Mercato Immobiliare, per il prossimo triennio crescita moderata ma costante

Bassa inflazione, recupero del potere di acquisto delle famiglie e tassi di interesse sui mutui ancora contenuti hanno favorito l’aumento di capitale erogato dalle banche a sostegno dell’acquisto dell’abitazione e, di conseguenza, il proseguimento della crescita delle compravendite.
Nel 2025 iI preconsuntivo sulle compravendite di abitazioni prevede infatti un incremento stimato nell’ordine del +5,5%, confermando la fase di ripresa del mercato iniziata nell’ultimo trimestre 2024.

L’attuale ciclo espansivo del settore immobiliare, giunto al suo apice nel primo semestre 2025, mostra però segnali di attenuazione nella seconda metà dell’anno in corso, prospettando una crescita moderata, ma costante per i prossimi tre anni.
Emerge dal 3° Osservatorio sul Mercato Immobiliare 2025 realizzato da Nomisma.

Compravendite con mutuo trainano gli acquisti

A trainare il comparto dell’acquisto di abitazioni sono state proprio le compravendite assistite da mutuo, che nel primo semestre 2025 sono cresciute del +25,5% in termini tendenziali. Al contrario, quelle sostenute da liquidità, hanno mostrato una sostanziale stabilità.

Anche i prezzi delle abitazioni nel corso dell’anno registrano una crescita moderata e costante. Gli ultimi sei mesi del 2025 registrano una crescita dei prezzi delle abitazioni del +0,6%, più contenuta rispetto al + 1,3% del primo semestre. 
Questo aumento è riconducibile a un effetto trattativa positivo, che ha limitato la correzione al ribasso della domanda, mentre le aspettative dei venditori si sono stabilizzate.

Aumentano le locazioni

Nel secondo semestre si rileva invece uno spostamento di quota della domanda potenziale d’acquisto verso la locazione (rispettivamente 49% e 51%).
La crescita della domanda di affitto (+4%) nell’ultimo anno è da imputarsi principalmente al fatto che la locazione rappresenta una soluzione temporanea in attesa di condizioni di mercato più favorevoli per l’acquisto, nonché alla capacità di rispondere meglio ai cambiamenti che investono il mondo del lavoro e, in ultimo, poiché consente di impiegare la liquidità in altre forme di investimento.

Ma il sovraffollamento nel segmento della locazione ha impresso una nuova spinta ai canoni, che crescono del +3,5% su base tendenziale.
Nel complesso, il mercato mostra differenze per tipologia di contratto. I contratti ordinari diminuiscono del -2%, mentre quelli transitori e per studenti registrano aumenti significativi (+3,1% e +9,5%).

Prezzi abitazioni destinati a scendere

Secondo le previsioni, per il triennio 2026-2028 le compravendite registreranno una crescita moderata (+0,9% nel 2026, +0,7% nel 2027 e +1,4% nel 2028), oltrepassando quota 780mila transazioni al termine del 2028.
I prezzi delle abitazioni faranno registrare una crescita destinata a perdere progressivamente di intensità nel triennio di previsione con tassi inferiori all’inflazione (+1% nel 2026, +0,7% nel 2027, +0,5% nel 2028).

Quanto alla componente corporate del mercato, oggi gli investitori stanno diversificando i portafogli e ampliando le tipologie di asset su cui puntare.
L’Italia, pur in un quadro globale incerto, continua ad attrarre capitali. Nei primi nove mesi del 2025 gli investimenti hanno raggiunto 7,8 miliardi di euro, +21,9% rispetto allo stesso periodo del 2024.

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Lavoro, le imprese cercano 443mila addetti

L’autunno porta con sé anche un nuovo quadro del mercato del lavoro. Stando alle previsioni del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel solo mese di novembre le aziende italiane contano di assumere circa 443mila persone.

Guardando un po’ più avanti, da novembre a gennaio 2026, le opportunità supererebbero quota 1,3 milioni. Numeri che restano imponenti, anche se segnano una piccola battuta d’arresto rispetto allo scorso anno: qualche migliaio di posti in meno, un calo contenuto ma indicativo.

Il vero problema? I candidati non si trovano

Più della frenata occupazionale, preoccupa la difficoltà nel trovare personale. Quasi la metà delle figure richieste – parliamo del 45,7% – è considerata “introvabile”.

Il motivo principale non è tanto la scarsa preparazione, quanto la mancanza stessa di persone disponibili. Un paradosso tutto italiano: posti che ci sono, ma non si riesce a coprirli.

Agricoltura, industria e terziario: come si muovono i settori

L’agricoltura prevede 27mila nuovi ingressi a novembre e circa 77mila entro gennaio. Le richieste maggiori arrivano dalle coltivazioni specializzate, mentre aumentano i servizi collegati al mondo agricolo, che continuano a ritagliarsi un ruolo sempre più rilevante.

Sul fronte industriale, le previsioni parlano di 118mila assunzioni nel mese e oltre 350mila nel trimestre. La meccatronica traina, con migliaia di posizioni aperte, seguita dalla metallurgia e dall’industria alimentare. Continui segnali positivi anche dal settore delle costruzioni, che ormai da anni faticano a tenere il passo con la domanda.
Il terziario, come spesso accade, è il grande protagonista: 298mila contratti previsti a novembre e quasi 900mila tra novembre e gennaio. Turismo, commercio e servizi alla persona si confermano veri e propri motori del mercato, complici stagionalità e continui cambi negli stili di vita.

Le professioni più richieste (e più difficili da trovare)

Il contratto a termine continua a essere la formula più utilizzata, anche se non mancano assunzioni stabili.
A mancare, però, sono alcuni profili chiave: ingegneri, specialisti informatici, tecnici di produzione, operatori sanitari, meccanici, operai del tessile. In diversi casi, la quota di irreperibilità supera ampiamente il 60%.

Dove si fatica di più

Tra le aree del Paese, il Nord-Est detiene il primato della difficoltà di reperimento, con oltre la metà delle posizioni difficili da coprire. Seguono Nord-Ovest, Centro e infine Sud e Isole, dove la situazione resta complessa ma leggermente più gestibile.

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Pagamenti digitali: nel primo semestre transati 236 miliardi con carta

Emerge dai risultati della Ricerca dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano: nei primi sei mesi del 2025 in Italia il valore dei pagamenti digitali con carta ha raggiunto 236 miliardi di euro, in crescita del +6% rispetto all’anno precedente.

È una traiettoria che porterà i pagamenti elettronici tramite carta a toccare a fine anno un valore tra 495 e 505 miliardi di euro, per una crescita tra il +5% e il +7%).
Nonostante il ritmo di crescita sia più contenuto rispetto al passato, segna tuttavia l’ingresso in una fase di consolidamento. I pagamenti digitali sono ormai parte integrante delle abitudini quotidiane dei consumatori italiani.

Nei negozi oltre un decimo arriva da carte estere

Sempre nel primo semestre 2025, il valore totale incassato dai punti vendita fisici tramite strumenti di pagamento digitali ha raggiunto 188 miliardi di euro, +4% rispetto allo stesso periodo del 2024. Di questi, 20 miliardi arrivano da visitatori stranieri, pari a più di un decimo della spesa complessiva in negozio. Il dato conferma la rilevanza strategica dei pagamenti digitali per il turismo e per la competitività complessiva del sistema Paese.

Guardando ai prossimi mesi, gli effetti positivi dell’ultima stagione estiva, che ha registrato un aumento delle presenze turistiche e del turismo di prossimità, lasciano prevedere un ulteriore incremento del valore incassato dai negozi italiani nella seconda metà dell’anno.

Fattore strategico per il turismo

Di fatto, il consolidamento dei pagamenti digitali nel turismo rappresenta non solo un indicatore della modernità dell’offerta commerciale italiana, ma anche un fattore abilitante per la trasparenza e la competitività del Paese. 
L’adozione di strumenti digitali consente ai commercianti di intercettare meglio la domanda internazionale, di offrire esperienze d’acquisto più sicure e di integrare servizi che rafforzano la relazione con i clienti, italiani e stranieri.

“L’Italia si sta avvicinando a una fase di equilibrio: i pagamenti digitali non crescono più per effetto di spinte esterne o di obblighi normativi, ma perché si radicano nelle abitudini quotidiane delle persone”, ha commentato dichiara Ivano Asaro, Direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano.

La sfida è trasformare l’accelerazione in vantaggio competitivo

Quanto alle transazioni, rispetto all’anno passato crescono a un ritmo quasi doppio (+11,5%), con uno scontrino medio in calo, a conferma di un uso sempre più diffuso anche per spese di piccolo importo.
L’Italia, pur restando quart’ultima nel 2024 in Europa per numero di transazioni con carta pro capite, davanti solo a Germania, Romania e Bulgaria, mostra un tasso di crescita superiore alla media europea, segnale di un mercato ancora dinamico e in rapida evoluzione.

La sfida, ora, non è più solo quella di colmare il divario, ma di trasformare questa accelerazione in un vantaggio competitivo, puntando su infrastrutture più integrate, competenze diffuse e servizi a valore aggiunto.

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L’intelligenza artificiale può “intossicarsi” con i social: lo rivela una ricerca USA

Il mondo digitale corre veloce, e sempre più spesso a guidare il traffico online sono contenuti brevi, virali e sensazionalistici. Ma questo tipo di materiale non influisce solo sugli utenti umani: può condizionare anche le intelligenze artificiali.

È ciò che emerge da uno studio realizzato dall’Università del Texas ad Austin in collaborazione con Texas A&M e Purdue University, che parla di un vero e proprio “brain tot”, cioè un rimbambimento, dei modelli linguistici addestrati con dati di scarsa qualità.

Quando i post virali diventano un problema per l’IA

I ricercatori hanno condotto degli esperimenti su due sistemi open source, molto diffusi tra sviluppatori e aziende: Llama (Meta) e Qwen (Alibaba). A entrambi sono stati forniti contenuti tipici dei social media: testi semplici, accattivanti, spesso esagerati o emotivamente manipolatori. Una sorta di “dieta digitale” fatta di slogan e reazioni a caldo, più orientata al coinvolgimento che alla qualità dell’informazione.

Il risultato? I modelli hanno iniziato a mostrare segnali evidenti di decadimento delle abilità cognitive: peggioramento nella memoria, difficoltà di ragionamento logico, capacità di valutazione alterata. Persino l’allineamento etico ne ha risentito: alcune risposte sono diventate più impulsive e meno affidabili.

Un danno difficile da ‘riparare

L’aspetto che più preoccupa gli studiosi è la scarsa reversibilità del fenomeno. Una volta che queste “scorie cognitive” entrano nei dati di addestramento, eliminarle non è semplice. Anche con una successiva rieducazione basata su fonti controllate, i modelli non ritornano del tutto alle prestazioni iniziali.

Un elemento che trova un parallelo diretto negli effetti che i contenuti superficiali possono avere su di noi: perdita di concentrazione, riduzione del pensiero critico e, più in generale, quello che l’Oxford Dictionary ha definito “brain rot”, marciume cerebrale, eletto parola dell’anno nel 2024.

Il rischio di un circolo vizioso

La ricerca solleva una questione cruciale: se i modelli di IA oggi producono parte dei contenuti che poi tornano sui social e finiscono nelle banche dati per futuri addestramenti, si crea un ciclo di auto-inquinamento.
La qualità complessiva cala, e l’intelligenza artificiale rischia di diventare sempre meno intelligente.

Serve maggiore attenzione sui dati

“Viviamo in un mondo in cui l’attenzione è una risorsa limitata e i contenuti spesso puntano ai clic più che alla verità”, spiega Junyuan Hong, uno degli studiosi.
Per questo, secondo i ricercatori, è fondamentale che lo sviluppo dell’IA tenga conto dell’integrità delle informazioni e non solo dei grandi numeri.

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Italia e inclusione: cosa pensano davvero gli italiani sulla Diversity, Equity & Inclusion

Cosa pensano davvero gli italiani sulla Diversity, Equity & Inclusion? Alla domanda risponde una recente indagine condotta da Ipsos in collaborazione con Doxa, che fotografa un’Italia ancora in cerca di un equilibrio sul tema della DE&I.

I risultati, tutt’altro che scontati, raccontano un Paese che conosce questi concetti solo in parte, ma che ne percepisce comunque l’importanza e la necessità.

Solo la metà conosce il tema, ma cresce l’interesse

Più della metà degli italiani, per la precisione il 54%, dichiara di aver sentito parlare di diversità, equità e inclusione negli ultimi mesi, anche se con livelli di attenzione diversi. Quasi uno su cinque afferma di conoscerli bene, mentre un altro 36% ne ha solo una vaga idea. Rimane però un 46% di cittadini per i quali questi temi sono ancora estranei: il 27% addirittura li sente nominare per la prima volta.

Eppure, pur con queste lacune, il 73% del campione mostra di comprenderne il significato, anche in modo intuitivo. Tra i lavoratori, però, cresce l’interesse in merito: quasi l’80% si dichiara sensibile al tema, segno che la consapevolezza si diffonde più rapidamente nei contesti professionali.

Le disuguaglianze sono dure a scomparire

Sette italiani su dieci ritengono che nel Paese non tutti abbiano gli stessi diritti. Le persone con disabilità sono indicate come la categoria più discriminata (44%), seguite da persone LGBT (35%), immigrati (33%) e persone transgender (31%).

Anche gli anziani e le donne restano tra i gruppi più penalizzati, entrambi intorno al 28-29%. Cresce, inoltre, l’attenzione verso la salute mentale, considerata una delle aree in cui la discriminazione è più forte.

Aziende e inclusione: un percorso ancora da fare

Il 60% degli italiani ha sentito parlare dei programmi di DE&I nelle aziende, ma solo uno su cinque sa realmente di cosa si tratti. Eppure, tra chi lavora in realtà che li applicano concretamente, il giudizio è nettamente positivo: oltre il 70% riferisce un miglioramento nel clima interno, nelle relazioni e nel senso di appartenenza.

La vera criticità, quindi, non sembra essere l’efficacia dei programmi, ma la loro scarsa diffusione: meno di un lavoratore su cinque vi ha accesso.

Un impegno che i cittadini chiedono alle imprese

Più della metà degli italiani ritiene che le aziende debbano impegnarsi attivamente per promuovere la diversità e l’inclusione.
Per molti, questo impegno è anche un criterio di fiducia: il 61% afferma di avere un’immagine migliore delle imprese che rappresentano la pluralità della società.

Nonostante i segnali contrastanti a livello internazionale, la maggioranza degli italiani chiede alle imprese di non fare marcia indietro.
Segno che, anche su un terreno complesso come la DE&I, l’Italia è pronta a un dibattito maturo e a un cambiamento culturale che, lentamente, è già in corso.

Italia, verde urbano: perchè investire nel green conviene?

In occasione della Giornata Mondiale dell’Habitat 2025, 3Bee – la nature tech company specializzata nello sviluppo di tecnologie per la tutela della biodiversità – insieme alla sua divisione XNatura, dedicata a intelligenza artificiale e monitoraggio ambientale, ha pubblicato un’analisi che mette a fuoco lo stato del patrimonio verde urbano in alcune delle principali città italiane.

I dati raccolti restituiscono una fotografia chiara e, in certi casi, allarmante.

Milano fanalino di coda

Tra le città esaminate, Milano si porta a casa un primato in negativo. Ogni cittadino dispone in media di circa 25 metri quadrati di verde, l’equivalente di tre posti auto, e appena 1,28 piante stimate a persona. Un dato che evidenzia quanto il capoluogo lombardo sia vicino a un “deserto urbano”.

Non va molto meglio a Napoli, con circa 37 metri quadrati e 1,82 piante per abitante, o a Torino, che sale a 46 metri quadrati e 2,32 piante. Bari si posiziona leggermente meglio con circa 60 metri quadrati e 3,54 piante pro capite.

Monitoraggio tecnologico al servizio delle città

Lo studio si basa su un sistema integrato che unisce immagini satellitari, banche dati pubbliche, sensori ambientali e analisi di laboratorio.

“Grazie all’intelligenza artificiale possiamo processare enormi quantità di dati e fornire informazioni aggiornate e affidabili su natura, clima e biodiversità. È uno strumento utile a cittadini, aziende e amministrazioni per pianificare e gestire il territorio”, spiega Simone Mazzola, CGO di 3Bee & XNatura.

Una base scientifica per le politiche urbane

I risultati ottenuti non sono soltanto numeri: diventano un punto di partenza per orientare le scelte delle amministrazioni, valutare i servizi ecosistemici offerti dal verde urbano e individuare le aree prioritarie da rigenerare.

In un’epoca segnata dall’emergenza climatica, disporre di dati oggettivi è fondamentale per riuscire a delineare le miglior strategie di adattamento.

Crediti di biodiversità: un nuovo strumento

Per trovare soluzioni alle criticità, i Crediti di Biodiversità si propongono come una risposta concreta. Ogni credito certifica il miglioramento della biodiversità in un’area equivalente a 1.000 metri quadrati di habitat rigenerato e monitorato per un anno.

Dal 23 settembre 2025 questo meccanismo è regolato dallo standard UNI/PdR 179, la prima norma italiana dedicata al tema. “È un passo importante verso un’economia che riconosce il valore dei servizi ecosistemici e trasforma la biodiversità da vincolo a opportunità”, sottolinea Niccolò Calandri, CEO di 3Bee & XNatura.

Metà del PIL mondiale dipende dalla natura

Oggi oltre metà del PIL mondiale dipende dalla natura, e il 72% delle imprese europee si basa su servizi ecosistemici. Tuttavia, secondo le stime europee servono 65 miliardi di euro all’anno per proteggere efficacemente la biodiversità, una cifra che i soli fondi pubblici non possono coprire.

Ecco perché i Crediti di Biodiversità rappresentano una risorsa per coinvolgere capitali privati in progetti di rigenerazione. 3Bee ha contribuito attivamente alla definizione della prassi UNI, che ambisce a diventare uno standard anche a livello internazionale.
Una svolta che permetterà alle aziende non solo di misurare, ma anche di certificare il proprio impatto positivo sugli ecosistemi, trasformando la tutela della natura in un impegno condiviso e verificabile.

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ChatGpt, chi lo usa di più? Nel 2025 le donne superano gli uomini  

L’IA è sempre fonte di nuove sorprese e scoperte. Una delle più recenti: negli ultimi mesi gli utenti la utilizzano più per la vita quotidiana che per le faccende professionali. Insomma, ChatGpt non è più soltanto uno strumento da usare in ufficio, ma è diventato un ‘amico’ a cui chiedere consigli, idee e suggerimenti. E la vera novità del 2025 è che, per la prima volta, le donne rappresentano la maggioranza degli utenti: il 52%, contro il 37% registrato appena un anno prima.

A dirlo è una ricerca condotta da OpenAI insieme al National Bureau of Economic Research, basata su oltre un milione e mezzo di conversazioni analizzate.

L’uso personale è maggiore rispetto a quello professionale 

I numeri parlano chiaro, come riferisce Ansa: quasi tre persone su quattro usano il chatbot per motivi personali, mentre solo poco più di una su quattro lo fa per lavoro. La tendenza sembra quindi quella di considerare l’IA non tanto uno strumento da scrivania, ma un aiuto per orientarsi nella vita di tutti i giorni.

Cosa si chiede di più a ChatGpt? Principalmente consigli pratici: dal supporto nello studio a spunti creativi, passando per piccoli suggerimenti quotidiani. Seguono la ricerca di informazioni e la scrittura, che insieme completano il quadro delle interazioni più comuni.

Scrivere con l’IA? No, meglio per correggere 

In ambito professionale, la scrittura rimane la funzione più usata. Ma non si tratta tanto di creare testi da zero: la maggior parte dei messaggi riguarda correzioni, revisioni o traduzioni.

In altre parole, ChatGpt viene percepito come un supporto che migliora il lavoro, senza però sostituirlo. Un alleato, più che un rimpiazzo.

Tre diversi modi di interagire

Gli studiosi hanno individuato tre grandi categorie nell’uso dell’IA: “chiedere”, “fare” ed “esprimere”. A luglio 2025, circa metà delle conversazioni rientrava nella prima voce: gli utenti vedono il chatbot soprattutto come un consulente a cui domandare spiegazioni o pareri.

Nelle interazioni lavorative, invece, prevale il “fare”, cioè lo svolgimento di precisi compiti.

L’IA dilaga anche nei paesi meno tecnologici 

Lo studio sottolinea anche un aspetto più ampio: la diffusione di ChatGpt non si ferma ai Paesi tecnologicamente più avanzati. La crescita è forte anche nelle aree a reddito medio e basso.

Nel luglio 2025, la base di utenti ha raggiunto il 10% della popolazione adulta mondiale, un dato che fotografa un’espansione senza precedenti.

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Calcio in TV: i tifosi italiani spendono fino a 960 euro l’anno

Quanto spenderanno quest’anno i tifosi italiani per seguire in TV la squadra del cuore? La brutta notizia è che rispetto allo scorso anno i prezzi dell’abbonamento sono saliti. L’aumento è stato di circa il 7% per quello mensile e del 10% per quello annuale.
Il prezzo per seguire il calcio in TV varia a seconda delle competizioni in cui è coinvolta la propria squadra, quindi, delle piattaforme a cui è necessario fare l’abbonamento.

Facile.it ha analizzato i prezzi dell’offerta Pay TV calcolando che per la stagione 2025/2026 i tifosi dovranno mettere a budget almeno 710 euro per guardare da casa il campionato di Serie A e la Champions League. Per chi opta per l’abbonamento mensile, anziché quello annuale, invece, il costo può arrivare fino a 960 euro nei dodici mesi.

La cifra sale per seguire anche le coppe europee

In Italia, se ci si accontenta del campionato di Serie A sono sufficienti 540 euro per l’abbonamento mensile, 420 euro se si opta per quello annuale.
La cifra sale se oltre al campionato nazionale si vogliono seguire le coppe europee.

Tifare dal divano di casa per la Roma e il Bologna, impegnate in Europa League, o la Fiorentina, che gareggerà in Conference League, significa mettere a budget fino a 900 euro con l’abbonamento mensile, mentre per quello annuale è possibile trovare offerte che consentono di limitare la spesa a 660 euro.

Per quanto riguarda i prezzi degli abbonamenti TV applicati in Francia, Germania, Spagna e Inghilterra i meno fortunati sono i tifosi spagnoli, che per seguire in TV LaLiga e le coppe europee dovranno spendere quasi 1.400 euro per un abbonamento annuale, poco meno del doppio rispetto agli italiani.

Come se la passano i supporter europei

Unico vantaggio per la Spagna è che è necessario un solo abbonamento per seguire tutte le competizioni, mentre da noi è bisogna abbonarsi a più piattaforme.

Spendono di più dei tifosi italiani anche quelli inglesi, che per guardare da casa Premier League e competizioni europee devono mettere a budget poco più di 900 euro per un abbonamento annuale, mentre in Germania per guardare campionato e coppe servono 864 euro.
I più fortunati sono i francesi; seguire il campionato Ligue 1 e le coppe europee da casa costa appena 600 euro con un abbonamento annuale.

Abbonamento mensile o annuale?

“L’abbonamento annuale è in generale la soluzione più semplice per risparmiare e quella consigliata a chi è sicuro di voler seguire le competizioni calcistiche fino alla fine, indipendentemente dall’andamento della propria squadra del cuore – spiegano gli esperti di Facile.it -. L’abbonamento mensile, invece, seppur più costoso nei 12 mesi, garantisce una maggior flessibilità e dà la possibilità di smettere di rinnovarlo in qualsiasi momento. In ogni caso, il consiglio è di confrontare le offerte degli operatoti così da identificare gli abbinamenti più adatti alle proprie esigenze”.

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Mutui: cresce l’importo medio richiesto, i giovani tornano a comprare casa

Il mercato dei mutui in Italia archivia la prima metà del 2025 con segnali positivi. Secondo l’analisi condotta da Facile.it e Mutui.it, tra gennaio e giugno chi ha presentato domanda di finanziamento ha richiesto in media 137.315 euro, valore in crescita del 3,1% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Non solo gli importi: anche il valore medio degli immobili oggetto di mutuo è salito, attestandosi a 208.405 euro (+1%), mentre la durata dei piani di rimborso è passata da 24 a 25 anni. In crescita anche l’LTV, il rapporto tra il valore del mutuo e quello della casa, che ha raggiunto il 72%.

Secondo gli esperti, a favorire questa ripresa sono state le condizioni più favorevoli offerte dalle banche, il calo del costo del denaro e una rinnovata fiducia dei consumatori.

L’età media dei richiedenti scende a 40 anni

Un segnale incoraggiante arriva anche dall’età media dei richiedenti, scesa a 40 anni contro i 41 registrati nel 2024. Pur rimanendo più alta rispetto al 2022, quando i mutui venivano richiesti in media prima dei 40 anni, il dato conferma un ritorno delle fasce più giovani sul mercato.

In particolare, la quota di under 36 è passata in un anno dal 36% al 38% del totale richieste, un dato che riflette l’interesse crescente dei più giovani nel compiere il passo verso l’acquisto della prima casa.

Surroghe e andamento dei tassi

Nei primi sei mesi del 2025 si registra anche una leggera crescita delle surroghe, che hanno rappresentato il 28% delle domande totali. Dal lato dell’offerta, invece, si osserva un riallineamento dei tassi: i mutui a tasso fisso hanno segnato un lieve aumento, legato all’andamento dell’indice IRS, mentre quelli variabili hanno beneficiato del calo dell’Euribor, reso possibile dai tagli BCE.

A titolo di esempio, per un mutuo medio da 126.000 euro in 25 anni, con LTV al 70%, le migliori offerte disponibili online a fine luglio indicano un TAN minimo del 2,92% per il fisso (con rata di circa 592 euro) e del 2,33% per il variabile (rata di 554 euro).

Fisso o variabile?

Nonostante il vantaggio attuale dei tassi variabili, la preferenza degli italiani resta netta: nei primi sei mesi dell’anno, 9 richiedenti su 10 hanno scelto un mutuo a tasso fisso.

Gli esperti di Facile.it sottolineano però che non esiste una formula valida per tutti: i mutui variabili possono risultare più convenienti nel breve termine, ma sono soggetti a oscillazioni; i fissi, invece, garantiscono stabilità lungo tutta la durata del finanziamento. Per questo motivo, la scelta va sempre calibrata sulle caratteristiche del richiedente e, quando possibile, supportata da un consulente.

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Consigli per le piccole e medie imprese che desiderano ottimizzare il processo di aggiornamento del DVR

L’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) è un obbligo di legge per tutte le aziende con almeno un dipendente. La sua gestione non deve essere vista come un mero adempimento burocratico, ma come un’occasione per migliorare la sicurezza sul lavoro.

Le piccole e medie imprese (PMI) spesso affrontano difficoltà in questo processo a causa della mancanza di risorse dedicate o di conoscenze specifiche.

A tal proposito, una gestione ottimale del DVR permette di avere un quadro completo dei rischi aziendali, di adottare misure di prevenzione adeguate e di evitare sanzioni.

Per questo seguire alcuni semplici consigli può trasformare una potenziale complessità in un’opportunità di crescita e di tutela per tutti i lavoratori.

Comprendere la periodicità degli aggiornamenti

Il DVR non è un documento statico, ma deve essere aggiornato in diverse circostanze per riflettere i cambiamenti all’interno dell’azienda.

L’aggiornamento è necessario in caso di modifiche del processo produttivo, dell’organizzazione del lavoro o dell’introduzione di nuove attrezzature e tecnologie.

Lo stesso vale in caso di infortunio significativo o una nuova assunzione che comporta rischi diversi impone una revisione del documento.

Per le PMI, è consigliabile stabilire una scadenza fissa per la verifica annuale, anche se non ci sono stati eventi particolari. Questo aiuta a mantenere il documento sempre attuale e in linea con la normativa.

Sfruttare la collaborazione interna

Coinvolgere i dipendenti e i loro rappresentanti (RLS) nel processo di aggiornamento del DVR può portare molti benefici, in quanto loro conoscono meglio di chiunque altro le dinamiche dei loro compiti e i pericoli specifici.

Organizzare riunioni periodiche per raccogliere i loro feedback e le loro osservazioni sui rischi percepiti può rendere la valutazione più accurata.

Questa partecipazione non solo migliora la qualità del DVR, ma aumenta anche la consapevolezza dei dipendenti sui temi della sicurezza. Un approccio collaborativo favorisce un clima di fiducia e di responsabilità condivisa.

Utilizzare strumenti digitali

La tecnologia offre varie soluzioni per semplificare la gestione del DVR, tra queste l’utilizzo di software specifici o anche di semplici fogli di calcolo può aiutare a tracciare le scadenze e a organizzare le informazioni.

Ci sono piattaforme che permettono di archiviare in modo sicuro il DVR e la documentazione correlata, che rendono più facile la consultazione e la condivisione.

Questi strumenti possono anche inviare promemoria automatici per gli aggiornamenti o le verifiche necessarie. L’adozione di un sistema digitale permette di ridurre gli errori manuali e di risparmiare tempo.

Delegare a professionisti esterni

Se l’impresa non ha le competenze interne necessarie, può essere una buona idea rivolgersi a un professionista esterno. Il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) o un consulente specializzato può supportare l’azienda in tutte le fasi.

I professionisti esternihanno molta esperienza e possono guidare l’intero processo di valutazione dei rischi, assicurando che il DVR sia completo e conforme a tutte le normative vigenti.

Questa opzione garantisce un lavoro di alta qualità e solleva l’azienda dalla responsabilità di essere sempre aggiornata su ogni modifica legislativa. Il costo di questa consulenza è un investimento nella sicurezza e nella conformità.

Implementare un sistema di monitoraggio continuo

L’aggiornamento DVR non dovrebbe essere un evento sporadico, ma è più efficace se fa parte di un sistema di monitoraggio continuo.

L’impresa può istituire controlli periodici sui luoghi di lavoro per verificare l’efficacia delle misure di sicurezza adottate, e qualsiasi nuova situazione di pericolo deve essere annotata e inserita nel DVR alla prima occasione utile.

Questo approccio proattivo permette di agire tempestivamente per eliminare i pericoli prima che possano causare danni. Un monitoraggio costante assicura che il documento rimanga un riflesso veritiero della situazione aziendale.

Formare il personale

La formazione dei dipendenti sui temi della sicurezza è molto importante in quanto una formazione adeguata, che include anche le procedure di emergenza, contribuisce a ridurre il numero di infortuni e a creare un ambiente di lavoro più sicuro.

È importante che i lavoratori capiscano perché determinate misure di sicurezza sono state introdotte e come devono comportarsi in diverse situazioni.

In breve, la formazione deve essere considerata un investimento nella salute e nel benessere dei dipendenti e non un semplice obbligo.