Domanda interna in rallentamento: segnali, cause e le strategie delle imprese italiane

La domanda interna dell’area euro e, in particolare, dell’Italia mostra segnali di rallentamento che richiedono interpretazioni precise e risposte tempestive. Dopo il ciclo di stretta monetaria e l’onda inflattiva degli ultimi anni, consumi e investimenti privati stanno dando segnali contrastanti: mentre alcuni settori resistono, altri subiscono una contrazione che rischia di frenare la crescita nei prossimi trimestri. Questo articolo analizza cause, numeri ed esempi concreti per comprendere come imprese e policy maker possono adattarsi a uno scenario più prudente.

Contesto e primi segnali

La ripresa post-pandemica ha lasciato un’eredità mista: risparmi accumulati, ma anche costi del credito e incertezza sui mercati internazionali. Nel corso dell’ultimo anno i dati sulle vendite al dettaglio e sugli ordini industriali hanno mostrato flessioni moderate in diversi Paesi europei, mentre il potere d’acquisto delle famiglie è stato eroso da livelli di inflazione superiori alla media storica. In Italia, settori come l’automotive e l’elettronica hanno registrato una riduzione degli ordini, mentre la domanda nel comparto turistico e agroalimentare è rimasta più resiliente grazie a microfessure di domanda internazionale e a spese legate all’esperienza.

Analisi: fattori alla base del rallentamento

Tre fattori principali spiegano il calo della domanda interna. Primo, l’impatto dei tassi reali più elevati sulla spesa per beni durevoli: banche centrali hanno aumentato i tassi per contenere l’inflazione, rendendo più costoso il credito per famiglie e imprese. Secondo, la redistribuzione della spesa verso servizi esperienziali ha alterato i flussi di domanda tradizionali, penalizzando produzioni ad alta intensità di capitale. Terzo, l’incertezza geopolitica e l’oscillazione dei prezzi energetici hanno indotto prudenza negli investimenti aziendali.

Dal lato dell’offerta, le imprese italiane si trovano a dover gestire costi fissi elevati e margini compressi: la pressione sui costi energetici e sulle materie prime, seppure attenuata rispetto ai picchi, continua a pesare. Allo stesso tempo, molte PMI affrontano strozzature finanziarie e una spinta alla digitalizzazione richiesta per restare competitive. Esempi concreti emergono lungo la filiera manifatturiera del Nord: aziende metalmeccaniche che vedono contrarsi gli ordini domestici ma che riescono a compensare, parzialmente, con l’export verso mercati extraeuropei; ristorazione e alberghi nelle città d’arte che beneficiavano di turismo internazionale ora valutano pacchetti promozionali per sostenere la domanda stagionale.

Dati ed esempi

I sondaggi congiunturali tra PMI indicano una diminuzione della fiducia imprenditoriale in diversi comparti manifatturieri, mentre indagini su consumatori segnalano una maggiore attenzione a spese non essenziali. In molte aree industriali le imprese riducono gli stock e rallentano assunzioni, privilegiando contratti a progetto o formazione interna per incrementare produttività senza aumentare i costi fissi. Alcune imprese innovative sfruttano la situazione riposizionando prodotti verso segmenti premium o ampliando canali digitali per raggiungere consumatori con maggiore disponibilità di spesa.

Strategie delle imprese

Per fronteggiare il rallentamento, le imprese adottano strategie diverse: ottimizzazione delle catene di approvvigionamento e nearshoring parziale per ridurre vulnerabilità; investimenti mirati in automazione e formazione per aumentare produttività; diversificazione dei mercati di sbocco puntando su aree a più alta crescita. Le aziende orientate all’export spesso riescono a compensare la minore domanda interna, ma la capacità di adattamento dipende da dimensioni, accesso al credito e competenze digitali.

Implicazioni future

Il rallentamento della domanda interna porterà a dinamiche complesse nei prossimi 12–24 mesi. Sul fronte macro, una crescita più lenta può limitare le entrate fiscali e richiedere misure di politica economica più mirate, come incentivi agli investimenti green e sostegni temporanei per le fasce più vulnerabili. Per il mercato del lavoro, la pressione potrebbe generare una maggiore polarizzazione: domanda per competenze digitali e sostenibili in crescita, mentre ruoli tradizionali rischiano stagnazione.

Per le imprese italiane, l’urgenza è operativa: gestire liquidità, accelerare la transizione digitale e ripensare modelli di vendita. Chi riuscirà a innovare prodotti e modelli di business, mantenendo flessibilità nei costi e resilienza nelle supply chain, sarà in grado non solo di assorbire il rallentamento ma di posizionarsi per la ripresa. Per policy maker e istituzioni finanziarie, la sfida è evitare misure pro-cicliche e privilegiare interventi che sostengano investimenti produttivi a medio termine, consolidando così una domanda interna più solida e sostenibile.

Rimodellare il commercio globale: reshoring, inflazione e la nuova mappa degli scambi

Negli ultimi tre anni il commercio internazionale ha vissuto una fase di profonda trasformazione: dalle strozzature nelle catene di fornitura durante la pandemia alla spinta verso politiche industriali nazionali, fino all’ondata inflazionistica che ha costretto le banche centrali a inasprire le condizioni monetarie. Questo articolo esamina come reshoring, nearshoring e le scelte politiche stiano ridefinendo i flussi commerciali mondiali e cosa significa per imprese, lavoratori e governi.

Contesto: il ritorno della geopolitica nell’economia globale

La globalizzazione degli ultimi decenni, basata su catene del valore altamente integrate, ha mostrato i suoi limiti quando eventi sistemici — una pandemia, la crisi energetica, tensioni geopolitiche — hanno interrotto forniture critiche. Di conseguenza, Paesi e imprese hanno iniziato a riconsiderare la dipendenza da poche nazioni fornitori. In parallelo, l’impennata dell’inflazione ha eroso margini e aumentato i costi di trasporto e stoccaggio, rendendo più conveniente una produzione più vicina ai mercati finali.

Analisi: dati, esempi e dinamiche in atto

Le tendenze emergenti si articolano su tre direttrici principali: reshoring e nearshoring, ristrutturazione degli investimenti esteri diretti e differenziazione delle supply chain. Gli incentivi governativi — dal CHIPS Act negli Stati Uniti agli sforzi dell’Unione Europea per attrarre investimenti strategici — hanno favorito la localizzazione di attività a elevato contenuto tecnologico. Aziende come TSMC e Samsung hanno annunciato investimenti significativi in impianti produttivi fuori dall’Asia orientale, mentre grandi OEM hanno accelerato la diversificazione produttiva verso India, Vietnam e Messico per servire i mercati occidentali.

Sul fronte commerciale, sebbene il volume complessivo degli scambi sia tornato vicino ai livelli pre-pandemici, la composizione è cambiata: aumento degli scambi intra-regionali, crescita del commercio di beni intermedi legati alla transizione energetica e una parte crescente di scambi condizionati da clausole di sicurezza nazionale. Le catene del valore diventano più corte per prodotti sensibili (chip, farmaci, componenti critici) e più resilienti grazie a scorte strategiche e diversificazione dei fornitori.

Un altro elemento rilevante è il ruolo della tecnologia: automazione e robotica riducono il trade-off tra costi salariali e prossimità al mercato. Produrre vicino al consumatore finale diventa più redditizio quando il lavoro è parzialmente sostituito da macchine, diminuendo il vantaggio competitivo dei Paesi a basso costo del lavoro. Questo spiega perché settori ad alta precisione stanno tornando in prossimità dei grandi mercati.

Implicazioni per imprese e mercati del lavoro

Per le imprese la strategia da adottare è sempre più orientata alla flessibilità: investimenti in digitalizzazione della supply chain, valutazione dei rischi geopolitici e capacità di riallocare produzione rapidamente. Le PMI, in particolare, dovranno bilanciare costi più alti di produzione domestica con benefici come minori tempi di consegna e maggiore controllo qualitativo.

Per il mercato del lavoro, la riorganizzazione produttiva apre opportunità ma richiede riqualificazione. I nuovi impianti localizzati nei Paesi sviluppati cercano competenze tecniche e figure specializzate nella gestione di sistemi automatizzati. I governi che investiranno in formazione tecnica saranno più competitivi nell’attrarre progetti produttivi.

Prospettive future: resilienza, cooperazione e rischio di frammentazione

Nel medio termine è probabile che si consolidi un modello ibrido: alcune filiere subiranno un parziale ritorno verso i mercati finali, mentre altre, guidate da efficienza e costi, rimarranno concentrate nelle aree dove vantaggi comparati persistono. La priorità sarà costruire resilienza senza cadere nella trappola della deglobalizzazione totale, che deprimerebbe crescita e innovazione.

I policymaker avranno un ruolo cruciale: misure che combinino incentivi agli investimenti strategici, politiche industriali orientate al valore aggiunto e strumenti per mitigare gli effetti distributivi (riqualificazione del lavoro, sostegno alle regioni colpite) saranno decisive. A livello internazionale, rimane fondamentale mantenere canali di cooperazione per gestire crisi condivise (energia, clima, sicurezza alimentare) ed evitare un’escalation di barriere che impoverirebbe l’economia globale.

Conclusione

Il commercio internazionale sta vivendo una fase di riequilibrio: non si tratta di un ritorno al protezionismo puro, ma di una ricalibrazione delle catene globali per aumentare la resilienza e rispondere a nuovi rischi. Per aziende e governi la sfida è trasformare l’adattamento in opportunità: investire in tecnologie, competenze e infrastrutture per attrarre attività a più alto valore e costruire catene del valore meno vulnerabili. Chi riuscirà a governare questa transizione manterrà un vantaggio competitivo nell’economia che verrà.

Quando le Olimpiadi fanno vincere anche i registratori di cassa

Il fine settimana d’apertura dei Giochi di Milano Cortina 2026 ha portato un flusso gigantesco di turisti nelle attività commerciali del Belpaese. I dati diffusi da Visa raccontano che nel Nord Italia l’arrivo di visitatori stranieri con carte emesse fuori dall’Unione Europea è salito di oltre il 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Ancora più sorprendente la spinta sugli acquisti: nelle città e nelle province che ospitano le gare la spesa è aumentata di circa l’80%. 

Quali sono i turisti che spendono di più? 

I turisti statunitensi hanno fatto registrare l’incremento più marcato nei pagamenti. Dietro di loro si fanno largo canadesi e svizzeri, mentre tra gli europei i più presenti risultano i tedeschi. Non è solo questione di presenze: anche gli importi medi hanno un peso.

I visitatori dalla Germania sono quelli con lo scontrino più alto, seguiti da cinesi e americani. Le cifre emergono dall’analisi dei flussi VisaNet realizzata da Visa Consulting & Analytics, che monitora in tempo reale come e dove circola il denaro durante eventi di questa portata.

Città e montagna, due scenari diversi

Nel cuore di Milano gli acquisti sono aumentati sensibilmente sia tra gli stranieri, con un balzo vicino al 45%, sia tra gli italiani, cresciuti di circa il 30%. Nelle località alpine, come Cortina d’Ampezzo, la situazione cambia: qui la spesa è trainata soprattutto dai visitatori extra europei, con crescite che arrivano a sfiorare il 95%.

È il classico effetto evento internazionale: quando lo spettacolo è concentrato in pochi luoghi, il pubblico arriva da lontano e non bada troppo al portafoglio.

Abbigliamento, accessori, ristorazione e trasporti i settori più gettonati

I settori che hanno maggiormente beneficiato dell’ondata olimpica sono stati: negozi di abbigliamento e accessori, ristoranti e servizi di trasporto. In fondo è naturale: chi viaggia per assistere a gare e cerimonie vive la città, si sposta, mangia fuori, compra qualcosa da portare a casa.
Anche i pagamenti contactless hanno fatto un salto in avanti, aumentando di quasi il 40%. 

Dietro le quinte del sistema

Come ha sottolineato Antony Cahill, questi primi numeri mostrano quanto i grandi eventi possano dare ossigeno all’economia locale. Per sostenere il flusso di transazioni è stata predisposta una rete dedicata capace di funzionare in centinaia di punti vendita distribuiti tra sedi di gara e spazi ufficiali.

Al di là delle medaglie e dei record, resta un messaggio chiaro: quando il mondo si dà appuntamento in un Paese, porta con sé energia, curiosità e anche un bel giro d’affari.

Pubblicato
Categorie: Italia

Piccole grandi imprese: numeri, export e storie di imprenditori che cambiano l’Italia

In Italia spesso si parla di grandi colossi, ma la vera spina dorsale dell’economia sono le piccole e medie imprese. Questo articolo raccoglie curiosità, statistiche e notizie dal web, rielaborate in modo chiaro e diretto: focus su economia, mondo del lavoro, export e alcune aziende che stanno emergendo per idee e risultati concreti.

Perché le PMI contano davvero

Le PMI rappresentano la maggioranza delle imprese italiane: parliamo di realtà che vanno dall’artigiano locale all’azienda familiare che esporta nel mondo. Queste imprese occupano una fetta significativa dell’occupazione nazionale e spesso sono più agili nel trovare nicchie di mercato. Capire come si muovono e quali sono le tendenze è utile per chi lavora, per chi investe e per chi cerca ispirazione imprenditoriale.

Numeri che fanno riflettere

Le statistiche sul mondo delle PMI raccontano una storia fatta di resilienza ma anche di sfide. Ad esempio, oltre il 99% delle imprese italiane è costituito da micro, piccole e medie imprese: questo significa che le scelte di migliaia di realtà locali hanno un impatto diretto sull’occupazione e sul tessuto sociale. Negli ultimi anni si sono viste tendenze nette: digitalizzazione accelerata, crescente attenzione all’export e una trasformazione del mercato del lavoro verso forme più flessibili.

Il lavoro cambia: smart working e competenze

Il mondo del lavoro ha subito una spinta verso il lavoro da remoto e forme ibride. Molte PMI hanno adottato strumenti digitali per rimanere produttive: dalla contabilità cloud alle piattaforme per vendite internazionali. Ma non basta la tecnologia: serve anche formazione continua. Le competenze digitali, il marketing internazionale e la capacità di gestire supply chain complesse sono sempre più richieste.

Export: dove l’Italia continua a eccellere

L’export è un tema centrale per l’economia italiana. Settori tradizionali come agroalimentare, moda, componentistica meccanica e design restano punti di forza. Negli ultimi anni molte PMI hanno saputo trasformare storie locali in marchi riconosciuti all’estero, puntando su qualità, tracciabilità e storytelling legato al territorio.

Strategie che funzionano

Alcune strategie emergono con chiarezza: specializzazione in nicchie di mercato, investimenti in certificazioni di qualità, presenza online curata e partnership internazionali. Anche il packaging e la sostenibilità giocano un ruolo: i consumatori esteri cercano prodotti con una storia, produzione responsabile e trasparenza lungo la filiera.

Le difficoltà logistiche e i vantaggi competitivi

Non tutto è facile: trasporti, costi energetici e burocrazia rimangono ostacoli concreti. Tuttavia, molte aziende italiane trasformano questi limiti in opportunità: processi di produzione artigianale, servizio clienti personalizzato e design distintivo sono elementi che spesso giustificano prezzi premium sui mercati esteri.

Storie di imprenditori che si distinguono

Dietro le statistiche ci sono persone con visione. Racconti di imprenditori che hanno trasformato un laboratorio in un brand internazionale sono numerosi: chi ha puntato sul digitale per vendere a distanza, chi ha creato reti di piccole aziende per competere su scala globale, chi ha rinnovato un ciclo produttivo rendendolo più sostenibile. Queste storie mostrano che non serve essere giganteschi per avere un impatto rilevante.

Cosa possiamo imparare

Dal confronto con dati e racconti emergono lezioni pratiche: adattarsi velocemente alle nuove tecnologie, mettere al centro le competenze delle persone, usare l’export come leva di crescita e non come piano B. Anche la collaborazione tra imprese e il supporto a livello territoriale (associazioni, incubatori, finanziamenti locali) sono elementi che favoriscono la scalabilità.

In sintesi, il panorama economico italiano è ricco di curiosità e opportunità. Le statistiche mostrano sfide reali, ma le storie di imprenditori dimostrano che con capacità, scelta di nicchia e attenzione all’export si può creare valore duraturo. Chi guarda all’economia con occhio pratico capisce che le piccole imprese non sono solo numeri: sono il motore che continua a innovare, esportare e raccontare l’Italia nel mondo.

San Valentino, cambiano le abitudini: gli italiani scelgono il tempo insieme

Altro che gioielli o profumi. Per molti italiani il regalo perfetto di San Valentino ha preso un’altra strada: si fa la valigia e si parte. Secondo un’indagine di Impresa Cultura Italia-Confcommercio realizzata con SWG, il 76% degli intervistati indica come dono ideale un weekend culturale in una città italiana. Subito dietro restano la cena al ristorante (71%), il biglietto per uno spettacolo dal vivo (65%) e il libro (63%).

È un segnale chiaro: l’esperienza supera l’oggetto. E tra gli under 34 il dato sale all’80%. I più giovani sembrano dirlo senza troppi giri di parole: meglio un ricordo condiviso che qualcosa da mettere su una mensola.

Romanticismo sì, ma con un budget di 50 euro

Se l’idea è volare con la fantasia, il budget resta ben piantato a terra. Oltre quattro italiani su dieci non intendono superare i 50 euro per il regalo del 14 febbraio. Tra i giovani la quota sale al 56%. San Valentino sì, ma senza esagerare.

Quando però si parla di organizzare un’uscita speciale o un fine settimana, entrano in gioco altri fattori. Il 32% considera decisivo un pacchetto tutto compreso, con prezzi chiari e trasparenti. Il 24% vuole poter prenotare o disdire all’ultimo senza penali. In altre parole: romanticismo sì, ma senza sorprese sgradite. Meno improvvisazione, più serenità.

Il trend dei weekend lontano da casa 

I risultati di San Valentino si inseriscono in un quadro più ampio delineato dall’Osservatorio 2025 sui consumi culturali di Impresa Cultura Italia-Confcommercio. Due italiani su tre dichiarano di voler regalare o ricevere un weekend culturale. La spesa media prevista è di 167 euro a persona, ma il 45% non intende superare i 100 euro.

Il weekend culturale è percepito come un piccolo lusso accessibile: un’esperienza di valore, sì, ma da pianificare con attenzione. Non è più uno sfizio elitario, piuttosto una scelta consapevole.

I numeri del 2025: cultura in movimento

Nel 2025 due italiani su cinque hanno effettivamente fatto un weekend culturale: il 28% in una regione diversa dalla propria, il 13% restando entro i confini di casa. La maggioranza, il 69%, ha pernottato in una struttura ricettiva; il 24% ha optato per una gita senza notte fuori, il 7% è stato ospite di amici.

Carlo Fontana, presidente di Impresa Cultura Italia-Confcommercio, sottolinea come il dato confermi una trasformazione ormai evidente: cresce la domanda di tempo di qualità, di scoperta, di relazioni vissute. Ma cresce anche l’attenzione alla spesa. Per questo, osserva, diventa strategica un’offerta integrata tra cultura, turismo e servizi, capace di essere accessibile e trasparente.

Pubblicato
Categorie: Italia

Sanità: le attese in quella pubblica spingono i cittadini verso la privata

A tutti è sicuramente capitato di avere a che fare con la sanità. Una visita da prenotare, un esame da fare, una risposta che serve subito. E quasi sempre inizia l’attesa. Lunga. Lunghissima. Secondo una ricerca commissionata da Facile.it a mUp Research, per una prestazione nel pubblico si sfiorano in media i 90 giorni. Tre mesi. Troppi, quando la salute non aspetta.

Non sorprende allora che nel 2025 circa 26 milioni di italiani abbiano scelto di rivolgersi al privato. La sorpresa, semmai, è un’altra: 13,6 milioni hanno rinunciato del tutto a curarsi almeno una volta.

Liste d’attesa e porte chiuse

Nel servizio sanitario pubblico l’attesa media è di 87 giorni, che al Sud salgono a 91. Nel privato bastano poco più di due settimane. La differenza è netta e diventa ancora più evidente in alcune specialità. Per una visita oculistica nel pubblico si può arrivare a quattro mesi, per una dermatologica anche oltre. Nel privato, invece, si parla di giorni.

A peggiorare le cose c’è un fenomeno ormai diffusissimo: le liste chiuse. Quasi sette pazienti su dieci si sono sentiti dire almeno una volta che non c’era nemmeno la possibilità di prenotare. Non “più avanti”, proprio no.

La sanità veloce ha un prezzo 

Accorciare i tempi, però, ha un prezzo. Una prestazione privata costa in media 325 euro. A volte va meglio, come per gli esami del sangue. Altre volte decisamente peggio, soprattutto dal dentista, dove si superano facilmente i 700 euro.

Solo il 23% degli italiani può contare su un’assicurazione sanitaria. Una percentuale che cresce al Nord e crolla al Sud, dove appena il 15% riesce ad avere una copertura. Per tutti gli altri, il conto arriva diretto.

Curarsi a rate

E così, sempre più spesso, per curarsi si chiede un prestito. Nell’ultimo anno, secondo l’osservatorio Facile.it – Prestiti.it, sono stati erogati circa 1,4 miliardi di euro solo in prestiti personali per spese mediche. Dieci anni fa era una scelta rara, riservata a interventi importanti. Oggi serve a diluire spese quotidiane: cure odontoiatriche, esami diagnostici, visite urgenti.

Gli importi medi si sono abbassati, ma le richieste sono aumentate. Un segnale chiaro: non è cambiata solo la sanità, è cambiato il modo in cui gli italiani cercano di starle dietro.

Chi rinuncia e chi parte

Il dato più pesante resta quello delle rinunce. Si salta una visita, poi un esame, a volte persino un intervento. Per colpa delle attese o dei costi. Succede più spesso al Centro-Sud che al Nord.

E poi ci sono quelli che partono. Nel 2025 circa 2,6 milioni di persone hanno lasciato la propria regione per curarsi, scegliendo soprattutto Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia. Non un viaggio di piacere, ma l’unica strada possibile quando il diritto alla salute diventa una corsa a ostacoli.

Videogiochi: qual è il limite di ore settimanali per non “ammalarsi”?

Giocare ai videogiochi per più di 10 ore a settimana potrebbe avere un impatto significativo sulla dieta, sul sonno e sul peso corporeo dei giovani. Lo conferma un nuovo studio condotto dalla Curtin University di Perth, in Australia, e pubblicato su Nutrition.

I ricercatori hanno intervistato 317 studenti iscritti a cinque università australiane con un’età media di 20 anni e hanno diviso i partecipanti in tre gruppi in base alla quantità di tempo dichiarata trascorsa a giocare ai videogiochi: il gruppo dei ‘giocatori scarsi’ (da 0 a 5 ore a settimana), quello dei ‘giocatori moderati’ (da 5 a 10 ore) e quello di chi gioca oltre 10 ore a settimana, i ‘giocatori intensi’.

Il problema è l’eccesso non il gioco in sé

Il team ha scoperto che sebbene i giocatori scarsi e moderati abbiano riportato risultati simili in termini di salute, i risultati peggioravano drasticamente quando il tempo di gioco di un giovane superava le 10 ore settimanali.
I risultati suggeriscono quindi che il problema principale è il gioco eccessivo, piuttosto che il gioco in sé.

“Ciò che è emerso è che gli studenti che giocavano fino a 10 ore a settimana avevano tutti un aspetto molto simile in termini di dieta, sonno e peso corporeo – ha affermato il professor Mario Siervo della Curtin School of Population Health -, mostrando una netta divergenza rispetto al resto del campione”.

Giocatori assidui a rischio obesità

Quando si superano 10 ore di gioco settimanali lo studio ha rilevato un calo della qualità della dieta, con una maggiore prevalenza di obesità nel gruppo dei giocatori più assidui rispetto a quello dei giocatori meno assidui e moderati.

Nei giocatori più assidui l’indice di massa corporea (BMI) medio era di 26,3 kg/m 2, mentre in quelli meno assidui i valori dell’indice erano pari a 22,2 kg/m 2 e nei giocatori moderati 22,8 kg/m 2.
“Ogni ora aggiuntiva di gioco a settimana è stata associata a un calo della qualità della dieta, anche dopo aver tenuto conto dello stress, dell’attività fisica e di altri fattori legati allo stile di vita”, ha aggiunto Siervo.

Una scarsa qualità del sonno

Tutti i gruppi hanno segnalato una qualità del sonno generalmente scarsa, ma i giocatori moderati e assidui hanno ottenuto punteggi peggiori rispetto ai giocatori deboli, con un legame significativo tra le ore di gioco e l’interruzione del sonno.

“Questo studio non dimostra che il gioco d’azzardo causi questi problemi, ma mostra chiaramente che il gioco eccessivo può essere collegato a un aumento dei fattori di rischio per la salute – ha sottolineato il professore -. I nostri dati suggeriscono che giocare poco o moderatamente va generalmente bene, ma giocare eccessivamente può compromettere abitudini sane come seguire una dieta equilibrata, dormire bene e mantenersi attivi”.

Poiché le abitudini universitarie spesso accompagnano le persone fino all’età adulta, abitudini più sane, come prendersi delle pause dai videogiochi, evitare di giocare a tarda notte e scegliere spuntini più sani, possono contribuire a migliorare il benessere generale.

Pubblicato
Categorie: Italia

Lavoro: a gennaio le imprese pianificano 527mila contratti

Rispetto a gennaio 2025, la domanda complessiva di lavoro in Italia risulta invariata (-0,6%), pur evidenziando dinamiche diverse tra comparti. Inoltre, diminuisce di oltre il 3% la difficoltà di reperimento (45,8% vs 49,1%). 

Le prospettive appaiono incoraggianti nel settore primario, dove si registra un incremento del 6,5%, mentre il comparto dei servizi mantiene una sostanziale stabilità (+0,1%). Di segno opposto le previsioni dell’industria, caratterizzata da maggiore cautela (-3,5%), in particolare nel manifatturiero (-4,6%) e in forma più contenuta, nelle costruzioni (-1,3%).
In totale, per gennaio 2026 le imprese prevedono di stipulare circa 527.000 contratti di lavoro, cifra che sale a oltre 1,4 milioni considerando l’intero primo trimestre dell’anno.

Le entrate programmate per industria e terziario

A delineare questo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Nel settore industriale sono programmate complessivamente 155mila entrate, di cui 104mila nel manifatturiero e public utilities e 51mila nell’edilizia.

All’interno del comparto manifatturiero, le maggiori possibilità di impiego provengono dal settore meccanico/elettronico (oltre 27mila), metallurgia/produzione di articoli in metallo (21mila), industria alimentare/bevande (15mila).
Il terziario programma invece circa 337mila entrate, soprattutto nel turismo (70mila), servizi alle persone (69mila) e commercio (67mila).

Settore primario: previsti 35mila ingressi

Nel settore primario le imprese programmano circa 35mila entrate, concentrate principalmente nel comparto delle coltivazioni ad albero (13mila), coltivazioni di campo (10mila) e servizi connessi all’agricoltura (4mila).
In generale, la modalità contrattuale più diffusa è il contratto a tempo determinato, offerto per 252mila posizioni, pari al 47,8% del totale.
Seguono i contratti a tempo indeterminato, con 111mila unità (21,0%) e i contratti di somministrazione che raggiungono 63 mila posizioni (11,9%).

Per quanto riguarda gli under30, le imprese ricercano quasi 143mila figure, pari al 27,1% delle entrate totali. Le migliori opportunità per questa fascia d’età si concentrano nei servizi finanziari e assicurativi (40,5% entrate destinate a giovani), nei servizi informatici e telecomunicazioni (39,8%), e nel commercio (37,5%).

Anche nel 2026 si evidenzia lo squilibrio tra domanda e offerta

Nel primo mese dell’anno lo squilibrio tra domanda e offerta di lavoro coinvolge 241mila delle 527mila entrate previste (45,8%). Le cause principali sono assenza di candidature (28,6%) e formazione insufficiente dei candidati (13,6%).
I settori che registrano le maggiori criticità sono le costruzioni (oltre il 60% delle posizioni è difficili da coprire), il legno arredo (59,8%) e la metallurgia (55,6%).

Nel mese, le imprese prevedono di ricorrere a personale straniero nel 22,2% dei contratti offerti, circa 117mila posizioni. I comparti che si rivolgono maggiormente a lavoratori immigrati sono il primario (43,3% delle entrate previste), il tessile-abbigliamento-calzature (34,8%) e l’edilizia (30,7%).

Pubblicato
Categorie: Italia

Bollette: nel 2026 per luce e gas risparmieremo 200 euro

Secondo le stime di Facile.it, nel nuovo anno il prezzo dell’energia scenderà, con un beneficio che per una famiglia tipo con fornitura luce e gas nel mercato libero a tariffa variabile potrebbe arrivare a 212 euro.

L’analisi di Facile.it è stata realizzata prendendo in considerazione le previsioni su PUN, l’indicatore del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, e PSV, il punto di riferimento per determinare il prezzo del gas naturale all’ingrosso in Italia, elaborate dall’European Energy Exchange e una tariffa a prezzo variabile indicizzata ai due indici + spread (0,0088 euro per la luce e 0,08 euro per il gas).
Buone notizie, quindi, sul fronte del prezzo delle bollette. Nel 2026 la spesa complessiva dell’energia da parte delle famiglie italiane dovrebbe infatti fermarsi a 2.236 euro rispetto ai 2.450 euro del 2025, per un calo pari al 9%.

Gas -12%, luce -2%

Tenendo conto dei consumi di una famiglia tipo, pari a 2.700 kWh per l’elettricità e 1.400 smc per il gas, Facile.it ha calcolato che la diminuzione più importante riguarderà la bolletta del gas, che passerà dai 1.691 euro del 2025 ai 1.493 euro del 2026, per un calo del 12%.
La bolletta della luce, invece, scenderà a 743 euro, in calo solo del 2%.

Le forniture a prezzo indicizzato si adegueranno automaticamente

“La riduzione attesa è senza dubbio una buona notizia per i consumatori, ma attenzione perché a godere in automatico del calo saranno solo i clienti con un contratto di fornitura a prezzo indicizzato, il quale si adeguerà automaticamente all’andamento degli indici PUN e PSV – spiegano gli esperti di Facile.it -. Il consiglio, soprattutto per chi ha una tariffa a prezzo bloccato, quindi, è di confrontare periodicamente la propria offerta con quelle di altri fornitori così da poter cogliere tempestivamente eventuali opportunità di risparmio che si dovessero presentare nei prossimi mesi”.

Le previsioni dell’European Energy Exchange

Come detto, l’analisi di Facile.it è stata realizzata prendendo in considerazione l’andamento degli indici PSV e PUN nel 2025 e le previsioni elaborate dall’European Energy Exchange (EEX) per i prossimi 12 mesi, a parità di consumi e altre condizioni economiche che gravano in bolletta.

Nello specifico, il PUN, secondo le previsioni, calerà del 4% passando da un valore medio di 0,1158 euro / kWh a 0,1107 euro / kWh.
Più significativo è il calo del PSV, che diminuirà del 25% passando, in media, da 0,4119 euro / smc a 0,3087 euro / smc.

Paure, reati e insicurezza: cosa accade nelle grandi città?

Nelle metropoli italiane ormai la sensazione di vulnerabilità sembra essere entrata nel quotidiano. Secondo le principali rilevazioni statistiche, quasi tre persone su quattro hanno vissuto almeno una volta un episodio pericoloso o ne sono state testimoni.

Il dato che colpisce è la frequenza: oltre la metà dei residenti dichiara di aver assistito a una rissa e più di un quarto ha subito un borseggio. Non mancano episodi più gravi, dalle molestie alle aggressioni di sconosciuti. Insomma, non proprio il tipo di compagnia che si vorrebbe al rientro a casa.

Roma e Milano, primi segnali di inversione

Roma resta la città con il maggior numero di reati denunciati, seguita a ruota da Milano. Eppure il 2025, almeno nei primi sei mesi, mostra finalmente qualche schiarita: nella capitale i reati calano del 7 per cento, mentre sotto la Madonnina la flessione è più contenuta.

A Roma continua a pesare il fenomeno dei borseggi, quasi 34 mila in un anno, ma anche qui si intravede un miglioramento. Rimangono invece elevate le rapine in strada, cresciute dopo il periodo pre-pandemico in entrambe le città, anche se il 2025 sembra riportare un po’ di equilibrio. Preoccupa il trend delle violenze sessuali, aumentate negli ultimi anni, pur con una recente diminuzione.

Commercio di vicinato: persi 80 mila negozi

Negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso oltre 80 mila negozi. Una lenta emorragia a cui la criminalità aggiunge il proprio peso: furti e rapine colpiscono un esercizio commerciale su dieci. Milano e Roma guidano anche questa classifica poco edificante. Il 2025 offre un sospiro di sollievo solo parziale: le rapine sono in lieve calo, mentre i furti restano sostanzialmente stabili. Un mix che contribuisce a svuotare le strade e scoraggia la vita di quartiere.

Lavoro: infortuni in calo, ma non quelli mortali

Sul fronte della sicurezza occupazionale il quadro è complesso. Gli infortuni totali diminuiscono rispetto a dieci anni fa, ma quelli con esito mortale restano un macigno. Gli uomini continuano a essere i più esposti e i lavoratori stranieri risultano coinvolti in misura sproporzionata.

Pesante anche l’aumento delle malattie professionali, un segnale che meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva.

Giovani e cittadinanza: problemi di identità

La generazione tra i 18 e i 34 anni vive con più timori rispetto al passato: uscire la sera, restare soli in casa, muoversi di notte. A questo si aggiunge il tema della cittadinanza, che riguarda milioni di residenti stranieri.
Il recente referendum non ha modificato la normativa, ma il dibattito sullo ius culturae resta vivo, sostenuto da una larga parte dell’opinione pubblica.