Mercato Immobiliare, per il prossimo triennio crescita moderata ma costante

Bassa inflazione, recupero del potere di acquisto delle famiglie e tassi di interesse sui mutui ancora contenuti hanno favorito l’aumento di capitale erogato dalle banche a sostegno dell’acquisto dell’abitazione e, di conseguenza, il proseguimento della crescita delle compravendite.
Nel 2025 iI preconsuntivo sulle compravendite di abitazioni prevede infatti un incremento stimato nell’ordine del +5,5%, confermando la fase di ripresa del mercato iniziata nell’ultimo trimestre 2024.

L’attuale ciclo espansivo del settore immobiliare, giunto al suo apice nel primo semestre 2025, mostra però segnali di attenuazione nella seconda metà dell’anno in corso, prospettando una crescita moderata, ma costante per i prossimi tre anni.
Emerge dal 3° Osservatorio sul Mercato Immobiliare 2025 realizzato da Nomisma.

Compravendite con mutuo trainano gli acquisti

A trainare il comparto dell’acquisto di abitazioni sono state proprio le compravendite assistite da mutuo, che nel primo semestre 2025 sono cresciute del +25,5% in termini tendenziali. Al contrario, quelle sostenute da liquidità, hanno mostrato una sostanziale stabilità.

Anche i prezzi delle abitazioni nel corso dell’anno registrano una crescita moderata e costante. Gli ultimi sei mesi del 2025 registrano una crescita dei prezzi delle abitazioni del +0,6%, più contenuta rispetto al + 1,3% del primo semestre. 
Questo aumento è riconducibile a un effetto trattativa positivo, che ha limitato la correzione al ribasso della domanda, mentre le aspettative dei venditori si sono stabilizzate.

Aumentano le locazioni

Nel secondo semestre si rileva invece uno spostamento di quota della domanda potenziale d’acquisto verso la locazione (rispettivamente 49% e 51%).
La crescita della domanda di affitto (+4%) nell’ultimo anno è da imputarsi principalmente al fatto che la locazione rappresenta una soluzione temporanea in attesa di condizioni di mercato più favorevoli per l’acquisto, nonché alla capacità di rispondere meglio ai cambiamenti che investono il mondo del lavoro e, in ultimo, poiché consente di impiegare la liquidità in altre forme di investimento.

Ma il sovraffollamento nel segmento della locazione ha impresso una nuova spinta ai canoni, che crescono del +3,5% su base tendenziale.
Nel complesso, il mercato mostra differenze per tipologia di contratto. I contratti ordinari diminuiscono del -2%, mentre quelli transitori e per studenti registrano aumenti significativi (+3,1% e +9,5%).

Prezzi abitazioni destinati a scendere

Secondo le previsioni, per il triennio 2026-2028 le compravendite registreranno una crescita moderata (+0,9% nel 2026, +0,7% nel 2027 e +1,4% nel 2028), oltrepassando quota 780mila transazioni al termine del 2028.
I prezzi delle abitazioni faranno registrare una crescita destinata a perdere progressivamente di intensità nel triennio di previsione con tassi inferiori all’inflazione (+1% nel 2026, +0,7% nel 2027, +0,5% nel 2028).

Quanto alla componente corporate del mercato, oggi gli investitori stanno diversificando i portafogli e ampliando le tipologie di asset su cui puntare.
L’Italia, pur in un quadro globale incerto, continua ad attrarre capitali. Nei primi nove mesi del 2025 gli investimenti hanno raggiunto 7,8 miliardi di euro, +21,9% rispetto allo stesso periodo del 2024.

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Lavoro, le imprese cercano 443mila addetti

L’autunno porta con sé anche un nuovo quadro del mercato del lavoro. Stando alle previsioni del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel solo mese di novembre le aziende italiane contano di assumere circa 443mila persone.

Guardando un po’ più avanti, da novembre a gennaio 2026, le opportunità supererebbero quota 1,3 milioni. Numeri che restano imponenti, anche se segnano una piccola battuta d’arresto rispetto allo scorso anno: qualche migliaio di posti in meno, un calo contenuto ma indicativo.

Il vero problema? I candidati non si trovano

Più della frenata occupazionale, preoccupa la difficoltà nel trovare personale. Quasi la metà delle figure richieste – parliamo del 45,7% – è considerata “introvabile”.

Il motivo principale non è tanto la scarsa preparazione, quanto la mancanza stessa di persone disponibili. Un paradosso tutto italiano: posti che ci sono, ma non si riesce a coprirli.

Agricoltura, industria e terziario: come si muovono i settori

L’agricoltura prevede 27mila nuovi ingressi a novembre e circa 77mila entro gennaio. Le richieste maggiori arrivano dalle coltivazioni specializzate, mentre aumentano i servizi collegati al mondo agricolo, che continuano a ritagliarsi un ruolo sempre più rilevante.

Sul fronte industriale, le previsioni parlano di 118mila assunzioni nel mese e oltre 350mila nel trimestre. La meccatronica traina, con migliaia di posizioni aperte, seguita dalla metallurgia e dall’industria alimentare. Continui segnali positivi anche dal settore delle costruzioni, che ormai da anni faticano a tenere il passo con la domanda.
Il terziario, come spesso accade, è il grande protagonista: 298mila contratti previsti a novembre e quasi 900mila tra novembre e gennaio. Turismo, commercio e servizi alla persona si confermano veri e propri motori del mercato, complici stagionalità e continui cambi negli stili di vita.

Le professioni più richieste (e più difficili da trovare)

Il contratto a termine continua a essere la formula più utilizzata, anche se non mancano assunzioni stabili.
A mancare, però, sono alcuni profili chiave: ingegneri, specialisti informatici, tecnici di produzione, operatori sanitari, meccanici, operai del tessile. In diversi casi, la quota di irreperibilità supera ampiamente il 60%.

Dove si fatica di più

Tra le aree del Paese, il Nord-Est detiene il primato della difficoltà di reperimento, con oltre la metà delle posizioni difficili da coprire. Seguono Nord-Ovest, Centro e infine Sud e Isole, dove la situazione resta complessa ma leggermente più gestibile.

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Pagamenti digitali: nel primo semestre transati 236 miliardi con carta

Emerge dai risultati della Ricerca dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano: nei primi sei mesi del 2025 in Italia il valore dei pagamenti digitali con carta ha raggiunto 236 miliardi di euro, in crescita del +6% rispetto all’anno precedente.

È una traiettoria che porterà i pagamenti elettronici tramite carta a toccare a fine anno un valore tra 495 e 505 miliardi di euro, per una crescita tra il +5% e il +7%).
Nonostante il ritmo di crescita sia più contenuto rispetto al passato, segna tuttavia l’ingresso in una fase di consolidamento. I pagamenti digitali sono ormai parte integrante delle abitudini quotidiane dei consumatori italiani.

Nei negozi oltre un decimo arriva da carte estere

Sempre nel primo semestre 2025, il valore totale incassato dai punti vendita fisici tramite strumenti di pagamento digitali ha raggiunto 188 miliardi di euro, +4% rispetto allo stesso periodo del 2024. Di questi, 20 miliardi arrivano da visitatori stranieri, pari a più di un decimo della spesa complessiva in negozio. Il dato conferma la rilevanza strategica dei pagamenti digitali per il turismo e per la competitività complessiva del sistema Paese.

Guardando ai prossimi mesi, gli effetti positivi dell’ultima stagione estiva, che ha registrato un aumento delle presenze turistiche e del turismo di prossimità, lasciano prevedere un ulteriore incremento del valore incassato dai negozi italiani nella seconda metà dell’anno.

Fattore strategico per il turismo

Di fatto, il consolidamento dei pagamenti digitali nel turismo rappresenta non solo un indicatore della modernità dell’offerta commerciale italiana, ma anche un fattore abilitante per la trasparenza e la competitività del Paese. 
L’adozione di strumenti digitali consente ai commercianti di intercettare meglio la domanda internazionale, di offrire esperienze d’acquisto più sicure e di integrare servizi che rafforzano la relazione con i clienti, italiani e stranieri.

“L’Italia si sta avvicinando a una fase di equilibrio: i pagamenti digitali non crescono più per effetto di spinte esterne o di obblighi normativi, ma perché si radicano nelle abitudini quotidiane delle persone”, ha commentato dichiara Ivano Asaro, Direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano.

La sfida è trasformare l’accelerazione in vantaggio competitivo

Quanto alle transazioni, rispetto all’anno passato crescono a un ritmo quasi doppio (+11,5%), con uno scontrino medio in calo, a conferma di un uso sempre più diffuso anche per spese di piccolo importo.
L’Italia, pur restando quart’ultima nel 2024 in Europa per numero di transazioni con carta pro capite, davanti solo a Germania, Romania e Bulgaria, mostra un tasso di crescita superiore alla media europea, segnale di un mercato ancora dinamico e in rapida evoluzione.

La sfida, ora, non è più solo quella di colmare il divario, ma di trasformare questa accelerazione in un vantaggio competitivo, puntando su infrastrutture più integrate, competenze diffuse e servizi a valore aggiunto.

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Italia, verde urbano: perchè investire nel green conviene?

In occasione della Giornata Mondiale dell’Habitat 2025, 3Bee – la nature tech company specializzata nello sviluppo di tecnologie per la tutela della biodiversità – insieme alla sua divisione XNatura, dedicata a intelligenza artificiale e monitoraggio ambientale, ha pubblicato un’analisi che mette a fuoco lo stato del patrimonio verde urbano in alcune delle principali città italiane.

I dati raccolti restituiscono una fotografia chiara e, in certi casi, allarmante.

Milano fanalino di coda

Tra le città esaminate, Milano si porta a casa un primato in negativo. Ogni cittadino dispone in media di circa 25 metri quadrati di verde, l’equivalente di tre posti auto, e appena 1,28 piante stimate a persona. Un dato che evidenzia quanto il capoluogo lombardo sia vicino a un “deserto urbano”.

Non va molto meglio a Napoli, con circa 37 metri quadrati e 1,82 piante per abitante, o a Torino, che sale a 46 metri quadrati e 2,32 piante. Bari si posiziona leggermente meglio con circa 60 metri quadrati e 3,54 piante pro capite.

Monitoraggio tecnologico al servizio delle città

Lo studio si basa su un sistema integrato che unisce immagini satellitari, banche dati pubbliche, sensori ambientali e analisi di laboratorio.

“Grazie all’intelligenza artificiale possiamo processare enormi quantità di dati e fornire informazioni aggiornate e affidabili su natura, clima e biodiversità. È uno strumento utile a cittadini, aziende e amministrazioni per pianificare e gestire il territorio”, spiega Simone Mazzola, CGO di 3Bee & XNatura.

Una base scientifica per le politiche urbane

I risultati ottenuti non sono soltanto numeri: diventano un punto di partenza per orientare le scelte delle amministrazioni, valutare i servizi ecosistemici offerti dal verde urbano e individuare le aree prioritarie da rigenerare.

In un’epoca segnata dall’emergenza climatica, disporre di dati oggettivi è fondamentale per riuscire a delineare le miglior strategie di adattamento.

Crediti di biodiversità: un nuovo strumento

Per trovare soluzioni alle criticità, i Crediti di Biodiversità si propongono come una risposta concreta. Ogni credito certifica il miglioramento della biodiversità in un’area equivalente a 1.000 metri quadrati di habitat rigenerato e monitorato per un anno.

Dal 23 settembre 2025 questo meccanismo è regolato dallo standard UNI/PdR 179, la prima norma italiana dedicata al tema. “È un passo importante verso un’economia che riconosce il valore dei servizi ecosistemici e trasforma la biodiversità da vincolo a opportunità”, sottolinea Niccolò Calandri, CEO di 3Bee & XNatura.

Metà del PIL mondiale dipende dalla natura

Oggi oltre metà del PIL mondiale dipende dalla natura, e il 72% delle imprese europee si basa su servizi ecosistemici. Tuttavia, secondo le stime europee servono 65 miliardi di euro all’anno per proteggere efficacemente la biodiversità, una cifra che i soli fondi pubblici non possono coprire.

Ecco perché i Crediti di Biodiversità rappresentano una risorsa per coinvolgere capitali privati in progetti di rigenerazione. 3Bee ha contribuito attivamente alla definizione della prassi UNI, che ambisce a diventare uno standard anche a livello internazionale.
Una svolta che permetterà alle aziende non solo di misurare, ma anche di certificare il proprio impatto positivo sugli ecosistemi, trasformando la tutela della natura in un impegno condiviso e verificabile.

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Calcio in TV: i tifosi italiani spendono fino a 960 euro l’anno

Quanto spenderanno quest’anno i tifosi italiani per seguire in TV la squadra del cuore? La brutta notizia è che rispetto allo scorso anno i prezzi dell’abbonamento sono saliti. L’aumento è stato di circa il 7% per quello mensile e del 10% per quello annuale.
Il prezzo per seguire il calcio in TV varia a seconda delle competizioni in cui è coinvolta la propria squadra, quindi, delle piattaforme a cui è necessario fare l’abbonamento.

Facile.it ha analizzato i prezzi dell’offerta Pay TV calcolando che per la stagione 2025/2026 i tifosi dovranno mettere a budget almeno 710 euro per guardare da casa il campionato di Serie A e la Champions League. Per chi opta per l’abbonamento mensile, anziché quello annuale, invece, il costo può arrivare fino a 960 euro nei dodici mesi.

La cifra sale per seguire anche le coppe europee

In Italia, se ci si accontenta del campionato di Serie A sono sufficienti 540 euro per l’abbonamento mensile, 420 euro se si opta per quello annuale.
La cifra sale se oltre al campionato nazionale si vogliono seguire le coppe europee.

Tifare dal divano di casa per la Roma e il Bologna, impegnate in Europa League, o la Fiorentina, che gareggerà in Conference League, significa mettere a budget fino a 900 euro con l’abbonamento mensile, mentre per quello annuale è possibile trovare offerte che consentono di limitare la spesa a 660 euro.

Per quanto riguarda i prezzi degli abbonamenti TV applicati in Francia, Germania, Spagna e Inghilterra i meno fortunati sono i tifosi spagnoli, che per seguire in TV LaLiga e le coppe europee dovranno spendere quasi 1.400 euro per un abbonamento annuale, poco meno del doppio rispetto agli italiani.

Come se la passano i supporter europei

Unico vantaggio per la Spagna è che è necessario un solo abbonamento per seguire tutte le competizioni, mentre da noi è bisogna abbonarsi a più piattaforme.

Spendono di più dei tifosi italiani anche quelli inglesi, che per guardare da casa Premier League e competizioni europee devono mettere a budget poco più di 900 euro per un abbonamento annuale, mentre in Germania per guardare campionato e coppe servono 864 euro.
I più fortunati sono i francesi; seguire il campionato Ligue 1 e le coppe europee da casa costa appena 600 euro con un abbonamento annuale.

Abbonamento mensile o annuale?

“L’abbonamento annuale è in generale la soluzione più semplice per risparmiare e quella consigliata a chi è sicuro di voler seguire le competizioni calcistiche fino alla fine, indipendentemente dall’andamento della propria squadra del cuore – spiegano gli esperti di Facile.it -. L’abbonamento mensile, invece, seppur più costoso nei 12 mesi, garantisce una maggior flessibilità e dà la possibilità di smettere di rinnovarlo in qualsiasi momento. In ogni caso, il consiglio è di confrontare le offerte degli operatoti così da identificare gli abbinamenti più adatti alle proprie esigenze”.

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Mutui: cresce l’importo medio richiesto, i giovani tornano a comprare casa

Il mercato dei mutui in Italia archivia la prima metà del 2025 con segnali positivi. Secondo l’analisi condotta da Facile.it e Mutui.it, tra gennaio e giugno chi ha presentato domanda di finanziamento ha richiesto in media 137.315 euro, valore in crescita del 3,1% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Non solo gli importi: anche il valore medio degli immobili oggetto di mutuo è salito, attestandosi a 208.405 euro (+1%), mentre la durata dei piani di rimborso è passata da 24 a 25 anni. In crescita anche l’LTV, il rapporto tra il valore del mutuo e quello della casa, che ha raggiunto il 72%.

Secondo gli esperti, a favorire questa ripresa sono state le condizioni più favorevoli offerte dalle banche, il calo del costo del denaro e una rinnovata fiducia dei consumatori.

L’età media dei richiedenti scende a 40 anni

Un segnale incoraggiante arriva anche dall’età media dei richiedenti, scesa a 40 anni contro i 41 registrati nel 2024. Pur rimanendo più alta rispetto al 2022, quando i mutui venivano richiesti in media prima dei 40 anni, il dato conferma un ritorno delle fasce più giovani sul mercato.

In particolare, la quota di under 36 è passata in un anno dal 36% al 38% del totale richieste, un dato che riflette l’interesse crescente dei più giovani nel compiere il passo verso l’acquisto della prima casa.

Surroghe e andamento dei tassi

Nei primi sei mesi del 2025 si registra anche una leggera crescita delle surroghe, che hanno rappresentato il 28% delle domande totali. Dal lato dell’offerta, invece, si osserva un riallineamento dei tassi: i mutui a tasso fisso hanno segnato un lieve aumento, legato all’andamento dell’indice IRS, mentre quelli variabili hanno beneficiato del calo dell’Euribor, reso possibile dai tagli BCE.

A titolo di esempio, per un mutuo medio da 126.000 euro in 25 anni, con LTV al 70%, le migliori offerte disponibili online a fine luglio indicano un TAN minimo del 2,92% per il fisso (con rata di circa 592 euro) e del 2,33% per il variabile (rata di 554 euro).

Fisso o variabile?

Nonostante il vantaggio attuale dei tassi variabili, la preferenza degli italiani resta netta: nei primi sei mesi dell’anno, 9 richiedenti su 10 hanno scelto un mutuo a tasso fisso.

Gli esperti di Facile.it sottolineano però che non esiste una formula valida per tutti: i mutui variabili possono risultare più convenienti nel breve termine, ma sono soggetti a oscillazioni; i fissi, invece, garantiscono stabilità lungo tutta la durata del finanziamento. Per questo motivo, la scelta va sempre calibrata sulle caratteristiche del richiedente e, quando possibile, supportata da un consulente.

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Istat, la fotografia del PIL e dell’occupazione nel 2024: il Sud fa meglio del Nord 

A differenza di quanto siamo abituati a leggere, per una volta il Mezzogiorno fa meglio del Nord, in particolare sul fronte dell’occupazione. Lo rivelano le anticipazioni Istat sul 2024, che comunque parlano di una ripresa dell’economia moderata, ma diffusa in tutto il Paese.

Secondo le stime preliminari pubblicate dall’Istat, il 2024 si è chiuso con una crescita del PIL pari allo 0,7% a livello nazionale. Quasi tutte le aree geografiche hanno registrato un andamento simile, tranne il Nord-est, dove l’aumento si è fermato allo 0,2%.
A livello occupazionale, i dati mostrano un’espansione dell’1,6% del numero degli occupati. La dinamica più favorevole si è verificata nel Sud Italia, che ha segnato un +2,2%, mentre il Centro ha fatto registrare un +1,8%. Più contenuta la crescita nel Nord-ovest (+1,6%) e nel Nord-est (+0,9%).

Sud, la ripresa è spinta da costruzioni e servizi

Nel Mezzogiorno, il comparto delle costruzioni ha avuto la performance migliore, con un incremento del valore aggiunto del 4,1%. Risultati positivi anche nei servizi finanziari, immobiliari e professionali (+2%) e nel settore trasporti e comunicazioni (+0,6%). Più modesto il progresso dell’agricoltura (+0,4%), mentre industria e altri servizi hanno subito contrazioni.

Nord-ovest: flessione nel settore industriale

Nel Nord-ovest, la crescita è stata trainata principalmente dai servizi professionali (+3,2%) e dal comparto commerciale e dei trasporti (+1%). In controtendenza invece l’industria, che ha registrato una flessione dello 0,6%, metre il settore dei servizi generici è sceso del 2,2%. Negative anche le performance delle costruzioni (-1,4%) e dell’agricoltura (-0,7%).

Centro Italia: l’agricoltura è il comparto che cresce di oltre il 5%

Nel Centro, quasi tutti i comparti hanno chiuso l’anno in positivo. L’agricoltura ha segnato un incremento del 5,2%, il più elevato a livello nazionale, seguita dall’industria con un +1,2%. Le costruzioni si sono attestate su un +1,4%, mentre la crescita nei servizi è stata più contenuta (+0,1%).

Nord-est in frenata 

Il Nord-est si conferma l’area con la crescita più debole. Solo l’agricoltura ha mostrato un andamento più vivace (+4,5%), insieme alle costruzioni e ai servizi finanziari (+1,4% ciascuno). In calo il commercio e trasporti, con un -1,9%.

Domanda di lavoro in aumento grazie all’edilizia

Nel 2024, il settore delle costruzioni ha trainato l’occupazione italiana. Il Mezzogiorno ha segnato la crescita più marcata (+6,9%), seguito dal Centro (+4,2%). Il settore commerciale e dei trasporti ha visto incrementi significativi nel Nord-ovest (+3%) e nel Sud (+2,9%).

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Vacanze 2025: 8,4 milioni di italiani non partiranno

Quest’anno per molti italiani niente ferie. Lo confermano i risultati dell’indagine commissionata da Facile.it a EMG Different: sono almeno 8,4 milioni i connazionali che quest’estate rinunceranno alle vacanze, e tra loro, il 69% resterà a casa per ragioni di natura economica.

È un dato che si spiega facilmente, considerando che una famiglia composta da 3 persone, al netto del cibo e di tutte le altre spese legate alla trasferta dovrà mettere a budget almeno 2.700 euro. Chi infatti quest’anno partirà per le vacanze estive spenderà in media 918 euro a testa, ma solo per i costi legati all’alloggio e quelli per il trasporto. 

Il 20% rinuncia per i prezzi insostenibili dei viaggi

Guardando alle fasce anagrafiche a rinunciare alle ferie saranno in particolare coloro di età compresa tra 65 e 74 anni, fascia nella quale la percentuale di chi resterà a casa, a fronte di una media nazionale pari al 19%, arriva al 23%. A livello territoriale invece quest’anno rinunceranno in misura maggiore i residenti nel Nord Ovest (23%).

In ogni caso, quest’anno circa 6 milioni di italiani non partiranno per motivi economici. Tra questi il 48% ha ammesso di non essere riuscito a risparmiare a sufficienza a causa dell’aumento generale del costo della vita, mentre il 20% rinuncerà poiché i prezzi di viaggi e vacanze sono diventati ormai insostenibili.
Per circa 1,5 milioni di italiani, invece, è sopraggiunto un imprevisto economico, spesso legato al lavoro.

Chi non vuole rinunciare chiede un prestito

Ma si rinuncia alle vacanze estive anche per altre ragioni. Il 16% di chi non partirà, ad esempio, ha dichiarato che farà le ferie in un altro periodo dell’anno, mentre il 10% resterà a casa per accudire un animale domestico, e circa 380 mila italiani per stare vicino a un familiare anziano.

Tanti, però, per non rinunciare, hanno fatto ricorso a un prestito personale, e secondo le stime di Facile.it e Prestiti.it, nei primi 5 mesi del 2025 sono stati erogati 220 milioni di euro per pagare viaggi e vacanze.
Chi si è rivolto a una società di credito per questa ragione ha chiesto, in media, poco più di 5.500 euro da restituire in 4 anni.

“Un modo corretto di gestire il budget familiare senza trovarsi in difficoltà”

“Pianificare per tempo le vacanze ricorrendo se necessario anche a un finanziamento è un modo corretto di gestire il proprio budget familiare senza doversi trovare in difficoltà per l’arrivo di spese impreviste, e al contempo, senza essere costretti a rinunciare alle meritate vacanze – spiegano gli esperti di Facile.it -.
Negli ultimi anni gli italiani hanno sviluppato un rapporto molto più maturo verso il credito al consumo, ormai visto come una forma di programmazione economica e non come un pericolo. Importante, però, è servirsi sempre di canali ufficiali per non incorrere in truffe e utilizzare questo strumento con consapevolezza”.

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Spid a pagamento? Otto italiani su dieci dicono “no”  

Se bisogna pagare, allora è addio per la maggior parte degli italiani. A partire da luglio 2025, l’accesso allo SPID – il Sistema Pubblico di Identità Digitale – potrebbe non essere più gratuito. Alcuni fornitori del servizio, infatti, hanno annunciato l’introduzione di tariffe per poterlo utilizzare.

Una decisione che rischia di ridurre drasticamente la platea di utenti: secondo un’indagine condotta da SWG, l’80% degli italiani con SPID afferma di voler rinunciare al servizio in caso di costi aggiuntivi, cercando alternative per accedere ai servizi digitali della pubblica amministrazione.

Lo SPID resta lo strumento più usato, ma cresce l’uso della CIE

A oggi, nonostante i vari annunci di possibili servizi a pagamento, lo SPID rimane lo strumento di identificazione digitale più utilizzato in Italia. L’indagine SWG rileva che oltre il 60% degli utenti lo impiega con regolarità. In confronto, l’utilizzo della Carta d’Identità Elettronica (CIE) è ancora limitato, anche se in crescita costante.

A fare la differenza è anche la natura stessa dei due strumenti: lo SPID è gestito da operatori privati accreditati, finanziati con fondi pubblici, mentre la CIE è un documento statale, rilasciato direttamente dai Comuni. Questo fattore potrebbe giocare un ruolo decisivo nel futuro delle identità digitali italiane, soprattutto se lo SPID dovesse diventare a pagamento. 

CIE e CNS: le alternative pronte a subentrare

La CIE, insieme alla Carta Nazionale dei Servizi (CNS), è vista come un’alternativa credibile e sicura. Secondo SWG, molti cittadini la considerano più semplice da ottenere e più intuitiva da utilizzare, nonostante la sua minore diffusione rispetto allo SPID.

In termini di sicurezza, inoltre, la CIE gode di una percezione positiva, e rappresenta una risorsa su cui il Governo potrebbe puntare in futuro.

Identità digitale, una necessità per il futuro

L’identità digitale si sta affermando sempre più come elemento centrale nell’interazione tra cittadini e amministrazioni pubbliche. Dalla richiesta di certificati online alla possibilità, in prospettiva, di votare elettronicamente o sostituire i documenti cartacei, il digitale è ormai parte integrante della vita amministrativa.

Il dibattito sul futuro dello SPID – gratuito o a pagamento – si inserisce dunque in un contesto di evoluzione tecnologica che coinvolge milioni di italiani. La sfida sarà trovare un equilibrio tra sostenibilità economica e accessibilità universale.

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Industria in frenata, servizi in ripresa: i dati Istat di marzo 2025

Andamento altalenante nell’economia italiana: mentre l’industria sembra perdere ancora slancio, il comparto dei servizi mostra timidi segnali di ripresa.

Nel mese di marzo 2025, l’industria italiana segna un netto rallentamento: secondo i dati Istat, il fatturato, corretto dagli effetti stagionali, registra una contrazione dell’1,6% in valore e dell’1% in volume rispetto a febbraio.
Il calo colpisce sia il mercato interno (-1,3% in valore e -0,4% in volume), sia le esportazioni, che registrano una diminuzione ancora più marcata (-2,1% in valore e -1,9% in volume).

Beni di consumo su, ma l’energia crolla

L’analisi per settore evidenzia forti differenze. A marzo, solo i beni di consumo registrano un segno positivo su base mensile (+1,0%).
Tutti gli altri comparti sono in calo: i beni strumentali scendono del 2,8%, quelli intermedi dello 0,7%, mentre il settore energetico subisce una pesante contrazione del 12,2%.

Buone notizie sul fronte dei servizi 

Diverso il quadro nel comparto dei servizi, dove il fatturato cresce dello 0,7% sia in termini di valore che di volume.
Tra i settori trainanti, il commercio all’ingrosso segna un incremento dello 0,9% in valore e dello 0,8% in volume, mentre gli “altri servizi” salgono dello 0,5% in valore e dello 0,7% in volume.

Il primo trimestre si chiude comunque in positivo per l’industria

Nonostante la battuta d’arresto di marzo, il primo trimestre dell’anno si chiude con un segno positivo per l’industria: +1,5% in valore e +1,2% in volume rispetto al trimestre precedente.
Nei servizi, invece, l’aumento è più contenuto (+0,3% in valore) e i volumi restano sostanzialmente invariati.

Confronto annuale: in discesa il fatturato industriale 

Su base annua, il confronto con marzo 2024 evidenzia un calo dell’1,1% per il fatturato industriale, sia in termini di valore sia di volume. Le vendite sul mercato interno calano dell’1,1% (-1,3% in volume), mentre quelle estere diminuiscono dell’1,4% (-0,6% in volume). Gli unici segnali positivi arrivano ancora una volta dai beni di consumo (+2,6%), mentre l’energia segna un crollo del 13,4%.

Nel settore dei servizi, invece, si osserva una crescita annua dell’1,3% in valore e dello 0,1% in volume. Il commercio all’ingrosso registra un aumento dello 0,7% in valore, ma una leggera flessione nei volumi (-0,1%). Gli altri servizi, infine, crescono sia in valore (+2,0%) che in volume (+0,2%).

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