Videogiochi: qual è il limite di ore settimanali per non “ammalarsi”?

Giocare ai videogiochi per più di 10 ore a settimana potrebbe avere un impatto significativo sulla dieta, sul sonno e sul peso corporeo dei giovani. Lo conferma un nuovo studio condotto dalla Curtin University di Perth, in Australia, e pubblicato su Nutrition.

I ricercatori hanno intervistato 317 studenti iscritti a cinque università australiane con un’età media di 20 anni e hanno diviso i partecipanti in tre gruppi in base alla quantità di tempo dichiarata trascorsa a giocare ai videogiochi: il gruppo dei ‘giocatori scarsi’ (da 0 a 5 ore a settimana), quello dei ‘giocatori moderati’ (da 5 a 10 ore) e quello di chi gioca oltre 10 ore a settimana, i ‘giocatori intensi’.

Il problema è l’eccesso non il gioco in sé

Il team ha scoperto che sebbene i giocatori scarsi e moderati abbiano riportato risultati simili in termini di salute, i risultati peggioravano drasticamente quando il tempo di gioco di un giovane superava le 10 ore settimanali.
I risultati suggeriscono quindi che il problema principale è il gioco eccessivo, piuttosto che il gioco in sé.

“Ciò che è emerso è che gli studenti che giocavano fino a 10 ore a settimana avevano tutti un aspetto molto simile in termini di dieta, sonno e peso corporeo – ha affermato il professor Mario Siervo della Curtin School of Population Health -, mostrando una netta divergenza rispetto al resto del campione”.

Giocatori assidui a rischio obesità

Quando si superano 10 ore di gioco settimanali lo studio ha rilevato un calo della qualità della dieta, con una maggiore prevalenza di obesità nel gruppo dei giocatori più assidui rispetto a quello dei giocatori meno assidui e moderati.

Nei giocatori più assidui l’indice di massa corporea (BMI) medio era di 26,3 kg/m 2, mentre in quelli meno assidui i valori dell’indice erano pari a 22,2 kg/m 2 e nei giocatori moderati 22,8 kg/m 2.
“Ogni ora aggiuntiva di gioco a settimana è stata associata a un calo della qualità della dieta, anche dopo aver tenuto conto dello stress, dell’attività fisica e di altri fattori legati allo stile di vita”, ha aggiunto Siervo.

Una scarsa qualità del sonno

Tutti i gruppi hanno segnalato una qualità del sonno generalmente scarsa, ma i giocatori moderati e assidui hanno ottenuto punteggi peggiori rispetto ai giocatori deboli, con un legame significativo tra le ore di gioco e l’interruzione del sonno.

“Questo studio non dimostra che il gioco d’azzardo causi questi problemi, ma mostra chiaramente che il gioco eccessivo può essere collegato a un aumento dei fattori di rischio per la salute – ha sottolineato il professore -. I nostri dati suggeriscono che giocare poco o moderatamente va generalmente bene, ma giocare eccessivamente può compromettere abitudini sane come seguire una dieta equilibrata, dormire bene e mantenersi attivi”.

Poiché le abitudini universitarie spesso accompagnano le persone fino all’età adulta, abitudini più sane, come prendersi delle pause dai videogiochi, evitare di giocare a tarda notte e scegliere spuntini più sani, possono contribuire a migliorare il benessere generale.

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Lavoro: a gennaio le imprese pianificano 527mila contratti

Rispetto a gennaio 2025, la domanda complessiva di lavoro in Italia risulta invariata (-0,6%), pur evidenziando dinamiche diverse tra comparti. Inoltre, diminuisce di oltre il 3% la difficoltà di reperimento (45,8% vs 49,1%). 

Le prospettive appaiono incoraggianti nel settore primario, dove si registra un incremento del 6,5%, mentre il comparto dei servizi mantiene una sostanziale stabilità (+0,1%). Di segno opposto le previsioni dell’industria, caratterizzata da maggiore cautela (-3,5%), in particolare nel manifatturiero (-4,6%) e in forma più contenuta, nelle costruzioni (-1,3%).
In totale, per gennaio 2026 le imprese prevedono di stipulare circa 527.000 contratti di lavoro, cifra che sale a oltre 1,4 milioni considerando l’intero primo trimestre dell’anno.

Le entrate programmate per industria e terziario

A delineare questo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Nel settore industriale sono programmate complessivamente 155mila entrate, di cui 104mila nel manifatturiero e public utilities e 51mila nell’edilizia.

All’interno del comparto manifatturiero, le maggiori possibilità di impiego provengono dal settore meccanico/elettronico (oltre 27mila), metallurgia/produzione di articoli in metallo (21mila), industria alimentare/bevande (15mila).
Il terziario programma invece circa 337mila entrate, soprattutto nel turismo (70mila), servizi alle persone (69mila) e commercio (67mila).

Settore primario: previsti 35mila ingressi

Nel settore primario le imprese programmano circa 35mila entrate, concentrate principalmente nel comparto delle coltivazioni ad albero (13mila), coltivazioni di campo (10mila) e servizi connessi all’agricoltura (4mila).
In generale, la modalità contrattuale più diffusa è il contratto a tempo determinato, offerto per 252mila posizioni, pari al 47,8% del totale.
Seguono i contratti a tempo indeterminato, con 111mila unità (21,0%) e i contratti di somministrazione che raggiungono 63 mila posizioni (11,9%).

Per quanto riguarda gli under30, le imprese ricercano quasi 143mila figure, pari al 27,1% delle entrate totali. Le migliori opportunità per questa fascia d’età si concentrano nei servizi finanziari e assicurativi (40,5% entrate destinate a giovani), nei servizi informatici e telecomunicazioni (39,8%), e nel commercio (37,5%).

Anche nel 2026 si evidenzia lo squilibrio tra domanda e offerta

Nel primo mese dell’anno lo squilibrio tra domanda e offerta di lavoro coinvolge 241mila delle 527mila entrate previste (45,8%). Le cause principali sono assenza di candidature (28,6%) e formazione insufficiente dei candidati (13,6%).
I settori che registrano le maggiori criticità sono le costruzioni (oltre il 60% delle posizioni è difficili da coprire), il legno arredo (59,8%) e la metallurgia (55,6%).

Nel mese, le imprese prevedono di ricorrere a personale straniero nel 22,2% dei contratti offerti, circa 117mila posizioni. I comparti che si rivolgono maggiormente a lavoratori immigrati sono il primario (43,3% delle entrate previste), il tessile-abbigliamento-calzature (34,8%) e l’edilizia (30,7%).

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Bollette: nel 2026 per luce e gas risparmieremo 200 euro

Secondo le stime di Facile.it, nel nuovo anno il prezzo dell’energia scenderà, con un beneficio che per una famiglia tipo con fornitura luce e gas nel mercato libero a tariffa variabile potrebbe arrivare a 212 euro.

L’analisi di Facile.it è stata realizzata prendendo in considerazione le previsioni su PUN, l’indicatore del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, e PSV, il punto di riferimento per determinare il prezzo del gas naturale all’ingrosso in Italia, elaborate dall’European Energy Exchange e una tariffa a prezzo variabile indicizzata ai due indici + spread (0,0088 euro per la luce e 0,08 euro per il gas).
Buone notizie, quindi, sul fronte del prezzo delle bollette. Nel 2026 la spesa complessiva dell’energia da parte delle famiglie italiane dovrebbe infatti fermarsi a 2.236 euro rispetto ai 2.450 euro del 2025, per un calo pari al 9%.

Gas -12%, luce -2%

Tenendo conto dei consumi di una famiglia tipo, pari a 2.700 kWh per l’elettricità e 1.400 smc per il gas, Facile.it ha calcolato che la diminuzione più importante riguarderà la bolletta del gas, che passerà dai 1.691 euro del 2025 ai 1.493 euro del 2026, per un calo del 12%.
La bolletta della luce, invece, scenderà a 743 euro, in calo solo del 2%.

Le forniture a prezzo indicizzato si adegueranno automaticamente

“La riduzione attesa è senza dubbio una buona notizia per i consumatori, ma attenzione perché a godere in automatico del calo saranno solo i clienti con un contratto di fornitura a prezzo indicizzato, il quale si adeguerà automaticamente all’andamento degli indici PUN e PSV – spiegano gli esperti di Facile.it -. Il consiglio, soprattutto per chi ha una tariffa a prezzo bloccato, quindi, è di confrontare periodicamente la propria offerta con quelle di altri fornitori così da poter cogliere tempestivamente eventuali opportunità di risparmio che si dovessero presentare nei prossimi mesi”.

Le previsioni dell’European Energy Exchange

Come detto, l’analisi di Facile.it è stata realizzata prendendo in considerazione l’andamento degli indici PSV e PUN nel 2025 e le previsioni elaborate dall’European Energy Exchange (EEX) per i prossimi 12 mesi, a parità di consumi e altre condizioni economiche che gravano in bolletta.

Nello specifico, il PUN, secondo le previsioni, calerà del 4% passando da un valore medio di 0,1158 euro / kWh a 0,1107 euro / kWh.
Più significativo è il calo del PSV, che diminuirà del 25% passando, in media, da 0,4119 euro / smc a 0,3087 euro / smc.

Paure, reati e insicurezza: cosa accade nelle grandi città?

Nelle metropoli italiane ormai la sensazione di vulnerabilità sembra essere entrata nel quotidiano. Secondo le principali rilevazioni statistiche, quasi tre persone su quattro hanno vissuto almeno una volta un episodio pericoloso o ne sono state testimoni.

Il dato che colpisce è la frequenza: oltre la metà dei residenti dichiara di aver assistito a una rissa e più di un quarto ha subito un borseggio. Non mancano episodi più gravi, dalle molestie alle aggressioni di sconosciuti. Insomma, non proprio il tipo di compagnia che si vorrebbe al rientro a casa.

Roma e Milano, primi segnali di inversione

Roma resta la città con il maggior numero di reati denunciati, seguita a ruota da Milano. Eppure il 2025, almeno nei primi sei mesi, mostra finalmente qualche schiarita: nella capitale i reati calano del 7 per cento, mentre sotto la Madonnina la flessione è più contenuta.

A Roma continua a pesare il fenomeno dei borseggi, quasi 34 mila in un anno, ma anche qui si intravede un miglioramento. Rimangono invece elevate le rapine in strada, cresciute dopo il periodo pre-pandemico in entrambe le città, anche se il 2025 sembra riportare un po’ di equilibrio. Preoccupa il trend delle violenze sessuali, aumentate negli ultimi anni, pur con una recente diminuzione.

Commercio di vicinato: persi 80 mila negozi

Negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso oltre 80 mila negozi. Una lenta emorragia a cui la criminalità aggiunge il proprio peso: furti e rapine colpiscono un esercizio commerciale su dieci. Milano e Roma guidano anche questa classifica poco edificante. Il 2025 offre un sospiro di sollievo solo parziale: le rapine sono in lieve calo, mentre i furti restano sostanzialmente stabili. Un mix che contribuisce a svuotare le strade e scoraggia la vita di quartiere.

Lavoro: infortuni in calo, ma non quelli mortali

Sul fronte della sicurezza occupazionale il quadro è complesso. Gli infortuni totali diminuiscono rispetto a dieci anni fa, ma quelli con esito mortale restano un macigno. Gli uomini continuano a essere i più esposti e i lavoratori stranieri risultano coinvolti in misura sproporzionata.

Pesante anche l’aumento delle malattie professionali, un segnale che meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva.

Giovani e cittadinanza: problemi di identità

La generazione tra i 18 e i 34 anni vive con più timori rispetto al passato: uscire la sera, restare soli in casa, muoversi di notte. A questo si aggiunge il tema della cittadinanza, che riguarda milioni di residenti stranieri.
Il recente referendum non ha modificato la normativa, ma il dibattito sullo ius culturae resta vivo, sostenuto da una larga parte dell’opinione pubblica.

Mercato Immobiliare, per il prossimo triennio crescita moderata ma costante

Bassa inflazione, recupero del potere di acquisto delle famiglie e tassi di interesse sui mutui ancora contenuti hanno favorito l’aumento di capitale erogato dalle banche a sostegno dell’acquisto dell’abitazione e, di conseguenza, il proseguimento della crescita delle compravendite.
Nel 2025 iI preconsuntivo sulle compravendite di abitazioni prevede infatti un incremento stimato nell’ordine del +5,5%, confermando la fase di ripresa del mercato iniziata nell’ultimo trimestre 2024.

L’attuale ciclo espansivo del settore immobiliare, giunto al suo apice nel primo semestre 2025, mostra però segnali di attenuazione nella seconda metà dell’anno in corso, prospettando una crescita moderata, ma costante per i prossimi tre anni.
Emerge dal 3° Osservatorio sul Mercato Immobiliare 2025 realizzato da Nomisma.

Compravendite con mutuo trainano gli acquisti

A trainare il comparto dell’acquisto di abitazioni sono state proprio le compravendite assistite da mutuo, che nel primo semestre 2025 sono cresciute del +25,5% in termini tendenziali. Al contrario, quelle sostenute da liquidità, hanno mostrato una sostanziale stabilità.

Anche i prezzi delle abitazioni nel corso dell’anno registrano una crescita moderata e costante. Gli ultimi sei mesi del 2025 registrano una crescita dei prezzi delle abitazioni del +0,6%, più contenuta rispetto al + 1,3% del primo semestre. 
Questo aumento è riconducibile a un effetto trattativa positivo, che ha limitato la correzione al ribasso della domanda, mentre le aspettative dei venditori si sono stabilizzate.

Aumentano le locazioni

Nel secondo semestre si rileva invece uno spostamento di quota della domanda potenziale d’acquisto verso la locazione (rispettivamente 49% e 51%).
La crescita della domanda di affitto (+4%) nell’ultimo anno è da imputarsi principalmente al fatto che la locazione rappresenta una soluzione temporanea in attesa di condizioni di mercato più favorevoli per l’acquisto, nonché alla capacità di rispondere meglio ai cambiamenti che investono il mondo del lavoro e, in ultimo, poiché consente di impiegare la liquidità in altre forme di investimento.

Ma il sovraffollamento nel segmento della locazione ha impresso una nuova spinta ai canoni, che crescono del +3,5% su base tendenziale.
Nel complesso, il mercato mostra differenze per tipologia di contratto. I contratti ordinari diminuiscono del -2%, mentre quelli transitori e per studenti registrano aumenti significativi (+3,1% e +9,5%).

Prezzi abitazioni destinati a scendere

Secondo le previsioni, per il triennio 2026-2028 le compravendite registreranno una crescita moderata (+0,9% nel 2026, +0,7% nel 2027 e +1,4% nel 2028), oltrepassando quota 780mila transazioni al termine del 2028.
I prezzi delle abitazioni faranno registrare una crescita destinata a perdere progressivamente di intensità nel triennio di previsione con tassi inferiori all’inflazione (+1% nel 2026, +0,7% nel 2027, +0,5% nel 2028).

Quanto alla componente corporate del mercato, oggi gli investitori stanno diversificando i portafogli e ampliando le tipologie di asset su cui puntare.
L’Italia, pur in un quadro globale incerto, continua ad attrarre capitali. Nei primi nove mesi del 2025 gli investimenti hanno raggiunto 7,8 miliardi di euro, +21,9% rispetto allo stesso periodo del 2024.

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Lavoro, le imprese cercano 443mila addetti

L’autunno porta con sé anche un nuovo quadro del mercato del lavoro. Stando alle previsioni del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel solo mese di novembre le aziende italiane contano di assumere circa 443mila persone.

Guardando un po’ più avanti, da novembre a gennaio 2026, le opportunità supererebbero quota 1,3 milioni. Numeri che restano imponenti, anche se segnano una piccola battuta d’arresto rispetto allo scorso anno: qualche migliaio di posti in meno, un calo contenuto ma indicativo.

Il vero problema? I candidati non si trovano

Più della frenata occupazionale, preoccupa la difficoltà nel trovare personale. Quasi la metà delle figure richieste – parliamo del 45,7% – è considerata “introvabile”.

Il motivo principale non è tanto la scarsa preparazione, quanto la mancanza stessa di persone disponibili. Un paradosso tutto italiano: posti che ci sono, ma non si riesce a coprirli.

Agricoltura, industria e terziario: come si muovono i settori

L’agricoltura prevede 27mila nuovi ingressi a novembre e circa 77mila entro gennaio. Le richieste maggiori arrivano dalle coltivazioni specializzate, mentre aumentano i servizi collegati al mondo agricolo, che continuano a ritagliarsi un ruolo sempre più rilevante.

Sul fronte industriale, le previsioni parlano di 118mila assunzioni nel mese e oltre 350mila nel trimestre. La meccatronica traina, con migliaia di posizioni aperte, seguita dalla metallurgia e dall’industria alimentare. Continui segnali positivi anche dal settore delle costruzioni, che ormai da anni faticano a tenere il passo con la domanda.
Il terziario, come spesso accade, è il grande protagonista: 298mila contratti previsti a novembre e quasi 900mila tra novembre e gennaio. Turismo, commercio e servizi alla persona si confermano veri e propri motori del mercato, complici stagionalità e continui cambi negli stili di vita.

Le professioni più richieste (e più difficili da trovare)

Il contratto a termine continua a essere la formula più utilizzata, anche se non mancano assunzioni stabili.
A mancare, però, sono alcuni profili chiave: ingegneri, specialisti informatici, tecnici di produzione, operatori sanitari, meccanici, operai del tessile. In diversi casi, la quota di irreperibilità supera ampiamente il 60%.

Dove si fatica di più

Tra le aree del Paese, il Nord-Est detiene il primato della difficoltà di reperimento, con oltre la metà delle posizioni difficili da coprire. Seguono Nord-Ovest, Centro e infine Sud e Isole, dove la situazione resta complessa ma leggermente più gestibile.

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Pagamenti digitali: nel primo semestre transati 236 miliardi con carta

Emerge dai risultati della Ricerca dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano: nei primi sei mesi del 2025 in Italia il valore dei pagamenti digitali con carta ha raggiunto 236 miliardi di euro, in crescita del +6% rispetto all’anno precedente.

È una traiettoria che porterà i pagamenti elettronici tramite carta a toccare a fine anno un valore tra 495 e 505 miliardi di euro, per una crescita tra il +5% e il +7%).
Nonostante il ritmo di crescita sia più contenuto rispetto al passato, segna tuttavia l’ingresso in una fase di consolidamento. I pagamenti digitali sono ormai parte integrante delle abitudini quotidiane dei consumatori italiani.

Nei negozi oltre un decimo arriva da carte estere

Sempre nel primo semestre 2025, il valore totale incassato dai punti vendita fisici tramite strumenti di pagamento digitali ha raggiunto 188 miliardi di euro, +4% rispetto allo stesso periodo del 2024. Di questi, 20 miliardi arrivano da visitatori stranieri, pari a più di un decimo della spesa complessiva in negozio. Il dato conferma la rilevanza strategica dei pagamenti digitali per il turismo e per la competitività complessiva del sistema Paese.

Guardando ai prossimi mesi, gli effetti positivi dell’ultima stagione estiva, che ha registrato un aumento delle presenze turistiche e del turismo di prossimità, lasciano prevedere un ulteriore incremento del valore incassato dai negozi italiani nella seconda metà dell’anno.

Fattore strategico per il turismo

Di fatto, il consolidamento dei pagamenti digitali nel turismo rappresenta non solo un indicatore della modernità dell’offerta commerciale italiana, ma anche un fattore abilitante per la trasparenza e la competitività del Paese. 
L’adozione di strumenti digitali consente ai commercianti di intercettare meglio la domanda internazionale, di offrire esperienze d’acquisto più sicure e di integrare servizi che rafforzano la relazione con i clienti, italiani e stranieri.

“L’Italia si sta avvicinando a una fase di equilibrio: i pagamenti digitali non crescono più per effetto di spinte esterne o di obblighi normativi, ma perché si radicano nelle abitudini quotidiane delle persone”, ha commentato dichiara Ivano Asaro, Direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano.

La sfida è trasformare l’accelerazione in vantaggio competitivo

Quanto alle transazioni, rispetto all’anno passato crescono a un ritmo quasi doppio (+11,5%), con uno scontrino medio in calo, a conferma di un uso sempre più diffuso anche per spese di piccolo importo.
L’Italia, pur restando quart’ultima nel 2024 in Europa per numero di transazioni con carta pro capite, davanti solo a Germania, Romania e Bulgaria, mostra un tasso di crescita superiore alla media europea, segnale di un mercato ancora dinamico e in rapida evoluzione.

La sfida, ora, non è più solo quella di colmare il divario, ma di trasformare questa accelerazione in un vantaggio competitivo, puntando su infrastrutture più integrate, competenze diffuse e servizi a valore aggiunto.

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L’intelligenza artificiale può “intossicarsi” con i social: lo rivela una ricerca USA

Il mondo digitale corre veloce, e sempre più spesso a guidare il traffico online sono contenuti brevi, virali e sensazionalistici. Ma questo tipo di materiale non influisce solo sugli utenti umani: può condizionare anche le intelligenze artificiali.

È ciò che emerge da uno studio realizzato dall’Università del Texas ad Austin in collaborazione con Texas A&M e Purdue University, che parla di un vero e proprio “brain tot”, cioè un rimbambimento, dei modelli linguistici addestrati con dati di scarsa qualità.

Quando i post virali diventano un problema per l’IA

I ricercatori hanno condotto degli esperimenti su due sistemi open source, molto diffusi tra sviluppatori e aziende: Llama (Meta) e Qwen (Alibaba). A entrambi sono stati forniti contenuti tipici dei social media: testi semplici, accattivanti, spesso esagerati o emotivamente manipolatori. Una sorta di “dieta digitale” fatta di slogan e reazioni a caldo, più orientata al coinvolgimento che alla qualità dell’informazione.

Il risultato? I modelli hanno iniziato a mostrare segnali evidenti di decadimento delle abilità cognitive: peggioramento nella memoria, difficoltà di ragionamento logico, capacità di valutazione alterata. Persino l’allineamento etico ne ha risentito: alcune risposte sono diventate più impulsive e meno affidabili.

Un danno difficile da ‘riparare‘

L’aspetto che più preoccupa gli studiosi è la scarsa reversibilità del fenomeno. Una volta che queste “scorie cognitive” entrano nei dati di addestramento, eliminarle non è semplice. Anche con una successiva rieducazione basata su fonti controllate, i modelli non ritornano del tutto alle prestazioni iniziali.

Un elemento che trova un parallelo diretto negli effetti che i contenuti superficiali possono avere su di noi: perdita di concentrazione, riduzione del pensiero critico e, più in generale, quello che l’Oxford Dictionary ha definito “brain rot”, marciume cerebrale, eletto parola dell’anno nel 2024.

Il rischio di un circolo vizioso

La ricerca solleva una questione cruciale: se i modelli di IA oggi producono parte dei contenuti che poi tornano sui social e finiscono nelle banche dati per futuri addestramenti, si crea un ciclo di auto-inquinamento.
La qualità complessiva cala, e l’intelligenza artificiale rischia di diventare sempre meno intelligente.

Serve maggiore attenzione sui dati

“Viviamo in un mondo in cui l’attenzione è una risorsa limitata e i contenuti spesso puntano ai clic più che alla verità”, spiega Junyuan Hong, uno degli studiosi.
Per questo, secondo i ricercatori, è fondamentale che lo sviluppo dell’IA tenga conto dell’integrità delle informazioni e non solo dei grandi numeri.

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Italia e inclusione: cosa pensano davvero gli italiani sulla Diversity, Equity & Inclusion

Cosa pensano davvero gli italiani sulla Diversity, Equity & Inclusion? Alla domanda risponde una recente indagine condotta da Ipsos in collaborazione con Doxa, che fotografa un’Italia ancora in cerca di un equilibrio sul tema della DE&I.

I risultati, tutt’altro che scontati, raccontano un Paese che conosce questi concetti solo in parte, ma che ne percepisce comunque l’importanza e la necessità.

Solo la metà conosce il tema, ma cresce l’interesse

Più della metà degli italiani, per la precisione il 54%, dichiara di aver sentito parlare di diversità, equità e inclusione negli ultimi mesi, anche se con livelli di attenzione diversi. Quasi uno su cinque afferma di conoscerli bene, mentre un altro 36% ne ha solo una vaga idea. Rimane però un 46% di cittadini per i quali questi temi sono ancora estranei: il 27% addirittura li sente nominare per la prima volta.

Eppure, pur con queste lacune, il 73% del campione mostra di comprenderne il significato, anche in modo intuitivo. Tra i lavoratori, però, cresce l’interesse in merito: quasi l’80% si dichiara sensibile al tema, segno che la consapevolezza si diffonde più rapidamente nei contesti professionali.

Le disuguaglianze sono dure a scomparire

Sette italiani su dieci ritengono che nel Paese non tutti abbiano gli stessi diritti. Le persone con disabilità sono indicate come la categoria più discriminata (44%), seguite da persone LGBT (35%), immigrati (33%) e persone transgender (31%).

Anche gli anziani e le donne restano tra i gruppi più penalizzati, entrambi intorno al 28-29%. Cresce, inoltre, l’attenzione verso la salute mentale, considerata una delle aree in cui la discriminazione è più forte.

Aziende e inclusione: un percorso ancora da fare

Il 60% degli italiani ha sentito parlare dei programmi di DE&I nelle aziende, ma solo uno su cinque sa realmente di cosa si tratti. Eppure, tra chi lavora in realtà che li applicano concretamente, il giudizio è nettamente positivo: oltre il 70% riferisce un miglioramento nel clima interno, nelle relazioni e nel senso di appartenenza.

La vera criticità, quindi, non sembra essere l’efficacia dei programmi, ma la loro scarsa diffusione: meno di un lavoratore su cinque vi ha accesso.

Un impegno che i cittadini chiedono alle imprese

Più della metà degli italiani ritiene che le aziende debbano impegnarsi attivamente per promuovere la diversità e l’inclusione.
Per molti, questo impegno è anche un criterio di fiducia: il 61% afferma di avere un’immagine migliore delle imprese che rappresentano la pluralità della società.

Nonostante i segnali contrastanti a livello internazionale, la maggioranza degli italiani chiede alle imprese di non fare marcia indietro.
Segno che, anche su un terreno complesso come la DE&I, l’Italia è pronta a un dibattito maturo e a un cambiamento culturale che, lentamente, è già in corso.

Italia, verde urbano: perchè investire nel green conviene?

In occasione della Giornata Mondiale dell’Habitat 2025, 3Bee – la nature tech company specializzata nello sviluppo di tecnologie per la tutela della biodiversità – insieme alla sua divisione XNatura, dedicata a intelligenza artificiale e monitoraggio ambientale, ha pubblicato un’analisi che mette a fuoco lo stato del patrimonio verde urbano in alcune delle principali città italiane.

I dati raccolti restituiscono una fotografia chiara e, in certi casi, allarmante.

Milano fanalino di coda

Tra le città esaminate, Milano si porta a casa un primato in negativo. Ogni cittadino dispone in media di circa 25 metri quadrati di verde, l’equivalente di tre posti auto, e appena 1,28 piante stimate a persona. Un dato che evidenzia quanto il capoluogo lombardo sia vicino a un “deserto urbano”.

Non va molto meglio a Napoli, con circa 37 metri quadrati e 1,82 piante per abitante, o a Torino, che sale a 46 metri quadrati e 2,32 piante. Bari si posiziona leggermente meglio con circa 60 metri quadrati e 3,54 piante pro capite.

Monitoraggio tecnologico al servizio delle città

Lo studio si basa su un sistema integrato che unisce immagini satellitari, banche dati pubbliche, sensori ambientali e analisi di laboratorio.

“Grazie all’intelligenza artificiale possiamo processare enormi quantità di dati e fornire informazioni aggiornate e affidabili su natura, clima e biodiversità. È uno strumento utile a cittadini, aziende e amministrazioni per pianificare e gestire il territorio”, spiega Simone Mazzola, CGO di 3Bee & XNatura.

Una base scientifica per le politiche urbane

I risultati ottenuti non sono soltanto numeri: diventano un punto di partenza per orientare le scelte delle amministrazioni, valutare i servizi ecosistemici offerti dal verde urbano e individuare le aree prioritarie da rigenerare.

In un’epoca segnata dall’emergenza climatica, disporre di dati oggettivi è fondamentale per riuscire a delineare le miglior strategie di adattamento.

Crediti di biodiversità: un nuovo strumento

Per trovare soluzioni alle criticità, i Crediti di Biodiversità si propongono come una risposta concreta. Ogni credito certifica il miglioramento della biodiversità in un’area equivalente a 1.000 metri quadrati di habitat rigenerato e monitorato per un anno.

Dal 23 settembre 2025 questo meccanismo è regolato dallo standard UNI/PdR 179, la prima norma italiana dedicata al tema. “È un passo importante verso un’economia che riconosce il valore dei servizi ecosistemici e trasforma la biodiversità da vincolo a opportunità”, sottolinea Niccolò Calandri, CEO di 3Bee & XNatura.

Metà del PIL mondiale dipende dalla natura

Oggi oltre metà del PIL mondiale dipende dalla natura, e il 72% delle imprese europee si basa su servizi ecosistemici. Tuttavia, secondo le stime europee servono 65 miliardi di euro all’anno per proteggere efficacemente la biodiversità, una cifra che i soli fondi pubblici non possono coprire.

Ecco perché i Crediti di Biodiversità rappresentano una risorsa per coinvolgere capitali privati in progetti di rigenerazione. 3Bee ha contribuito attivamente alla definizione della prassi UNI, che ambisce a diventare uno standard anche a livello internazionale.
Una svolta che permetterà alle aziende non solo di misurare, ma anche di certificare il proprio impatto positivo sugli ecosistemi, trasformando la tutela della natura in un impegno condiviso e verificabile.

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