabile dell’età, la componente giovane (15-34 anni) si fermerebbe a 534mila unità (uno su cinque), mentre la fascia (35-49 anni) risulterebbe maggioritaria, con un milione e 42mila occupati (40,8% sul totale). I lavoratori più anziani rappresentano invece il 38,3% del totale, che in termini assoluti colloca gli over 50 di poco sotto il milione. Rispetto al 2020, grazie alla ‘missione 2’, l’incremento di occupazione femminile e giovanile sarebbe da un lato di 385mila donne, dall’altro di 201mila giovani. Per l’occupazione femminile si supererebbe la soglia dei 10 milioni, mentre i giovani occupati si collocherebbero oltre i 5 milioni.

Le performance delle imprese sostenibili

Le imprese mediamente e altamente sostenibili hanno più anni di attività (quasi 29 anni) e una dimensione elevata in termini di addetti (336 addetti) rispetto alle imprese meno orientate alla sostenibilità. Sul piano degli indicatori legati alla performance economica, riporta Askanews, emerge una correlazione fra sostenibilità e produttività del lavoro, con quasi 20mila euro in più per le imprese green-oriented, e fra sostenibilità e redditività, con un margine operativo lordo sul fatturato superiore di 2 punti e mezzo. Inoltre le imprese più sostenibili risultano più internazionalizzate, più patrimonializzate e contano su una maggiore disponibilità di capitale per addetto e su un più alto livello di capitale umano.

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La pasta? E’ sempre più “alternativa”

Quello fra gli italiani e la pasta è un amore che non finisce mai, si sa. Però, come in tutte le storie, nel corso del tempo ci sono delle evoluzioni, se non delle rivoluzioni. Per quanto riguarda il primo piatto più famoso del mondo, nell’ultimo periodo c’è stata la scoperta della pasta “alternativa”, tanto che l’80% l’ha provata almeno una volta e il 18% la consuma abitualmente. A tracciare i nuovi modi di dire pasta è Everli – il marketplace della spesa online – che ha approfondito il rapporto degli abitanti dello Stivale con la pasta, analizzandone i consumi e investigando il loro approccio verso quelle “alternative”, ovvero quelle diverse dalla pasta all’uovo, di semola di grano duro e ripiena.

Le donne sperimentano di più

Tra gli sperimentatori più assidui di nuovi tipi di pasta, spiccano le donne – che sono oltre la metà (60%) – e di queste il 58% ha tra i 25-39 anni. Tuttavia, gli italiani per ora preferiscono continuare a mangiare entrambe: solo meno di 1 su 10 (8%) ha completamente abbandonato la pasta “tradizionale” in favore di quella “alternativa”. E’ anche interessante scoprire quali siano le zone dello Stivale dove se ne consuma di più. Benché l’acquisto di pasta sia esteso da nord a sud, in base alla ricerca nel 2020 ci sono alcune regioni più “pasta addicted” di altre: in primis la Lombardia con ben 3 province incluse nella top 10 di quelle in cui si è speso di più per l’acquisto di pasta (Lodi 7°, Sondrio 8° e Varese 9°), seguita a pari merito da Trentino Alto Adige e Abruzzo con due città ciascuna, rispettivamente Trento (2°) e Bolzano (3°) e L’Aquila (4°) e Pescara (5°). Anche se la corona di città più innamorata della pasta è la toscana Grosseto (1°).

Dove e quale… i fan dell’alternativa

Sempre a livello territoriale, è interessante vedere dove si compra maggiormente pasta “alternativa” rispetto ad altre aree. L’analisi rivela  che a guidare questa speciale classifica è Treviso, subito seguita da Trento e Livorno. Quest’ultima, in particolare, è la località che ha registrato il maggior incremento di spesa in paste “alternative”, toccando una crescita del 58% nel 2020 rispetto ai precedenti 12 mesi, seguita da Como (36%) e Pesaro e Urbino (12%). Anche quando si guarda alle paste non-tradizionali, non c’è storia: vince sempre quella corta. Considerando, infatti, i 10 prodotti più comprati dagli italiani, la tipologia di pasta “alternativa” più apprezzata è quella integrale (8 su 10) e corta (7 su 10). Chi non opta per l’integrale è perché compra pasta gluten free oppure pasta di mais e riso (sempre senza glutine).

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Italiani sul podio nella lotta allo spreco alimentare

La 2° Giornata Mondiale di consapevolezza delle perdite e degli sprechi alimentari, caduta lo scorso settembre, è stata l’occasione per presentare la campagna Spreco Zero che Last Minute Market ha promosso con Ipsos e con l’Università di Bologna-Distal, presentando il primo Cross Country Report dedicato a ‘Food&Waste around the World’. L’indagine è stata realizzata con un campione statistico di 8mila cittadini di 8 Paesi del mondo (Italia, Spagna, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Cina, Russia). Oltre a sensibilizzare l’opinione pubblica su un argomento delicato come è quello della lotta allo spreco di cibo, l’occasione è stata anche particolarmente lusinghiera per il nostro paese. Gli italiani, infatti, in valori assoluti guidano la ‘hit’ dei popoli più virtuosi del Pianeta con 529 grammi di cibo sprecato a testa nell’arco di una settimana.

I meno virtuosi sono cinesi e statunitensi

Tra i Paesi intervistati meno virtuosi compaiono la Cina e gli Stati Uniti. Il 75% dei cittadini cinesi dichiara di gettare il cibo una o più volte alla settimana, a seguire gli statunitensi. Il 55% degli americani, infatti, afferma di sprecare il cibo almeno una volta a settimana. Si tratta di percentuali decisamente alte e in prospettiva poco sostenibili.

Gli europei si comportano meglio In termini di frequenza dello spreco alimentare gli intervistati europei segnalano livelli più bassi (in media, il 68% dichiara di sprecare meno di una volta alla settimana), invece, i nordamericani segnalano livelli più alti di spreco alimentare (in media, il 57% degli intervistati dichiara di sprecare meno di una volta a settimana). In valori assoluti, gli italiani sono tra i cittadini più virtuosi del pianeta con 529 grammi di cibo sprecato a testa nell’arco di una settimana. Al contrario, gli statunitensi e i cinesi rientrano nella categoria dei cittadini meno virtuosi. Rispettivamente parliamo di 1453 g. e 1153 g. di cibo sprecato settimanalmente. A seguire i canadesi con 1144 g., i tedeschi con 1081 g., gli inglesi con 949 g., gli spagnoli con 836 g. e i russi con 672 g. Chili e chili di alimenti che ogni settimana vengono gettati nell’immondizia.

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